Recensione: God of Ruin di Rina Kent
Serie: Legacy of Gods vol.4

Serie: Legacy of Gods vol.4
Autrice: Rina Kent
Genere: dark romance
Editore: Hope Edizioni
Data di pubblicazione: 22 aprile 2026
La serie è composta da:
- God of Malice vol.1
- God of Pain vol.2
- God of Wrath vol..3
- God of Ruin vol..4
Landon King è un artista geniale, un ragazzo ricco e snob.
E il mio peggiore incubo.
Mia Sokolov è in cerca di vendetta. Il mondo può anche vedere in lei una ragazza traumatizzata, ma nessuno può prendersela con la sua famiglia e passarla liscia.
Un piano accurato, un’esecuzione precisa, fine della storia.
Peccato che l’obiettivo del piano non sia d’accordo.
Landon King è un genio, abituato a manipolare le persone come pezzi su una scacchiera.
Peccato che la donna che lo sta sfidando non sia disposta a essere la pedina di nessuno.
Uno scontro di volontà elettrico, carico di ostilità, che accende un desiderio oscuro. Due anime ferite che lottano, contro se stessi e contro l’altro.
Landon non si fermerà finché non avrà ottenuto la resa di Mia, la sua rovina.
Il dilemma è: chi cadrà per primo?
Avvertenze:
God of Ruin, quarto romanzo della serie Legacy of Gods, parla di primal play, sonnofilia e riferimenti a traumi infantili. Confido che, prima di procedere, siate consapevoli delle tematiche trattate.


God of Ruin è un dark mafia romance molto coinvolgente, con un ritmo veloce e una tensione costante tra i protagonisti.
I protagonisti di questo libro, come nei volumi precedenti della serie Legacy of Gods, sono i figli dei personaggi principali delle saghe Royal Elite ed Empire nati dalla penna di Rina Kent.
La storia parla di Landon King (il cognome è per lui super azzeccato), un manipolatore sociopatico, un anaffettivo artista geniale che utilizza l’arte per incanalare la sua oscurità temuto per la sua imprevedibilità e per il controllo che esercita su tutti.
Mia Sokolov (gemella di Maya), secondogenita della famiglia mafiosa Sokolof, è muta a causa di un forte trauma psicologico infantile, ma è tutt’altro che debole. È resiliente, fiera, profondamente empatica e comunica attraverso la lingua dei segni.
Il confronto tra lei e Landon è il cuore del romanzo: due personalità che si sfidano di continuo, due anime ferite che imparano lentamente a conoscersi e a fidarsi l’una dell’altra.
Uno degli aspetti che ho apprezzato di più è il continuo gioco tra cacciatore e preda che caratterizza il loro rapporto. Le sfide psicologiche, gli scontri verbali, i momenti in cui nessuno dei due vuole cedere e la costante ricerca dell’equilibrio rendono la loro relazione intensa e imprevedibile. Anche il rapporto di Landon con la sua arte ha un ruolo importante: i suoi dipinti diventano il riflesso delle emozioni che fatica a esprimere a parole.
L’ambientazione, intrecciata con il peso delle famiglie, dei segreti e delle rivalità, crea un’atmosfera cupa e coinvolgente. Tra feste esclusive, corridoi dell’università, incontri inaspettati e tensioni che sembrano esplodere da un momento all’altro, il lettore viene trascinato in un mondo dove nulla è davvero semplice. Il ritmo è costante: alterna scene emotivamente intense, dialoghi taglienti e momenti più introspettivi, senza risultare mai noioso.
Era la prima volta che leggevo un romanzo con dinamiche di primal play (pratica legata al mondo del BDSM) ed ero piuttosto titubante. Devo ammettere che non è un genere che sento particolarmente mio e credo che continuerò a preferire altri tipi di romance. Tuttavia, ho apprezzato il modo in cui Rina Kent inserisce questa sorta di rituali all’interno della relazione, facendoli diventare parte della costruzione del legame tra i due e non un semplice elemento provocatorio. Sono aspetti che richiedono fiducia, consenso e una profonda connessione emotiva, e questo emerge chiaramente nel corso della storia.
La scrittura di Rina Kent è uno dei punti di forza del romanzo: fluida, coinvolgente e capace di mantenere alta la curiosità fino all’ultima pagina. I dialoghi sono incisivi, la tensione tra i protagonisti è palpabile e l’evoluzione del loro rapporto è costruita con gradualità, rendendo ogni passo della loro storia credibile e intenso. Inoltre, ritrovare alcune figure già conosciute nei precedenti volumi della serie arricchisce ulteriormente la lettura e dà la sensazione di essere immersi in un universo narrativo ben costruito.
Pur non essendo il mio genere di riferimento, riconosco senza esitazione che Rina Kent è un’autrice straordinaria nel panorama del dark romance. Ha la capacità di creare personaggi imperfetti ma indimenticabili, relazioni che dividono ma fanno riflettere e storie che restano impresse.
God of Ruin mi ha fatto uscire dalla mia comfort zone e, anche se alcune dinamiche non fanno per me, è stata una lettura intensa che consiglio a chi ama i dark romance ricchi di tensione psicologica, protagonisti sfaccettati e capaci di mettere continuamente in discussione i propri limiti.







