Home » Lo scrigno delle emozioni, concorso racconti inediti autori » Lo scrigno delle emozioni: ” Portami con te” di Paola Gianinetto

Lo scrigno delle emozioni: ” Portami con te” di Paola Gianinetto

progetto grafico Angelice

Un lungo gemito risuonò nella notte.
Zoe si rannicchiò in posizione fetale, stringendosi forte le braccia attorno al corpo teso e dolorante, mentre si sforzava invano di sottrarsi all’incubo che l’aveva svegliata. Dalla spalla e dal braccio destro si diffondevano in tutto il corpo acute fitte di dolore, il materasso era duro e freddo e la guancia pulsava forte a causa di un oggetto appuntito che si era conficcato nella carne dello zigomo. Qualcosa non andava, doveva svegliarsi, subito.
Inspirò con forza e sentì un intenso odore di terra, di muschio e… di sangue. Gli occhi furono l’unica parte del corpo a muoversi, si spalancarono di scatto, solo per scoprire che il buio era ancora più buio. Agghiacciata, Zoe mosse piano la mano destra, strofinando il dorso contro una superficie ruvida e irregolare, mentre gli occhi a poco a poco si abituavano all’oscurità e cominciavano a scorgere immense forme indistinte che ondeggiavano piano sullo sfondo della luce bianca della luna. Il rombo che sentiva nelle orecchie prese forma lentamente, trasformandosi nel fragore di un’enorme quantità d’acqua che scorre.
Rocce. Alberi. Cascate.
I suoi sensi ripresero a funzionare a pieno ritmo, inviandole un’incredibile quantità di stimoli, finché la consapevolezza la trafisse, improvvisa e violenta come un calcio in pieno stomaco: non si trovava nel suo letto e quello non era un sogno. Si alzò a sedere lentamente e lo sguardo scivolò sul suo corpo avvolto nella camicia da notte bianca. Il tessuto era strappato in più punti e sulla spalla destra c’erano alcune piccole macchie scure. Zoe si toccò la guancia con la punta delle dita e quando le osservò si accorse che erano macchiate di sangue. Rabbrividì nell’aria fredda della notte, circondandosi le ginocchia con le braccia per tentare di scaldarsi, e il suo cervello si mise a lavorare febbrilmente per dare un senso a ciò che chiaramente non ne aveva.
Che cosa ci faceva seminuda in mezzo a un bosco? L’unica spiegazione logica era che qualcuno l’avesse prelevata dal suo letto durante la notte, probabilmente drogata e portata lì mentre era incosciente. Ma perché? E dov’era, adesso, il suo fantomatico rapitore? Che cosa voleva da lei?
Si sforzò di respirare lentamente per calmarsi e all’improvviso si rese conto che faceva tanto freddo, troppo. Quella notte, prima di andare a letto, aveva acceso il ventilatore e si era addormentata coperta da un velo di sudore, dopo aver combattuto per più di un’ora contro la torrida afa di luglio. Lì, invece, si gelava. Doveva essere in montagna, molto in alto, ma come aveva fatto ad arrivare fin lì? Con un elicottero, forse? Mille domande ripresero ad affollarle la mente, mentre il panico serpeggiava lento e strisciante su di lei, le entrava sotto pelle, soffocandola. C’era qualcosa di strano, molto strano. Gli odori, i suoni, la stessa aria che respirava sembravano diversi, alieni, lontani da qualunque cosa avesse mai sperimentato.
Forse era morta, e quello era l’inferno.
Zoe allentò la ferrea stretta della mascella e i denti presero a battere gli uni contro gli altri, mentre lacrime calde le bagnavano le guance. Chiuse gli occhi. Ti prego, ti prego – recitò nella sua mente, senza sapere bene a chi si stesse rivolgendo – riportami indietro, voglio tornare a casa, ti prego…
Il suono di un nitrito la indusse a riaprire gli occhi di scatto. Si girò verso il rumore, paralizzata, scrutando il buio a occhi sbarrati. Passò un minuto, forse due, poi una sagoma gigantesca emerse, nera, dal folto degli alberi. Il cuore che fino a un attimo prima le rimbombava nel petto smise del tutto di battere, congelando la realtà in un istante infinito di puro terrore. Tra qualche istante tutte le sue domande avrebbero avuto risposta, avrebbe scoperto dov’era e perché, e qualunque cosa fosse la creatura che avanzava lentamente, l’incubo vero e proprio sarebbe iniziato.
