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Recensione: “Il sentiero della strega” di Maddalena Tiblissi

“Si sa che i talenti, benché repressi, prima o poi riaffiorano, perché l’anima non può essere messa a tacere e non si può sfuggire a se stessi.” 
I capelli rossi, la pelle candida e gli splendidi occhi chiari di una ragazza che sembra tanto una ninfa del bosco, immersa nella neve con una mantella addosso, sono raffigurati in una fotografia che Duccio ha immortalato con stupore, durante una delle sue gite fuori porta. Non può far altro che ammirarla e pensare a quella sconosciuta che in un attimo è sparita dalla sua visuale, quasi per magia. L’esigenza di ritrovarla, unita al senso di soffocamento per la vita che conduce, lo spinge un bel giorno a partire, finalmente libero di poter fare quello che ama di più: viaggiare e scrivere articoli, con la sua macchina fotografica sempre in mano. Elizabeth, una ragazza irlandese che vive in una casa al limitare del bosco nei pressi di Stigliano, antico paese della Basilicata, esercita un mestiere tanto arcaico quanto affascinante: quello della tessitrice. Un giorno sta vendendo le sue stoffe a Matera quando entra in contatto con Sofia, una donna che dice di essere una Strega. È lei a prenderla per mano e accompagnarla in un mondo permeato di magia, insegnandole tutto ciò che la sua anima sentiva già da tempo e spingendola verso un sentiero di conoscenza e trasformazione personale. Tanti sono i pericoli che sta correndo Elizabeth ed esserne cosciente è l’unico modo per riportare alla luce i fili della sua esistenza che altri vorrebbero oscurare. C’è solo un sentiero che può percorrere per ritrovare le sue origini e sconfiggere chi vuole farle del male. 
“Quando tu esprimi un desiderio dal profondo del tuo essere è come se inviassi l’idea al Cosmo, che s’incarica di comporre gli “ingredienti” e realizzare il tuo desiderio, che a volte non sarà proprio come quello che volevi, a volte invece sì… perché il Cosmo è più preciso di noi e sa perfettamente cosa occorre alla nostra anima.” 
Un fantasy che unisce tradizioni mai dimenticate, un amore delicato, una minaccia costante e un percorso necessario per tessere i fili della propria vita. 
– La magia si mescola alla realtà di tutti i giorni, dando vita a un romanzo dove le tradizioni e la stregoneria accompagnano il percorso interiore della protagonista, in un’ambientazione italiana molto affascinante. – 

In una Lucania magica vive Elisabeth, trapiantata irlandese diventata tessitrice che scopre, grazie all’aiuto di un circolo di amiche, di essere una strega e nel frattempo troverà anche il vero amore.

Non mi sbilancio oltre per non rovinare la lettura, premessa obbligatoria: non aspettatevi grandi colpi di scena.

Per quel che mi riguarda la recensione potrebbe finire: per usare un eufemismo non ho apprezzato il romanzo, per i più curiosi vediamo cosa non ha funzionato.

Partiamo con la lingua, sorvolando su una varietà lessicale misera, il testo abbonda di descrizioni pleonastiche che confondono e distraggono, ad esempio: il protagonista ha una bellissima macchina fotografica descritta con tanto di marca e modello, questo miracolo della tecnologia sparisce subito dopo essere stato nominato senza più tornare, nel giardino ci sono vasi di margherite e petunie, anche queste finiscono nell’oblio, il pane di avena si conserva una settimana, si premura di sottolineare una delle streghe a una anonima cliente del suo negozio, l’automobile della protagonista fa rumori strani ma lei ha messo l’antigelo.

Stessa fragilità si nota nell’uso di alcuni termini che denotano una scarsa dimestichezza con la lingua, così ci si imbatte in ragioni compatte come la neve, angoli cardinali, cofani di tesori, uso desueto ma completamente fuori contesto, mogli che minacciano i mariti che in caso di separazione perderanno i possedimenti, che può essere un problema se si è in ritardo con la decima per il vescovo; anche l’inserimento di termini stranieri è disomogeneo e genera più comicità che altro: sentire un quarantenne che vive nell’entroterra della Basilicata dire “Respect” totalmente a caso non giova alla lettura.

Gli stessi riferimenti culturali sono sparsi e inconsistenti, inutile fare citazioni dotte nel frontespizio se si definiscono i baccanali riti dionisiaci, oppure scomodare il Malleus Maleficarum come testo propedeutico per neo streghe, che fa molto intellettuale ma non serve a nulla nella narrazione.

Di tutto questo confuso insieme si salvano le storie d’amore, ma solo se siete sentimentali in astinenza di emozioni con alto tasso di zuccheri: i connubi sono in linea con storie del liceo e fanno concorrenza al Tempo delle mele, ho trovato molto stucchevole che il coronamento di una storia d’amore sia una maternità.

Salvo qualcosa de Il sentiero della strega? Solo la brevità.

 

Emanuela

Emanuela
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