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Lo scrigno delle emozioni: “Ubi tu es,ibi ego sum (dove sei, io sono)” di Chiara Reba Babocci Gentili

progetto grafico a cura di Federica

Buongiorno amore mio,
è passato così tanto tempo dall’ultima lettera che ti ho scritto che non so proprio da dove iniziare. In tutti questi anni passati insieme credo di averti detto “ti amo” al massimo cinque volte, in compenso, ti ho subissato di lettere sdolcinate. Non sono mai stata brava a parlare. Ho trovato il tuo posto segreto sai? Quello dove hai nascosto tutti i nostri ricordi, comprese le famigerate lettere!
A rileggerle adesso viene da ridere… La prima non si può certo definire d’amore, ma l’hai tenuta comunque, perché? Ricordami di chiedertelo.
Ti ricordi la prima volta che ci incontrammo? Avevo diciotto anni, ero sola e mi ero appena trasferita in questa piccola cittadina di provincia che poi è diventata la nostra casa. Quando sei entrato nell’emporio la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che fossi l’uomo più bello che avessi mai visto in tutta la mia vita: la divisa ti cadeva a pennello, l’accenno di barba e gli occhiali a specchio ti rendevano così misterioso che rimasi a bocca aperta a fissarti. Non mi hai mai detto cosa pensasti tu quella volta (dovrò chiederti anche questo!), da come ti avvicinasti pensai di aver commesso un qualche reato:
“Non le hanno mai detto che è da maleducati fissare le persone? Non l’ho mai vista da queste parti, chi è? Non dovrebbe essere a scuola?”
Una sfilza di domande e io lì, imbabolata, ma il tuo tono duro e sferzante mi diede la scossa, se ben ricordi:
“Non la stavo fissando, sono nuova da queste parti e no, non dovrei essere a scuola visto che l’ho finita! Con permesso!”
Avevo il viso in fiamme e il cuore che mi batteva all’impazzata. Pagai velocemente e mi precipitai fuori dal negozio verso l’auto ma tu mi venisti dietro…
“Signorina, aspetti!”
Mi voltai e tu ti togliesti gli occhiali: quando vidi quei meravigliosi zaffiri capii di essere perduta.
“Sono lo sceriffo di questa comunità e non mi piace che degli estranei arrivino qui, con tutta l’intenzione di restare, senza dirmi chi sono e cosa intendono fare nella mia città.”
Ero perduta, ma non totalmente in balia dei tuoi meravigliosi occhi…
“Sceriffo, non credo di aver commesso alcun crimine. Mi sono appena trasferita e non ho alcuna intenzione di creare problemi. Tanto meno voglio essere infastidita da chicchessia.”
“Si è trasferita da sola? Come pensa di mantenersi?”
“Non che siano affari che la riguardino, sceriffo, ma ho affittato un locale e conto di aprire la mia attività entro la prossima settimana. Soddisfatto?”
Sì, adesso posso dirtelo: in quel momento un po’ ti odiavo.
“Che tipo di attività?”
“Sono una sarta.”
“Troppo giovane per essere brava.”
“Ho imparato a cucire prima ancora che a camminare. Adesso se vuole scusarmi dovrei andare a casa.”
“Dove vive?”
“Sul serio? Ma è un interrogatorio? Non sono tenuta a dirle dove abito!”
“La cittadina è piccola, lo scoprirò comunque.”
“Perfetto. Allora lo scopra da solo!”
Mi voltai lasciandoti in mezzo al parcheggio, quando arrivai a casa ero così nervosa che fumai una sigaretta dietro l’altra. Così bello e così stronzo (mi spiace amore mio ma la prima impressione è stata proprio quella).
Ripensandoci direi che questo è stato il nostro primo litigio e credo che quel giorno iniziai ad innamorarmi di te.
All’inaugurazione del negozio venne tutto il paese e tutti mi accolsero a braccia aperte: dovetti rispondere a tutte le loro domande su chi fossi, su quanto fossi giovane, sul perché mi fossi trasferita lì, se intendessi rimanere, se fossi fidanzata… per fortuna che arrivasti tu a mettere fine a quel fuoco incrociato; mi trascinasti sul retro dove si apriva un piccolo cortile:
“Grazie. Ancora una domanda e sarei fuggita!”
“Glielo avevo detto. Qui siamo in pochi. Una famiglia allargata, non si sfugge ai parenti! A tal proposito sto ancora aspettando una risposta alle mie domande.”