Il cavallo si fermò a pochi metri da lei, tanto che Zoe dovette gettare la testa all’indietro per riuscire ad abbracciarlo tutto con lo sguardo. Era immenso. Un’oscura bestia infernale, con zoccoli grossi come la sua testa e froge frementi. Scalpitava, come se volesse travolgerla, o forse divorarla, ma l’uomo in sella lo tratteneva dal balzarle addosso con una mano saldamente avvolta ai finimenti di cuoio. Da quella mano, gli occhi di Zoe si spostarono lungo il polso, sull’avambraccio muscoloso, fino all’enorme bicipite contratto nello sforzo di trattenere l’animale. Salirono ancora più su, scivolarono sul mento, sulla mascella squadrata e poi si fermarono, catturati da altri occhi.
In quel momento, Zoe ebbe l’assoluta certezza che quel luogo non si trovasse nel suo mondo.
Non fu tanto l’aspetto selvaggio dell’uomo a convincerla, né il fatto che il corpo possente fosse rivestito di cuoio e di ferro e nemmeno la gigantesca spada che portava al fianco, o la minacciosa mazza ferrata appesa alla cintura. Fu il suo sguardo a persuaderla. Le propaggini dell’elmo antico scendevano a ricoprire il naso e le guance, e dalle fessure lasciate libere dal metallo splendente gli occhi d’argento fissi su di lei sprigionavano una tale ferocia da congelarle il sangue nelle vene. Quell’uomo era come il suo cavallo: demoniaco, terrificante e assolutamente irreale. Un’apparizione da quello che stava per trasformarsi nel suo inferno.
Il cavallo si mosse nervoso agitando la folta criniera, mentre la grossa testa si protendeva verso di lei, impaziente, ma l’uomo mantenne l’assoluto controllo sull’animale e continuò a fissarla per quello che a lei parve un tempo infinito. Poi scese da cavallo. Zoe pensò confusamente che doveva fuggire, salvarsi, ma non fu capace di muoversi. Rimase accoccolata a terra, una piccola statua di terrore, mentre il guerriero torreggiava su di lei. Solo quando si chinò per raggiungerla riuscì a scuotersi da quella innaturale immobilità, preparandosi a lanciarsi verso il margine della roccia, verso il baratro e le acque vorticose sul fondo. Il precipizio era alto, sarebbe morta sul colpo e una morte veloce era di sicuro preferibile a lasciare che quell’incubo facesse di lei ciò che voleva. Prima che i muscoli potessero ubbidirle, una mano d’acciaio si serrò sul suo polso, imprigionandola. Zoe si voltò verso l’uomo, mentre alla paura si mescolava la rabbia per il fallimento del suo estremo tentativo.
Gli occhi d’argento la scrutarono fino in fondo all’anima e il guerriero scosse piano la testa, come in risposta a una domanda inespressa. Non sarebbe morta, lui non gliel’avrebbe permesso. Allora Zoe pianse, perché non c’era nient’altro che potesse fare, e fra le lacrime lo vide togliersi l’elmo e abbandonarlo accanto a sé sulla roccia. Aveva i capelli lunghi, di un biondo molto scuro, e una barba corta e ispida ombreggiava le guance e la mascella che pareva tagliata con l’accetta. La bocca era piegata in una smorfia dura e sprezzante, eppure le labbra apparivano morbide, quasi sensuali, in totale antitesi con quel volto scolpito nella pietra.
L’uomo allungò una mano e nel momento in cui le sfiorò la guancia Zoe avvertì una scarica di energia tanto forte da farla sobbalzare. La mano era così grande che avrebbe potuto coprirle l’intero volto, o spezzarle il collo senza alcuno sforzo, ma il suo tocco era gentile, quasi delicato. Le asciugava le lacrime con la punta delle dita, seguendole con uno sguardo assorto, sorpreso, come se non avesse mai visto qualcuno piangere. Con lo stesso dito, sfiorò la ferita sulla sua guancia e poi fece una cosa che lasciò Zoe completamente senza fiato. Si portò il dito alle labbra e lo succhiò, assaggiando le sue lacrime e il suo sangue. Quel gesto, anziché disgustarla, la scosse nel profondo. L’istinto le disse che lui lo considerava un modo per esserle più vicino, meno estraneo, per conoscerla, assaporarla, prendere dentro di sé una parte di lei.
