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Recensione: “The glass castle” di Jeannette Walls

Il padre di Jeannette, autodidatta “inventore”, è eternamente alle prese con un apparecchio per trovare l’oro che li renderà tanto ricchi da poter costruire un castello di vetro in mezzo al deserto, ma intanto spende tutto tra poker e whisky; anche la madre, artista e insegnante, ama la vita incerta, senza vincoli e senza legami. I due si occupano dell’educazione dei figli, con lezioni che spaziano dalla geologia alla letteratura, e soprattutto insegnano loro a non avere paura della vita, a badare a se stessi, procurarsi di che mangiare… Finché, a diciassette anni, Jeannette e la sorella lasciano la famiglia per New York. Romanzo autobiografico scritto da una brillante giornalista americana.

Quando ho iniziato questo romanzo non sapevo fosse un’autobiografia, l’ho capito man mano che andavo avanti col racconto e, allo stesso tempo, ho cominciato a pormi delle domande sui protagonisti. La storia di Jeannette, brillante giornalista, ha origini che definirei straordinarie: alle sue spalle non ha l’ordinaria famiglia americana con la casa con il prato davanti, l’auto nel vialetto e il papà con il posto fisso; la sua è una famiglia di sopravvissuti, di reietti, di randagi. Eppure da questa famiglia, è uscita fuori lei, giornalista, un fratello sergente di polizia e una sorella illustratrice. Allora mi sento di dire che è una storia che fa riflettere su tanti punti: innanzitutto sull’amore per i figli e il dovere. I genitori di Jeannette sono due ragazzi mai diventati grandi, e nonostante questo hanno saputo crescere, seppure con i modi sbagliati, quattro ragazzi con principi sani e tanta forza di volontà che li ha portati a riscattarsi dalla vita. Mi sono chiesta spesso, durante la lettura, se i signori Walls si siano mai resi conto dei comportamenti sbagliati e dei rischi che hanno fatto correre ai figli, per inseguire i propri sogni, e sono arrivata alla conclusione che la loro mente visionaria è stata in realtà il vero motore di una vita, per certi aspetti triste e disperata, ma comunque una grande avventura. Lei, Rose Mary, artista dentro, ma bambina capricciosa e viziata fuori, che punta i piedi con i figli e li invidia per la loro possibilità di rincorrere i sogni; è madre, perché li ha partoriti, ma mai si dimostra tale, nel senso benevolo del termine, anteponendo sempre le sue esigenze a quelle dei figli. A tratti l’ho odiata, ma non compresa fino in fondo.

«Sono troppi soldi» spiegai. «Cosa ci dovrei fare, poi?» «Tenerla in famiglia.» «Non posso credere che tu mi stia chiedendo questo» obiettai. «Non l’ho mai neanche vista, quella terra.» «Jeannette,» disse Mamma, dopo aver preso atto che non l’avrebbe spuntata «mi deludi profondamente.»

Lui, Rex, un tipo da schiaffi, fantasioso e dinamico, talmente bravo con le parole da abbindolare tutti e da riuscire a portare avanti la famiglia anche senza un lavoro. Ha affascinato anche me, nonostante l’approfittarsi dei figli, in fondo in fondo non li ha mai abbandonati.

Ogni volta che penso a te, mi dico che qualcosa di giusto devo averlo fatto.» «Certo che l’hai fatto.» «Be’, tutto bene, allora.» Era ora di andare. Li baciai entrambi e, sulla porta, mi voltai a guardare Papà un’altra volta. «Ehi» disse. Mi strizzò l’occhio e puntò l’indice verso di me. «Ti ho mai abbandonato?»

E poi i figli, Lori, Brian, Maureen e la protagonista Jeannette che vivono con l’innocenza della loro età l’indigenza della famiglia, passando attraverso vari Stati (geografici) e varie sistemazioni, convinti di vivere una grande avventura e prendendo consapevolezza di quanto sia diversa la loro condizione. Quattro ragazzi dai caratteri forti, caparbi, pronti a difendersi e ad aiutarsi. E poi… e poi non sarebbe giusto raccontarvi la loro storia, la dovete leggere per scoprire quanto può sopportare l’animo umano, quanto si possa essere altruisti per amore, quanto l’attaccamento alla vita costringa le persone alle azioni più vili. Ma anche quanto si possano amare i propri genitori, anche se non ne condividiamo le idee o i metodi, quanto si perdonino nonostante le scelte sbagliate e quanto non bisogna vergognarsi delle proprie origini perché sono quelle che ci hanno formato. Perché in fondo, questo è un libro che parla d’amore, l’amore di una famiglia che è rimasta unita (anche quando non lo era), nonostante le difficoltà, e mi viene da sorridere pensando che, visti i risultati, tutto sommato Rex e Rose avevano ragione.

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Il padre di Jeannette, autodidatta "inventore", è eternamente alle prese con un apparecchio per trovare l'oro che li renderà tanto ricchi da poter costruire un castello di vetro in mezzo al deserto, ma intanto spende tutto tra poker e whisky; anche la madre, artista e insegnante, ama la vita incerta, senza vincoli e senza legami. I due si occupano dell'educazione dei figli, con lezioni che spaziano dalla geologia alla letteratura, e soprattutto insegnano loro a non avere paura della vita, a badare a se stessi, procurarsi di che mangiare... Finché, a diciassette anni, Jeannette e la sorella lasciano la famiglia…

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baby.ladykira

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