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Recensione:”L’appello” di Alessandro D’Avenia

 

 

Titolo: L’appello
Autore:Alessandro D’Avenia
Editore:Mondadori
Genere:Narrativa

Data di pubblicazione: il 3 Novembre 2021

 

E se l’appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po’ di più chi lo porta? Allora la risposta “presente!” conterrebbe il segreto per un’adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna.

Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l’appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky… Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa.

A dieci anni dalla rivelazione di Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D’Avenia torna a raccontare la scuola come solo chi ci vive dentro può fare. E nella vicenda di Omero e dei suoi ragazzi distilla l’essenza del rapporto tra maestro e discepolo, una relazione dinamica in cui entrambi insegnano e imparano, disponibili a mettersi in gioco e a guardare il mondo con occhi nuovi. È l’inizio di una rivoluzione?

L’Appello è un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all’allegoria politico-sociale e alla storia di formazione -, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un’orchestra diretta da un maestro cieco. Proprio lui, costretto ad accogliere le voci stonate del mondo, scoprirà che sono tutte legate da un unico respiro.

 

Ho amato così tanto quest’ultima pubblicazione di Alessandro D’Avenia da ricomprarlo come regalo di Natale per i miei cari. È un libro che ispira, narra una storia, fa e discute di educazione, soddisfa qualche curiosità scientifica e solletica anche il pensiero astratto, ma in modo sempre molto reale, tangibile, vivo: perché non c’è vita vera senza le emozioni e i pensieri profondi; se non ci fossero saremmo appiattiti dal quotidiano, senza quel cuore che ci contraddistingue come esseri umani.

È la storia di un professore non vedente, Omero Romeo, che viene assegnato a una classe scalcagnata, dieci elementi che probabilmente non supereranno la maturità e che vengono mantenuti separati dalle classi “sane” per non alterarne l’equilibrio.

Essendo privo della vista, Romeo ha bisogno di conoscere i ragazzi con metodi non convenzionali, ovvero toccando il loro viso e facendosi raccontare dagli alunni qualcosa di se stessi: è il suo modo di fare l’appello.

Un Appello significativo, pieno di contenuti: non vuole solo conoscere il nome dei suoi studenti, ma sapere che persona ci sia dietro.

Da questa forma di ascolto ed empatia, da questo modo di saper vedere i ragazzi anche senza la vista, da questo modo che dà loro uno spazio per essere se stessi in classe, interagire, aprirsi, si sviluppa un metodo educativo aperto, personale, umano e basato sul creare una relazione sincera con la classe e sul saper stimolare la curiosità degli allievi, il loro bisogno di sapere.

Romeo ripete spesso che il suo intento non è tanto o solo quello di portare i ragazzi a superare l’esame di fine anno, ma quello di accompagnarli a una maturità evolutiva, una crescita di vita: portarli a esprimere i loro problemi, a rifletterci sopra, a trovare (da soli) una via d’uscita; non grazie ai suoi suggerimenti ma per il fatto che loro abbiano il coraggio di “stare” dentro al problema senza rifuggirlo.

Un metodo, insomma, ben lontano da quella che è oggi, almeno per la maggior parte, la scuola. E infatti il professore incontra un notevole difficoltà a diffondere alle altre classi, su richiesta dei ragazzi, il suo concetto di didattica.

Lui e i suoi alunni incontreranno una serie crescente di problemi (ma anche di opportunità) nel proporre di allargare a tutta la scuola il nuovo approccio che riconosce la relazione con lo studente e che valorizza il modo in cui ha assimilato e fatto sue le nozioni, anziché punire chi non le ripete meccanicamente.

“Come può una cosa che è dentro di me, insegnante, essere trasformata da te, studente, in qualcosa di tuo, di vitale per te, di necessario per te. Questo processo si chiama relazione: se non c’è, tutto il resto è puro addestramento che dura poco e annoia.” (Tratto dal libro)

 Presto, nonostante tutto, questo nuovo modo di insegnare dilaga; i ragazzi fanno sì che questo bisogno si estenda e tutti gli studenti del mondo esigano dai loro prof che la didattica diventi più ricca: di relazioni, conoscenza, considerazione, di vita vera. Che non sia solo oggettiva ma anche piena di significato, individuale, umana.

Si sviluppa così un movimento, i ragazzi iniziano a perseguire questo obiettivo di divulgare, ottenere dei cambiamenti, dando anche un significato non solo alla didattica ma anche alla loro vita, che fino al giorno prima era incentrata solo sui problemi irrisolti, rimpianti, sul passato, e che ora si riempie invece di speranza, di amore, di futuro, di gruppo.