L’uomo chiuse gli occhi per un momento e poi li riaprì, facendoli scorrere sulla camicia da notte strappata, su ogni centimetro del suo corpo, scosso da brividi di freddo e paura. Senza emettere un suono, si avvicinò ancora di più, afferrò i lembi del suo ampio mantello e lo avvolse attorno a lei. Zoe tremò ancora più forte quando avvertì l’immenso corpo di lui contro il suo, caldo dove lei era fredda, duro dove lei era morbida, un rifugio sicuro nel quale rannicchiarsi per nascondersi dal male, per dimenticare la paura. Si sentì stringere e le parve di dissolversi fra quelle enormi braccia. Voleva che accadesse. Voleva scomparire, smettere di pensare, annullarsi in lui e nel conforto che incredibilmente le stava dando.
Quando sentirlo contro di sé non le bastò più, Zoe alzò il viso e lo guardò negli occhi. Lui non sorrideva, né aveva cambiato espressione: la fissava serio e la brutale aura di potere che lo avvolgeva era ancora lì, più minacciosa che mai ora che lui era così vicino. Negli occhi d’argento, però, Zoe intravide qualcos’altro: una fame antica e feroce, così violenta che lei si chiese se, come il suo cavallo, quell’uomo volesse divorarla. Ma le braccia la stringevano dolcemente, le mani posate immobili sul suo corpo non le facevano male, la proteggevano, senza costringerla.
Su una cosa, però, non c’era alcun dubbio: quell’uomo la voleva, con una tale intensità che Zoe dubitava le avrebbe permesso di opporsi a quel desiderio. All’improvviso fu consapevole delle catene incrociate sul petto di lui, della grossa borchia di ferro che premeva contro il suo petto, affondandoci dentro. Sentì l’odore di cuoio e di terra, di una natura selvaggia che non esisteva più. L’uomo che la stringeva a sé come se gli appartenesse sapeva di un’umanità perduta, di un tempo ormai dimenticato. Era totalmente irreale, eppure vero come mai niente lo era stato, per lei.
Zoe liberò una mano, che salì leggera a posarsi sulla guancia ruvida. L’argento brillò ancora di più, le mani aumentarono la stretta e la bocca dura e crudele scese sulla sua. La carezza delle labbra fu rude, carica di un’urgenza a stento contenibile e quando Zoe aprì la bocca lui la divorò, reclamandola come sua. Allora lei chiuse gli occhi, abbandonandosi a quella creatura venuta da un altro mondo non perché non avesse altra scelta, ma perché ne aveva bisogno quanto lui. Non c’era motivo di avere paura, Zoe sapeva cosa aspettarsi, quella notte: lui non avrebbe avuto pietà ed era esattamente quello che lei voleva…

Il suono assordante del clacson la riportò alla realtà appena in tempo perché potesse sterzare bruscamente, evitando per un pelo il grosso camion che procedeva nella corsia opposta.
Zoe frenò di colpo, fermando la macchina a lato della strada, e per interi minuti rimase immobile con le mani strette sul volante, nelle orecchie il battito assordante del suo cuore. Stavolta l’aveva davvero scampata bella e questo avrebbe dovuto farle capire quanto fosse il caso di affrettarsi a tornare sulla Terra, riprendendo in mano le redini della sua vita allo sfascio. Il problema era che, per quanto si sforzasse, non riusciva a farlo. D’altra parte, avrebbe sfidato chiunque a tornare tranquillamente alla normalità, dopo l’incredibile esperienza che aveva vissuto sulla propria pelle.
Tutto era cominciato due settimane prima, nella notte più calda dell’anno.
