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Recensione:I bambini del treno di Luca Crippa e Maurizio Onnis

Giornata della memoria 2024

Titolo: I bambini del treno

Autore: Luca Crippa- Maurizio Onnis

Editore: Libreria Pienogiorno

Data di pubblicazione:10 Gennaio 2024

Target:+14

Con un treno di tenebra sono arrivati,
con un treno di luce fuggiranno via:
questa è la straordinaria storia
della “baracca dei bambini” di Bergen-Belsen.

È una favola quella che Luba si è inventata per regalare ai “suoi” bambini un sorriso: il gioco del treno azzurro. Uno dopo l’altro, prima di salire su quel convoglio immaginario, ciascuno dice dove vuole andare, e la locomotiva li porta a destinazione. «A casa», sospirano quasi tutti. Sanno che da Bergen-Belsen nessuno può uscire, ma il treno azzurro tiene viva la speranza che un giorno l’orrore in cui sono sprofondati svanirà. Un treno di tenebre li ha portati fin lì – dalla Francia, dall’Olanda, dall’Ungheria, dalla Polonia, ovunque i nazisti hanno esteso la loro croce uncinata – un treno di luce li farà fuggire via. Sono migliaia i bambini di tutte le età che hanno varcato i cancelli dello Stalag 311, il lager della bassa Sassonia dove è stata rinchiusa anche Anna Frank. Molti di loro si sono ritrovati presto soli, perché i genitori, prima i padri poi le madri, sono stati mandati a lavorare come schiavi nell’industria bellica. Neonati, bambini piccoli, adolescenti abbandonati a loro stessi in mezzo a prigionieri adulti, tutti in lotta per la vita. Ma nel mezzo della notte più buia, una prigioniera polacca, un’infermiera di nome Luba Tryszynska, già sopravvissuta ad Auschwitz, è riuscita a creare per loro un’oasi segreta all’interno del campo, dove molti sono stati nascosti e protetti. Per loro ha lavorato, implorato, barattato, rubato cibo, vestiti, medicine, ogni cosa per preservarli dai morsi della fame e dalla furia delle guardie, un giorno dopo l’altro. Quei piccoli si chiamano Marc, Stella, Jacques, Liza, e con mille altri nomi. Questa è la loro storia: la straordinaria vicenda delle “baracche dei bambini” a Bergen-Belsen.

Ho chiuso queste pagine con occhi gonfi di lacrime e uno strazio nel cuore: feroce, lacerante. Leggo da sempre storie che narrano gli orrori della Shoah, perché credo sia necessario, fondamentale, non dimenticare mai cosa l’umanità è stata capace di fare, quali sono state le tremende soluzioni che, in nome di un’ideologia, hanno portato a cercare di annientare un intero popolo, e con loro tutte quelle persone ritenute indegne di vivere perché imperfetti, malati, omosessuali, rom.

I bambini del treno ci fa conoscere tre sopravvissuti, tre vite intrecciate a tante altre, che hanno attraversato l’inferno del campo di Bergen- Belsen, e che ne sono usciti cambiati. Basta guardare i loro occhi, ascoltare le loro voci incrinate per sapere che, anche se sono usciti da quei lager, un pezzo della loro anima è ancora lì, tra quella cenere e fango, aggrappato al filo spinato, abbracciato a qualcuno che, da lì, non è mai venuto fuori. Incontriamo in queste pagine Luba, l’angelo di Bergen- Belsen che, nonostante fosse ancora giovanissima e con il cuore a pezzi per aver dovuto lasciare suo figlio ad Auschwitz, ignara della sua sorte ha rubato alla morte decine e decine di bambini, salvandoli, proteggendoli, nutrendoli e regalando loro la speranza per il futuro, con una favola, un miraggio di salvezza, una carezza.

 Devono sperare e per sperare devono immaginare che tutto questo passerà. Con un treno buio sono arrivati, con un treno pieno di luce andranno via.

 

Tanti volti, tante vite, cuori afflitti e sanguinanti, passi incerti e traballanti vagano tra il fango e le baracche del campo. Troviamo Jacques, francese, appena dieci anni, arrivato con la mamma, la sorellina e il fratellino, chiamato a soffocare lacrime, fame e sogni, ad accantonare i giochi dell’infanzia, a diventare uomo, a essere anche egoista per sopravvivere. E poi c’è Liza, polacca, ancora giovanissima all’inizio dell’occupazione tedesca, ma che si fa valere con coraggio, spirito d’ iniziativa e una grande forza d’animo, anche a Bergen- Belsen. Sono tanti i bambini che incontriamo in questa storia, farfalle che avrebbero dovuto volare libere su prati fioriti, piccole vite pronte ad affacciarsi al mondo, da tenere strette tra braccia amorevoli ma che, invece, vennero strappate via con ferocia da quegli abbracci, dalle famiglie, dai giochi infantili, dai sogni spensierati per una scellerata, crudele, insensata e orribile ideologia. Invece di risa e giochi hanno trovato urla, pianti, occhi sbarrati e colmi di lacrime, ogni barlume di speranza è stato spezzato, ogni volto scalfito dalla fame, ciascuna famiglia è stata divisa, distrutta. I due autori hanno intessuto una narrazione cruda, straziante, che trafigge il cuore, lo spezza e, lo mette di fronte, ancora una volta, a una crudeltà che continuo a chiedermi come sia stato possibile perpetuare. C’è filo spinato, fango e fumo, cenere e un cielo senza colori, in un mondo senza speranza né compassione a fare da cornice a queste vite spezzate. Ma troviamo anche chi, come Luna Tryszvynska, ha rischiato la sua stessa vita per tutti i bambini che è riuscita a nascondere e tenere al sicuro. 

Si accorgevano invece che tra casa loro, il paradiso, e l’inferno, le camere a gas, esisteva uno spazio in cui i vivi non erano più vivi ma non erano ancora morti. Chi avrebbe mai pensato che esistesse un posto del genere?

 

Una storia che trafigge, scuote le coscienze, e ci spinge a lottare contro le ingiustizie, le sopraffazioni, le discriminazioni: l’odio trova sempre terreno fertile, il difficile è diffondere amore, tolleranza, solidarietà ma, se i giusti e gli equi sono i più numerosi, i più forti e solidi, c’è sempre speranza per un mondo migliore, affinché quello che è stato non accada mai più. Purtroppo, non è così facile, basta guardarci intorno, in un mondo dilaniato, per vedere altri genocidi, altre barbarie, altri bambini in lacrime strappati ai loro cari.

 

 

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