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Recensione: “CHIAROSCURO” di Tosca Brizio

 

 

Legato a una cordicella, si è messo al collo il Khepri, lo scarabeo egizio che Matteo gli ha regalato. Lo rigira nella mano, lo osserva e ha una sensazione strana, come se l’oggetto volesse suggerirgli qualcosa. Lui non è un veggente, non è un profeta e non è un sensitivo, ma qualche volta nella vita quotidiana gli capita di cogliere, al di là della realtà, ciò che gli altri non riescono a vedere: come una forza primordiale, che fa parte della natura e gli suggerisce un’oscura premonizione, collegabile a fenomeni o accadimenti con un nesso intuibile solo per i suoi occhi. Pietro si interroga su questo qualcosa, che in fondo gli permette di decrittare i segni che l’universo tende a mostrare in tempi e in modi non sempre identici. Nel sonno, nella fase dei sogni, situazioni improbabili si affollano tra loro e si mescolano con i ricordi e gli incubi; nella veglia, una visione, un fatto, una parola lo fanno star male in una specie di attacco di panico. Forse è quello che succede agli sciamani?

Leggere un libro ambientato nella ‘tua’ città crea qualcosa di mistico, personale, che ti fa guardare le strade, gli ambienti, le cose, con occhi nuovi.

È quanto mi è capitato leggendo “Chiaroscuro” che, già a partire dalla cover, semplice nella sua veste grafica eppure così d’impatto, mi ha trasmesso forti emozioni.

Si legge scorrevolmente, anche se il linguaggio non è semplice o facile. C’è una certa ricercatezza nella narrazione, seppur molto fluida.

Studi classici, reminiscenze di autori dell’antichità, versi di poesia, quadri, musica… insomma tutto ciò che può portarti in un ambiente che poco ha della quotidianità di alcuni personaggi. Ma questi sono gli elementi della vita di Pietro, il principale protagonista che, attraverso i suoi occhi, i suoi pensieri, i suoi strani ‘salti premonitori’, ci fa addentrare in libro che poco ha del noir classico.

In effetti, tutto è poco consueto: gli autori, che sono due, il genere, che non è solo noir o mistery o giallo, ma una mescolanza di sensazioni e generi diversi che vi porteranno a leggere tutto d’un fiato, causeranno dipendenza e una certa malinconia quando arriverete alla fine.

Già all’inizio, nella nota introduttiva, si stuzzica il nostro interesse con una serie di termini usati dalla ‘mala’ per indicare tutta una serie di azioni che verranno perpetrate in seguito.

Si parte da Torino, una città con un’aura magica e piena di mistero, dove sembra sia stato tracciato il destino di molti protagonisti. Si inizia con una introduzione veloce di due famiglie malavitose calabresi che hanno deciso di porre fine alla faida combinando un matrimonio tra i propri figli, pur di trovare un po’ di pace.

Subito dopo incappiamo in quello che sarà il traino di tutto il romanzo: l’omicidio… o forse più di uno.

Pirro non sa che dirsi e si allontana pensoso lungo il viale mentre sente la ghiaia stridere sotto le suole delle scarpe.

Ma che sta succedendo? si chiede. Finalmente, al quarto tentativo l’interlocutore risponde con un nome: «Agnese». Pirro percepisce un respiro affannoso, sta fottendo con tale Agnese, pensa. Ma la comunicazione è meglio farla.

«Giarrettiera. Da lupo a professore. Bulgaro. Il sei e quaranta è colomba con un confetto in crapa. Poi ha preso l’aeroplano.»

«Vaffanculo.»

Dall’altra parte e la comunicazione viene subito interrotta.

Ma questo sarà l’elemento che intaccherà anche la pace iniziale di molte persone: del protagonista e il suo amico Matteo che, con nostalgia, tramite un social, organizzano una rimpatriata con i compagni di liceo, dopo ben quindici anni.

Saranno sempre Pietro e Matteo a ritrovarsi invischiati con la ‘mala’ a causa di tutta una serie di coincidenze, in cui verranno coinvolti a causa del lavoro di Matteo, giornalista.

Pietro è un personaggio particolare: ha delle premonizioni che non sa spiegare, che lo tormentano fisicamente, fino allo sfinimento, e gli procurano visioni e sensazioni non sempre comprensibili. Gli accade mentre dipinge un quadro dei suoi vecchi compagni di scuola, soprattutto una delle ragazze, quella del gruppo ‘sette più tre’, composto da sette ragazzi e tre ragazze, così diversi, eppure così legati.

Che sia questo il filo conduttore?

Non se lo spiega il protagonista e, fino alla fine, non se lo spiega il lettore, perché i due autori, intrecciano sapientemente la storia passando da un omicidio all’altro, attraverso le sensazioni, i dolori, le passioni dei co-protagonisti.

E non dico altro perché un thriller è bello solo se le emozioni ci arrivano direttamente dalla storia.

Ci sono colpi di scena, ma sono ‘soft’, come lo scorrere del romanzo che, seppur breve, ho trovato molto intenso e creativo. Insomma non il solito ‘giallo’. Ci si improvvisa detective, anche se alla fine, tra tanti dubbi, gli autori riescono comunque a stupirci.

Da segnalare che vi è un piccolo ‘spin off’ nella novella ‘Blood session per Pietro Jackson’, molto intensa e con una trama particolare, che vi lascerà sensazioni profonde e vi spingerà a voler ancora leggere ‘casi’ a cura del nostro Pietro.

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Score

Voto Tracy 4,5

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StaffRFS

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