All’inizio, subito dopo essersi svegliata, Zoe aveva creduto si fosse trattato di un sogno. Per qualche minuto, rannicchiata nel suo letto fra le lenzuola bagnate di sudore, aveva rivissuto ogni attimo di quella notte, ogni sensazione, il dolore, la paura e ogni brivido di violento piacere. Ma quando la veglia aveva preso del tutto il posto del sonno, le ci era voluto solo qualche istante per rendersi conto che tutto era successo davvero. Non aveva nemmeno avuto bisogno di alzarsi per controllare nello specchio del bagno la sottile ferita sulla guancia, né di abbassare lo sguardo sulla camicia da notte strappata o sul grosso livido viola sulla parte destra del costato. Le era bastato stringere le gambe e un lieve dolore misto a un piacevole indolenzimento le aveva provato senza ombra di dubbio che quella notte era stata con un uomo per il quale fare l’amore con una donna significava imprimere su di lei a fuoco il marchio del suo possesso.
La sua natura pratica e realista l’aveva indotta a vagliare le più svariate possibilità e per circa mezz’ora, mentre si alzava come uno zombie dal letto e si infilava sotto la doccia, era stata convinta di soffrire della sindrome da personalità multipla, come la protagonista di un film che aveva visto qualche tempo prima. Di notte, la Zoe sfrenata usciva di casa per abbordare il primo maschio disponibile da cui farsi sbattere, doveva essere questo il suo problema. Già dopo colazione, però, quella brillante teoria aveva perso gran parte della sua credibilità: perché non ricordava nulla di quanto era successo nella realtà e invece nella sua mente erano così vivide le immagini del sogno? Perché, diciamocelo, era poco probabile che la Zoe Zoccola avesse affittato un elicottero in camicia da notte, fosse salita sulla vetta di qualche montagna altissima che assomigliava alle foreste dell’antica Europa del Nord e avesse incontrato un tizio enorme vestito da Barbaro e armato di tutto punto, come se si preparasse ad affrontare una battaglia. E a vincerla, questo era poco ma sicuro.
Quella sera, tanto per togliersi ogni dubbio, aveva chiesto alla sua migliore amica di chiuderla in casa dall’esterno. Durante la notte si era svegliata di nuovo in quell’altro mondo e questa volta lui era già lì. Quando aveva aperto gli occhi, l’aspettava appoggiato a un albero nel folto della foresta e, come la notte precedente, si era avvicinato a lei senza dire una parola, aveva steso a terra il suo mantello e aveva fatto l’amore con lei come se ne andasse della sua stessa vita.
Da allora, era successo ogni notte. All’inizio c’erano stati dei momenti in cui Zoe credeva di non riuscire a sopportare quello che lui le stava facendo, quella passione divorante, la fame con cui le sue mani, la sua bocca, la sua lingua si nutrivano di lei, del suo corpo, della sua anima. Ma lui capiva. Il temibile guerriero sentiva la sua paura ancor prima che lei si rendesse conto di provarla e gli occhi d’argento la rassicuravano, le mani accarezzavano invece di frugare, le violente spinte con cui la possedeva rallentavano, finché non era lei stessa a chiedere di più.
Quando aveva cercato di comunicare con lui, le aveva posato un dito sulle labbra, scuotendo lentamente la testa. Lui non parlava quasi mai e quando lo faceva erano solo brevi frasi sussurrate, o urlate nell’impeto della passione, in una lingua sconosciuta. Zoe si era chiesta se fosse questo il motivo per cui non voleva comunicare con lei, ma sentiva che non era così. Lui preferiva che fossero i loro corpi a parlare, perché le parole non sarebbero servite a niente, non avrebbero colmato la distanza fra i loro due mondi, né aggiunto qualcosa a quello che già avevano l’uno dell’altra.
Ogni mattina, Zoe si svegliava nel suo letto indolenzita ma profondamente soddisfatta, e non solo fisicamente. Dopo qualche giorno, si scoprì ad attendere la notte semplicemente per poterlo vedere, per guardarlo negli occhi e provare quella profonda sensazione di appartenenza reciproca che mai aveva sognato potesse esistere. Ogni volta, lui le lasciava qualcosa di sé: il suo odore, il sapore dei suoi baci sulle labbra gonfie, i segni dell’estasi sulla pelle.
Ma la settima notte accadde qualcosa di diverso. Come al solito lui non disse nulla, ma appariva cupo, tormentato, e quando la possedette lo fece con violenza appena trattenuta, come se essere dentro di lei non fosse abbastanza. Al risveglio, la mano di Zoe stringeva un pesante oggetto di metallo: una collana d’oro massiccio con un pendente a forma di testa di drago, lo stesso simbolo scolpito sulla borchia di ferro che ornava l’armatura di lui. Fissando le zanne snudate della bestia, Zoe fu scossa da un lungo brivido, come se quel dono celasse un nefasto presagio.