“E va bene! Basta che mi prometta di spiattellare tutto in giro così non dovrò ripetere la storia vita natural durante!”
Scoppiasti a ridere, non ti aspettavi di certo che uno scricciolo come me potesse tenerti testa.
“Ho diciotto anni, sono orfana e sono venuta qui per iniziare da capo. Ho acquistato la villetta vicino alla biblioteca ed è lì che vivo. Sono astemia, non mi drogo ma fumo. Non ho malattie, non sono fidanzata, non sono sposata e non ho figli ma mi piacerebbe tanto un cane. Adesso sa tutto quello che c’è da sapere su di me.”
“Orfana?”
“Sì. Non mi guardi così. I miei genitori sono morti quando avevo dieci anni. L’avvocato di mio padre mi ha fatto da tutore fino alla maggiore età. Poi mi ha dato i miei soldi e mi ha caldamente invitato a togliermi dai piedi. Ero una responsabilità troppo grande per lui. Non c’è nessuna storia strappa lacrime dietro. Non mi è mai mancato nulla.”
“Le è mancata una famiglia.”
“Forse. Ma sono cresciuta bene ugualmente.”
“Cresciuta? È ancora una bambina.”
“Non sono una bambina, sono una donna. Certo rispetto a lei… quanti anni ha sceriffo?”
“Ho trentacinque anni.”
Mi spaventai e tu lo capisti. La differenza di età mi sembrava insormontabile. Però a vederti lì con il sole del tramonto che ti illuminava il viso capii che se solo avessi mostrato un minimo di interesse nei miei confronti l’età non sarebbe stata un problema. Non so per quanto rimanemmo a fissarci, ricordo solo che mi ritrovai a pochi centimetri da te persa nei tuoi occhi come tu lo eri nei miei. Fu quella la prima volta che mi chiamasti per nome:
“Elena…”
Ti avvicinasti ancora di più, sapevo che mi avresti baciata ed ero terrorizzata. Poi sul momento più bello…
“Christhpher! Ti ho cercato ovunque. Dobbiamo andare!”
Ti allontanasti senza salutarmi e andasti via con lei: bellissima, alta bionda, donna. Tutto il contrario di me.
Mi sentii ferita e quando mi spiegarono chi fosse e che vi frequentavate da un po’ provai, per la prima volta in vita mia, gelosia.
Passarono due mesi da quell’incontro; ti limitavi a salutarmi con un cenno quelle volte che ci incontravamo ma non mi rivolgesti mai la parola. Soffrivo così tanto amore mio, ogni volta era una stilettata al cuore. Il colpo di grazia però me lo diede lei:
“Buongiorno Elena.”
“Signorina Fisher, cosa posso fare per lei?”
“Ho bisogno di un vestito… da sposa.”
Credetti di svenire, era tronfia e mi guardava apertamente con astio. Ma non volevo darle soddisfazione, ricacciai indietro le lacrime:
“Felicitazioni Signorina. A quando le nozze?”
“Il prima possibile. Cristopher non può più aspettare e nemmeno io.”
Passammo tutta la mattinata tra stoffe, misure e modelli. Quando se ne andò ero talmente distrutta che decisi di chiudere il negozio prima e di rintanarmi a casa. Mi ero completamente dimenticata della festa di primavera:
“Elena! Chiudi prima? Allora stasera passo a prenderti per le otto?”
E dell’appuntamento che avevo dato a Mike (all’epoca era ancora una recluta dei pompieri, ti ricordi?)
Ero sul punto di inventare una scusa ma quando lo guardai vidi così tanto entusiasmo che non ce la feci:
“Alle otto a casa mia! Adesso fammi andare a preparare, a dopo!”
Rovinosamente andai a sbattere contro di te:
“Attenta!”
Mi afferrasti per le spalle; che effetto le tue mani su di me, che calore che emanavi. Mi divincolai.
“Mi spiace sceriffo. Non l’avevo vista.”
“Elena…”
“Ciao Mike, ci vediamo dopo. Sceriffo… a proposito, congratulazioni.”
Ti irrigidisti e le tue labbra divennero due fessure. Non dimenticherò mai il tuo sguardo: i tuoi occhi lampeggiavano di rabbia e rimpianto.
La sala del municipio era gremita, credo ci fosse tutto il paese. Quando entrai a braccetto con Mike tutti gli occhi si posarono su di me: ricordo di aver pensato che lo stupore generale era dovuto al fatto che mi vedessero per la prima volta con un vestito. Era di seta, color carta zucchero con la scollatura quadrata e mi arrivava sopra il ginocchio fasciando le poche curve che avevo. Quella serata cambiò per sempre le nostre vite.