Dieci ragazzi, ognuno rotto a modo suo, costretti ad affrontare nell’anno della loro maturità, cioè nel momento in cui devono diventare adulti, “maturi”, dei problemi complessi e a volte insormontabili. Devono trovare le risorse non tanto per superare il problema, ma in primis per riuscire a leggerlo con il giusto approccio, a interpretarlo, e quindi trovare in se stessi la forza, le strategie migliori, una direzione.

Il prof. Romeo non si rapporta con loro stando su un piedistallo, perché lui stesso è “minorato” rispetto alla gente “normale”.

Insieme, lui e i ragazzi, si consolidano come un gruppo e diventano un sostegno gli uni per gli altri. Ascoltandosi si danno reciprocamente la possibilità di mettersi a nudo, di esprimersi e quindi di trovare il coraggio di aprirsi a soluzioni, anziché continuare a scrutare il buio e a lasciarsi andare all’autocommiserazione o alla rabbia.

L’appello è quel momento in cui ognuno si dichiara “presente” alla vita: quando smette di scappare, quando prende coscienza della propria identità e di quello che vuole e che può fare.

Ho trovato nelle storie dei dieci ragazzi così tante sfaccettature, narrative e simboliche, (che vanno dalle riflessioni sulla scuola ai temi educativi degli adolescenti, dal nostro modo di diventare adulti alla curiosità per la vita) che ogni pagina rappresentava per me una scoperta, uno spunto di riflessione, un apprendimento o anche solo un lasciarmi trasportare dalla fantasia per crescere insieme ai personaggi.

D’Avenia ha un eloquio che allarga la mente, che coniuga sapientemente e senza forzature scienza, filosofia, pedagogia, psicologia, crescita personale.

Mostra di saper leggere in modo profondo gli adolescenti e le dinamiche evolutive che caratterizzano la ricerca dell’identità e del percorso individuale, le difficoltà nell’imparare a gestire i problemi degli adulti, talvolta anche “al posto” dei loro genitori. Ma oltre alle fragilità dei giovani ci mostra anche quanto gli adolescenti abbiano da insegnarci, con la loro capacità di sognare in grande, di bramare la libertà e l’autonomia, di non accontentarsi mai e, per questo, di sentirsi sempre insoddisfatti.

D’Avenia legge questi ragazzi con l’esperienza di un educatore, di un adulto che riesce a dare una chiave di lettura ai loro problemi e che sa allungare una mano per sostenerli senza sostituirsi a loro, aiutandoli a capire se stessi.

Queste capacità di interpretazione della realtà e della psiche, l’approccio all’educazione (diverso da insegnamento) nel libro vengono coniugati all’interno di una trama che riesce a sostenersi senza sembrare solo una scusante narrativa, che riesce a essere interessante, a farci appassionare a questa classe di dieci ragazzi quasi maggiorenni con delle storie molto particolari e difficili, creando un buon connubio tra introspezione, significati, approfondimenti sulla filosofia della vita e qualche pillola di scienza metaforicamente connessa al nostro essere e muoverci nel mondo, che approfondisce alcune leggi fisiche e naturali del mondo in cui noi siamo incastonati.

“Il nome è come il carbonio, solo in certe condizioni diventa diamante, altrimenti diventa carbone. La scuola è il posto in cui i nomi dovrebbero diventare diamanti, perché ogni nome non solo è raro, ma è unico.” (Tratto dal libro)

Nella trama, oltre a tutte queste tematiche e a molte altre impossibili da riportare tutte, si adagia anche un implicito suggerimento su come si vorrebbe cambiare la scuola, senza che il tema risulti trattato in modo didascalico o propagandista. L’autore discute molto di questo mostrandoci sul campo come potrebbe essere migliorata la didattica affinché possa essere non solo insegnamento nozionistico, ma anche uno scambio empatico, in ascolto dello studente, non prevaricante, in cui non ci siano gerarchie di ruoli.

Si dà voce anche alle resistenze di un apparato troppo burocratico, ottuso, ma allo stesso tempo anche spaventato dalle novità e da tutto ciò che va contro la staticità, la prassi e la prevedibilità.

Da un lato c’è il bisogno di evolversi rispetto a una scuola che fa le stesse cose da cent’anni anche se tutto il contesto è ormai cambiato. Dall’altro la paura e la disillusione di un corpo docente ostile ai cambiamenti a causa delle brutte esperienze, delle varie storie personali, del bisogno di restare sulle proprie convinzioni come copertura per le paure da superare.

C’è questo e molto altro che vorrei riportare, ma forse mi sono dilungata già troppo. In ogni caso, il messaggio è chiaro ed emerge da ognuna delle storie messe sul piatto: perché siamo qui, a vagare nel mondo, ad apprendere, a scontrarci ogni giorno contro problemi che talvolta paiono insormontabili, se non per amare? Padre, madre, figli, gli altri, la natura, perfino Dio, ma soprattutto noi stessi: la risposta è qui.

 

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Emanuela

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