Quella fu l’ultima cosa che ebbe, da lui.
Seduta nell’auto ferma a bordo strada, Zoe sospirò, tornando al presente. Erano passati sette giorni da quella notte e da allora lei non era più stata la stessa. L’immagine di lui la tormentava ogni secondo, giorno e notte: mentre era al lavoro, mentre mangiava, parlava, faceva la spesa al supermercato o fingeva di guardare la televisione. E anche mentre dormiva. Lo sognava spesso, ma non era la stessa cosa: quelli erano solo semplici sogni, lui non era davvero lì con lei e quando si svegliava Zoe lo sentiva ancora più lontano, tanto che aveva cominciato a pensare di essersi immaginata tutto quanto. Ogni tanto tirava fuori la collana d’oro antico dal cassetto del comodino e la stringeva fino a conficcarsi i denti del drago nella carne, perché il dolore la scuotesse dallo stato semicatatonico in cui era piombata da quando lui era scomparso. E perché era l’unico modo di provare a se stessa che non era pazza, che l’amante selvaggio che le aveva rubato il cuore era esistito davvero.
Sospirando, girò la chiave dell’auto, ma il motore si limitò a tossicchiare senza avviarsi. Zoe guardò davanti a sé la luce dei fari ridotta a un tenue bagliore e un’occhiata all’orologio sul cruscotto la informò che erano passate quasi due ore da quando si era fermata. Non si stupì: la perdita della nozione del tempo era uno degli effetti collaterali dell’abbandono, e nemmeno il peggiore. All’improvviso, si sentì sfinita. Da una settimana dormiva poco e male, si svegliava continuamente con in bocca il suo sapore, solo per tornare in una realtà della quale lui non faceva più parte. Le palpebre pesanti si abbassarono sugli occhi stanchi e Zoe appoggiò la testa allo schienale del sedile, rinunciando a combattere. Dormire avrebbe significato rivederlo in sogno e ogni volta era come gettare benzina sul dolore della perdita, ma non poteva farci niente: doveva lasciarsi andare, ne aveva troppo bisogno…

La foresta era la stessa, ma appariva diversa da come la ricordava. Gli alberi erano più alti e più neri, i rami si protendevano verso di lei, come a volerla afferrare, mentre un vento gelido sibilava tra le foglie, sussurrando canzoni di dolore. Lui non c’era, l’aveva abbandonata in questa realtà, così come in quell’altra. Zoe girò su se stessa, scrutando tra le ombre, finché la stanchezza che la pervadeva non la indusse a lasciarsi scivolare a terra, contro il tronco di un grosso albero. Chiuse gli occhi e forse dormì, perché quando li riaprì la foresta era cambiata di nuovo, trasformandosi da luogo minaccioso e inospitale a benevolo grembo materno. A una decina di metri da lei, fra due alberi, il suo guerriero stava in piedi immobile, fissandola con gli occhi d’argento.
Zoe schizzò in piedi, ansiosa di raggiungerlo, ma quando fece per correre da lui l’uomo indietreggiò, scuotendo lentamente la testa. Zoe si sentì morire per quel rifiuto inaspettato. Non la voleva più. Si era stancato di lei. O forse il suo tempo tra i due mondi era finito, doveva andarsene e non sarebbe tornato. Un dolore sordo le pulsava nel petto, ma si costrinse a fermarsi, a incrociare lo sguardo di quegli occhi che non aveva fatto altro che sognare.
«Ti prego…» sussurrò tra le lacrime. Non le importava di umiliarsi davanti a lui, tutto quello che sapeva era che aveva bisogno di toccarlo almeno un’ultima volta, di sentire le sue mani su di lei, la bocca che la sfiorava, di poter credere anche solo per un secondo che quella non fosse la fine.