Strinsi un po’ di più il braccio di Mike che avvicinandosi mi sussurrò all’orecchio di tranquillizzarmi, che sicuramente sarebbe stato l’uomo più invidiato di tutta la festa. Di sicuro tu l’avresti ucciso, ma quello lo scoprii solo in seguito. Eri bellissimo in smoking. Quando ti vidi ti immaginai all’altare ad aspettare la tua sposa solo che nei miei sogni ero io colei che attendevi.
Ballai per tutta la sera avendo molta cura di evitarti: ogni volta che ti avvicinavi costringevo il povero Mike a buttarsi in pista: non volevo parlarti. Ero certa che sarei scoppiata in lacrime e che mi sarei resa ridicola. Non c’era mai stato nulla tra di noi, nemmeno all’inaugurazione del negozio. Non avevo esperienza. Non ero del tutto ignorante ma qualche bacio con il compagno di classe non faceva di me una donna vissuta. Non faceva di me una donna e basta. All’improvviso mi sentii così sciocca.. Mi ero messa quel vestito per attirare la tua attenzione, avevo accettato l’invito di Mike per lo stesso motivo. Mi ero truccata e pettinata e per cosa? Tu ti saresti sposato prestissimo e mi consideravi alla stregua di una bambina. Quello che ero in fondo. Non potevo competere con Stella ed era inutile continuare a pensare che non fosse adatta a te. Dovevo cacciarmi in testa che l’avresti sposata e che io non avevo mai avuto alcuna speranza. Eppure il mio cuore continuava a battere, solo per te.
Mi rifugiai in bagno, gli occhi gonfi di lacrime che non volevo versare davanti a te. Non ricordo quanto tempo passò prima di sentire la porta che si apriva lasciando entrare Stella e le sue amiche…
“Non ci hai ancora raccontato come l’ha presa!”
“Come vuoi che l’abbia presa?! All’inizio era scettico, ha iniziato a dire che avevamo sempre preso tutte le precauzioni e che non era possibile. Allora ho iniziato a piangere, a dire che non mi amava e che se pensava che fossi una poco di buono doveva dirmelo. Gli ho giurato che era l’unico uomo per me e che lo amavo. Alla fine ha ceduto”
“Ma non pensi che se ne accorgerà? Voglio dire, lui e il vero padre non potrebbero essere più diversi.”
“Oh tesoro, posso sempre tirare in ballo qualche gene regressivo!”
Scoppiarono a ridere mentre io ero sconvolta: vero padre? Allora era per questo che la sposavi! Il tuo senso dell’onore non ti avrebbe mai permesso di non farlo. Ma ti stava ingannando. Dovevo dirtelo? Ero così tormentata! Se avessi pensato che mi fossi inventata tutto avrei fatto la figura della persona meschina e cattiva. Ma se in realtà fossi stato veramente innamorato di Stella ti avrei spezzato il cuore.
Alla fine decisi. Alla prima occasione ti avrei raccontato tutto. Uscii dal bagno triste ma determinata ma eri andato via. Cercai Mike, a quel punto volevo solo tornare a casa. Quando non trovai nemmeno lui valutai le opzioni e decisi per una (lunga) passeggiata. (Se ripenso adesso al motivo per il quale Mike non si fece trovare mi viene da ridere! Pensare che eri così geloso! Quando scoprimmo che nessuna donna era il suo tipo il tuo sospiro di sollievo fu disarmante!)
Ti ricordi piccolo mio? Scoppiò un violento temporale che mi colse alla sprovvista. Iniziai a correre ma caddi rovinosamente. Avevo paura: la caviglia mi faceva un male cane, era buio e freddo. La pioggia aumentava di intensità. Ero terrorizzata. Poi dal nulla arrivasti tu; ti inginocchiasti accanto a me e quando mi voltai per guardarti scoppiai in singhiozzi. Ricordo ancora la sensazione delle tue braccia che cingendomi mi sollevarono, ricordo il tuo profumo e il calore del tuo corpo. Avevo freddo ed ero dolorante ma il mio corpo bramava il tuo tocco; diventai smaniosa e appoggiai la testa nell’incavo del tuo collo. Ancora oggi non mi spiego da dove venne fuori tutto quel coraggio ma quando le mie labbra incontrarono la tua pelle morbida capii che mi sarei concessa a te lì sotto la pioggia, in mezzo alla strada. La tua presa si fece ancora più salda e mi stringesti ancora di più al tuo petto. Quando giungemmo a casa mia (non ricordo nulla del viaggio in auto) e mi poggiasti sul divano non volevo lasciarti andare. Solo tra le tue braccia mi ero sentita al sicuro. Ma poi, provasti a rovinare tutto:
“Quale razza di idiota esce in durante un temporale e corre sui quei dannati trampoli?! Mi spieghi perché non sei tornata con Mike?”