Lui seguì con lo sguardo le lacrime che le scorrevano sulle guance e parve vacillare, avvolgendola nel calore bruciante dei suoi occhi. Soffriva. Per lei, per se stesso, questo non avrebbe saputo dirlo, ma era evidente che provava il suo stesso dolore. Socchiuse le labbra e Zoe sperò con tutta se stessa che per la prima volta le parlasse, le comunicasse con il suono della sua voce che non doveva avere paura perché lui non l’avrebbe lasciata, che ci sarebbe sempre stato per lei. Ma la bocca si richiuse senza emettere un suono, lui la fissò ancora una volta come se volesse imprimersi nella mente la sua immagine e poi ricominciò a indietreggiare. Un attimo prima che svanisse tra gli alberi, a Zoe parve di vedere la sua mano accarezzare lo stemma del drago sull’armatura e poi fermarsi sul cuore.
Le aveva detto addio.

Zoe riaprì gli occhi lentamente. Aveva le guance rigate di lacrime e un gusto amaro in fondo alla gola. Nonostante fosse piena notte il caldo non dava tregua, saliva a ondate dall’asfalto nero e penetrava nell’auto, rendendo l’aria irrespirabile nel piccolo abitacolo. Zoe allontanò dal suo corpo la maglietta bagnata e quando la afferrò, all’altezza del petto, le sue dita si scontrarono con qualcosa di duro. Sorpresa, allargò la scollatura e vide tra i suoi seni il grosso pendente a forma di drago, che pareva fissarla. Lasciò andare la stoffa di scatto, sconvolta: la collana sarebbe dovuta essere a casa sua, al sicuro nel cassetto del comodino dove l’aveva lasciata quella mattina, non addosso a lei.
Lui era tornato. Per l’ultima volta.
Le lacrime ripresero a scorrere e Zoe non fece nulla per arrestarne il flusso. Per sette notti lui l’aveva portata nel suo mondo e ora, la settima notte da quando l’aveva abbandonata, era venuto a dirle addio. Sette, un numero magico. Un numero da fiaba. Sette come i Sette Capretti, i Sette Nani, i Sette Corvi, i Sette Figli dei genitori degeneri di quel genio di Pollicino… Sette come i secoli che ci avrebbe messo a dimenticarlo. Zoe inspirò di scatto, trattenendo un singhiozzo, e strinse forte i denti. In quel momento lo odiava, per averle dato un assaggio del paradiso e averglielo crudelmente strappato via, per averle insegnato l’amore e anche per essere tornato, quella notte. Come se averlo visto da lontano un’ultima volta non avesse peggiorato ancora le cose, non le avesse strappato il cuore dal petto…
Un rumore sordo, in lontananza, attirò la sua attenzione. Quella era una strada poco frequentata e da quando era lì, sveglia o comunque cosciente, non erano passate più di un paio di macchine. Il rumore aumentò di intensità, trasformandosi in una specie di boato, e un istante dopo Zoe vide comparire nello specchietto retrovisore una moto che procedeva a velocità sostenuta. Subito oltre la curva il conducente dovette accorgersi dell’auto ferma a bordo strada, perché rallentò e dopo averla superata si fermò qualche decina di metri più avanti. Anche da quella distanza Zoe poté vedere che si trattava di una moto da strada, di quelle con la sella bassa, così grosse che ti chiedevi come fosse possibile farle stare in piedi. Dal rumore che faceva, poteva essere una Harley-Davidson: Zoe aveva letto da qualche parte che quel fracasso infernale era addirittura stato brevettato. Magari il tizio che la guidava era il membro di una banda, forse persino il capo, come…
Le farneticazioni mentali dovute alla confusione e alla mancanza di sonno si interruppero di colpo, quando il tizio scese dalla moto con un movimento elegante e cominciò a camminare lentamente verso l’auto. In vita sua, Zoe non aveva mai visto dal vivo un uomo così grosso. A parte il suo guerriero, certo, ma lui apparteneva a un’altra epoca, a un mondo che ormai non esisteva più. Guardandolo avvicinarsi, si restrinse sul sedile, colpita dall’aura di minaccia che emanava dal suo corpo enorme, dagli occhi fissi su di lei, ardenti nel buio della notte. Ormai, era a pochi passi di distanza. Zoe si riscosse all’improvviso, armeggiò frenetica per chiudere le sicure e tirare su il finestrino, ma quando gli alzacristalli elettrici non accennarono a funzionare ricordò che la batteria era a terra e si scostò con un brivido di terrore, proteggendosi il corpo con le braccia.