“Mike se ne è andato ed ero stanca. Non pioveva quando ho lasciato la festa.”
“Il tuo accompagnatore ti ha lasciato da sola?! Io quello lo ammazzo. Non potevi chiedere un passaggio a qualcun altro?”
“Si stavano divertendo e non volevo disturbare nessuno. Non pensavo che…”
“Esatto. Non hai pensato. Se non fossi arrivato io a quest’ora saresti ancora lì!”
“Avrei chiamato qualcuno, ho il cellulare con me”
“Le linee sono interrotte. Il temporale ha divelto i pali telefonici. Per questo sono andato via dalla festa.”
“Mi dispiace.”
“Fai bene ad essere dispiaciuta. Mi hai fatto perdere tempo. Dovrei essere per strada a verificare che tutto sia a posto e che tutti siano al sicuro. Non dovrei essere qui a perdere tempo con una bambina viziata che si annoiava alla festa!!”
Le tue parole mi fecero male. Il tono mi uccise. Eri così freddo e distante. Immaginai che impressione dovevo farti: un pulcino bagnato lontani anni luce dall’essere una donna. In quel momento l’idea di dirti quello che sapevo di Stella mi terrorizzava. Dovevo farlo però, pensai che tanto peggio di così non poteva andare, ma tu proprio non la smettevi di parlare!
“Sapevo che avresti creato problemi dal momento in cui ti ho vista! Con quel viso d’angelo e quell’aria sempre posata e seria, ma avevo capito che in realtà sei tutt’altra cosa! Ovunque vada ti ritrovo in mezzo ai piedi!”
Mentre parlavi andavi avanti e indietro per la stanza, non ricordo se mi feci divertire più di quanto mi incutessi timore. Ti guardavo e capii di amarti. Semplice.
“Cristopher, aspetta…”
“No! Non ti rendi conto del pericolo che hai corso! Poteva venirti una polmonite se non ti avessi trovato! Per di più mi stai facendo perdere tempo!”
“Vattene allora! La tua buona azione quotidiana l’hai fatta giusto? Adesso che hai riportato la stupida bambina a casa puoi vivere tranquillo. Esci da casa mia sceriffo! Vai dalla tua fidanzata, vai a salvare qualcun altro! Anzi, vai al diavolo!”
Mi avevi esasperato. Ti amavo alla follia ma ti giuro che in quel momento ti avrei messo le mani intorno al collo!
Mi tirai su dal divano ma la caviglia era gonfia e dolorante così perdetti l’equilibrio, ma tu eri lì pronto a sorreggermi. Fui di nuovo tra le tue braccia: ero stanca, infreddolita, triste.
Non riuscii a guardarti in faccia fino a quando non mi feci alzare il viso.
“Sciocca ragazzina…”
Mi baciasti, il nostro primo bacio vita mia.
Sapevi di pioggia, di vento, di tempesta. Fu un bacio disperato, passionale. Non pensavo, non ragionavo, non esistevo. Eravamo tutto e nulla, realtà e finzione, amore e odio. Le mani esploravano, il respiro mancava. I tuoi occhi, quelle meravigliose pietre verdi… ricordo come brillarono quando ti dissi che saresti stato il primo. Ti ricordi cosa mi rispondesti?
“Sarò l’ultimo Elena…”
La notte più bella della mia vita: non era fuori la tempesta era dentro di noi. Mi amasti con passione e dolcezza. Il mio piacere fu il tuo, il tuo respiro si mescolò al mio. Morimmo e rinascemmo.
Quella notte concepimmo Mathias.
Ma, ancora dovevo dirti di Stella.. Credo di non aver mai visto tanta furia negli occhi di qualcuno. Mi promettesti che saresti tornato presto e scappasti via. Il mattino dopo incontrai Stella, non te l’ho mai detto questo…
“Tu, maledetta. Gliel’hai detto tu vero? Non so come ma devi averlo saputo.”
“Ero in bagno. Ho sentito tutto quello che hai detto alle tue amiche. Doveva saperlo. Anche per il bambino. Non è giusto crescere un innocente in una menzogna.”
“Non fare la santarellina. L’hai fatto solo perché lo vuoi per te. Ma ricorda. Non durerà per sempre.”
Non le ho dato peso, non le ho creduto.
Ci sposammo in fretta e furia, ricordo ancora la faccia di Padre Andrea quando gli demmo la notizia! E il sindaco? Lo sceriffo che si sposava con la nuova arrivata! È stato tutto così emozionante, così intenso, così divertente.
“Io, te… ospedale.”
“Ti avevo detto di non mangiare troppo cioccolato. Arrivati a questo punto le voglie dovrebbero esserti passate!”
“Acque…”
“Acque?!”
Oh, se penso adesso al tuo viso terrorizzato e cereo scoppio a ridere. In quel momento però avrei tanto voluto strozzarti..
“Spingi amore mio. Pensa ad <Alien>: un essere abominevole dentro di te devi buttarlo fuori!”
“Sceriffo, sua moglie sta cercando di avere un bambino. Non un mostro.”
“Infermiera lo sbatta fuori o lo faccia stare zitto. Ti odio.”
“Io invece ti amo.”
“Anch’io ma ti odio e adesso sparisci.”
Due ore dopo tenevi nostro figlio stretto a te.
“Siete i miei tesori. Vi proteggerò sempre. Vi amerò per sempre. Mi hai reso l’uomo più felice del mondo. Non ti ringrazierò mai abbastanza. Non ti amerò mai abbastanza.”
“Amami, resta con me. È tutto ciò di cui ho bisogno.”
Quattro anni dopo nacque Althea.
Eravamo felici, innamorati. Perfetti. Era utopia, era sogno, era uno sdolcinatissimo romanzo d’amore.
Per questo non capisco. Come hai potuto? Ti ho pregato, scongiurato. Ma non è servito. Non hai ascoltato nemmeno i nostri figli.
Appena la porta di casa si chiuse dietro di te piansi lacrime amare. Sapevo che non ti avrei più rivisto.
Ti ho odiato perché sapevo che ti avrei amato per sempre, che dopo di te non ci sarebbe stato nessun altro. Che dopo di te avrei smesso di esistere.
Quando, il mattino dopo, sentii bussare alla porta sapevo già tutto. Il povero John non sapeva da che parte iniziare:
“Elena, io… mi spiace…”
Non volevo sapere, non volevo vedere nessuno, non volevo parlare, non volevo sentire. Ero morta, come te. Non vennero le lacrime, per lo meno non subito. Ero ovattata. Poi cedetti. Quando vidi l’uomo che eri stato chiuso nella bara la disperazione vinse. Pensai a tutto: ai Natali, ai compleanni, alla laurea di Mathias, al diploma di Althea. A quando si sarebbero sposati, ai nipoti. Quante cose ti saresti perso. Morire a cinquantacinque anni è disumano.
Solo molto tempo dopo mi feci raccontare l’accaduto: morto per difendere un bambino dal padre drogato e armato. Ti ho odiato e amato in egual misura.
Adesso mio dolce amore, ad un anno esatto dalla tua morte dico basta. Non ce la faccio. Semplicemente non resisto. Non esisto senza di te ed è inutile insistere. Tutti mi dicono di guardare avanti, di farmi forza, di pensare ai nostri figli, di vedere in loro una parte di te. Mi dicono che sono giovane e che tu non vorresti vedermi ridotta così. Forse hanno ragione, ma se solo capissero la fatica che faccio ogni maledetta mattina per alzarmi dal letto.. la nausea che mi assale ogni volta che devo mangiare… il nodo che mi stringe la gola quando sento il tuo profumo… il desiderio di diventare cieca piuttosto che continuare a vedere i tuoi vestiti nell’armadio che non riesco a mettere via. Non voler sentire più il proprio corpo che ancora brucia al ricordo dell’amore. Mathias e Althea sono forti. Saresti orgoglioso di loro. Io ho bisogno di te. Tutto qui. Sono egoista, sono debole. Ma non c’è vita per me senza di te.
Se potessi urlare a Dio quanto mi manchi sicuramente ti riporterebbe da me. Ma la nostra utopia è finita… a presto amore mio.
Tua per sempre,
Elena.

Romanticamente Fantasy

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