L’uomo girò attorno all’auto senza fretta e si avvicinò alla portiera del conducente, appoggiandosi al bordo con le mani che parevano in grado di accartocciare la lamiera.
«Serve aiuto?»
La voce era bassa e roca, pericolosa come tutto il resto di lui. La voce di un uomo che non conosceva la pietà. Zoe agì d’istinto: spalancò la portiera del passeggero e si lanciò fuori dall’auto, correndo giù dalla piccola discesa e poi in mezzo agli alberi, senza curarsi di dove stesse andando, sapendo solo che doveva fuggire via da lui, a qualunque costo. Corse a perdifiato, accecata dal buio e dalle lacrime che ancora le riempivano gli occhi, finché la radice di un albero sembrò prendere vita e le afferrò un piede, facendole perdere l’equilibrio. Zoe protese le mani in avanti per attutire la caduta e subito rotolò su se stessa, guardandosi attorno ansimante. Si trovava al limitare di una piccola radura e sul fondo, a pochi metri da lei, l’enorme sagoma dell’uomo era in piedi, immobile.
«Fai così con tutti quelli che vogliono aiutarti?» le chiese, con una lieve traccia di ironia nella voce gelida e dura come il marmo. «O solo con gli uomini grossi e cattivi?»
Sembrava vagamente divertito, ma il tono tagliente non conteneva la minima sorpresa, come se fosse abituato al fatto che tutti fuggissero, davanti a lui. Zoe non poteva distinguere i tratti del suo volto, ma dai contorni della nera figura riuscì a individuare dei pesanti stivali da motociclista e vide che aveva i capelli lunghi, sommariamente legati con un laccio, che gli conferivano un aspetto feroce. A un tratto si mosse e avanzò piano verso di lei, un predatore sinuoso e letale.
Zoe si ritrasse, pronta a balzare in piedi, ma la sua risata bassa e agghiacciante glielo impedì, congelandola.
«Temo non ci sia un posto dove scappare» la voce le graffiava la pelle, mentre lui continuava ad avanzare, «né qualcun altro a cui chiedere aiuto. Dovrai accontentarti di me…»
Zoe si riscosse e scattò in piedi, ma un attimo prima che si voltasse per rimettersi a correre un raggio di luna illuminò il suo volto e lei si bloccò a metà del movimento, sconvolta. Lo fissò a lungo, incredula, poi cominciò lentamente a camminare verso di lui, che attendeva immobile. Quando fu abbastanza vicina da toccarlo, alzò la testa per guardarlo negli occhi. Senza fiato, avverti il peso della catena d’oro che la trascinava inesorabile, sempre più vicina.
«Sei tornato…» mormorò con voce strozzata, rinunciando a opporsi a un’urgenza molto più potente della sua volontà. Vide gli occhi dell’uomo stringersi e farsi più scuri, ma non gli diede il tempo di replicare. Si alzò in punta di piedi e posò le labbra sulle sue, aggrappandosi alle spalle massicce con tutta la forza della disperazione e della speranza. Sentì le grandi mani di lui afferrarle la vita, sollevarla da terra e premerla contro la durezza del suo corpo, la lingua invase la sua bocca come se avesse tutti i diritti di rivendicarne il possesso e Zoe gli allacciò le braccia intorno al collo, mentre il fuoco esplodeva dentro di lei, bruciandola. Quando lui la lasciò libera, prese una lunga boccata d’aria che ebbe come unico effetto quello di ravvivare le fiamme e infilò le mani tra i suoi capelli, sciogliendoli dal laccio che li teneva legati. Strinse le lunghe ciocche bionde tra le dita e lo avvicinò a sé, inspirando il suo odore.
«Portami con te» lo implorò, la bocca contro il calore della sua pelle.
Lui si chinò in silenzio e la prese in braccio, tenendola stretta a sé.
«Sono qui per questo» sussurrò e Zoe rabbrividì quando le labbra dure si distesero in un accenno di sorriso. Si rannicchiò contro di lui, accarezzando timidamente con la punta delle dita il drago tatuato sul braccio muscoloso, che la stava fissando.
Il pendente d’oro sul suo petto le bruciò la pelle in risposta e Zoe incatenò gli occhi a quelli del suo guerriero, mentre la luna ne traeva bagliori d’argento.

FINE

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]

StaffRFS

Lascia un Commento