Home » Lo scrigno delle emozioni, concorso racconti inediti autori » Lo scrigno delle emozioni: “La fuggiasca inglese” di Elisabetta Modena

Lo scrigno delle emozioni: “La fuggiasca inglese” di Elisabetta Modena

progetto grafico Angelice

1812, Spagna. Guerra Peninsulare.

Emily Knight spiò dal suo rifugio dietro i cespugli le sentinelle. Stanca, scarmigliata e spaventata esalò un sospiro di sollievo. Erano inglesi. Li aveva riconosciuti dalle giubbe rosse e dalle loro imprecazioni comprensibili. Era a casa. Salva.
Forse.
Il pensiero corse veloce a una settimana prima: alla litigata furibonda con suo padre, Lord Samuel Knight, dopo che le aveva annunciato senza mezze misure che entro due settimane avrebbe dovuto sposare Lord Harry Robstone. Non avrebbe mai rifiutato la proposta – era una ragazza dolce e remissiva – se non fosse stato che l’aspirante promesso sposo era più vecchio dell’uomo, già vecchio, che in quel momento le stava parlando. Ripensò con angoscia alla fuga precipitosa, aiutata dalla governante e dal maggiordomo, alla corsa in diligenza verso Dover e al rocambolesco viaggio per mare.
Dover. E poi una serie di altri porti e navi di cui, prima d’imbarcarsi in quell’incredibile avventura, non sospettava l’esistenza, vissuta nella bambagia e nella protezione della sua famiglia.
Sospirò. Già: famiglia piena di debiti in realtà, come le aveva spiegato sbrigativamente suo padre, e di cui lei era sempre rimasta all’oscuro. Sarebbe stata l’agnello sacrificale affinché le finanze dei Knight non si dissanguassero del tutto; perché suo fratello maggiore potesse ereditare quel che restava delle fortune del casato, e gli altri (compresa lei) vivere di una rendita sufficiente.
Col mantello lacero, il cappellino afflosciato e strizzato dalla spuma delle onde e dal vento, e col vestito infangato, ora era esausta.
Le rimaneva da presentarsi alle guardie del picchetto d’ingresso e farsi riconoscere come lady Knight, la sorella del tenente colonnello Knight del 7° reggimento dei fucilieri reali.
James, il secondogenito dei Knight, era ripartito per il fronte spagnolo da più di un anno, dopo essersi ripreso da una terribile ferita al torace ricevuta su quegli stessi campi di battaglia. In famiglia lo consideravano un veterano: era nelle Giubbe Rosse fin da quando aveva diciannove anni. Ringraziando il cielo era ancora vivo. Cosa che non si poteva dire di altri fratelli delle sue amiche. Già, le sue amiche: Eleonor e Marianne. Se solo avessero saputo… loro che la prendevano in giro per la vita sedentaria e monotona che conduceva. Se l’avessero vista adesso!
Le spiacque non aver mandato loro nessuna breve missiva, ma era necessario che nessun biglietto fosse intercettato dal padre. Ora era veramente, drammaticamente, sola.
Pregò dentro di sé che le guardie le credessero. Si diede della sciocca per non aver portato con sé nessun segno di riconoscimento: un anello, una spilla, qualcosa che mostrasse che lei era nobile e che si meritava la loro fiducia.
Uscì dalla macchia di faggi in cui si era nascosta, tirandosi dietro la borsa con le sue poche cose e indumenti, e si avvicinò all’accampamento. I soldati scattarono sull’attenti, puntandole contro i moschetti.
“Chi va là?”, chiese uno dei due.
“Buonasera, sono lady Emily Knight, sorella del colonnello Knight, e desidero vederlo”, disse, cercando di controllare la voce tremula.
Le guardie le scoccarono un’occhiata sprezzante e borbottarono qualcosa che lei non capì, ma non le sfuggì l’occhiata lasciva che le riservò uno dei due.
Emily tremò. Mio Dio, non le credevano! I suoi abiti signorili erano sciupati. La governante l’aveva messa in guardia: ti scambieranno per una giovinetta di facili costumi, e chi ti proteggerà allora? Il fatto, poi, che si fosse presentata di sera giocava a suo svantaggio.
Emily congiunse le mani in una tacita supplica, stava per riaprire bocca quando l’altro soldato le intimò, sempre puntandole contro il moschetto: “Spiacente, miss, ma il colonnello Knight al momento è in missione. Lei potrebbe essere una spia, fino a prova contraria”.
E rivolto al suo compagno: “Morgan, chiama il capitano Smith”, si lisciò i baffetti lasciandosi sfuggire un sorrisetto raccapricciante. “Abbiamo un dolce passerotto che andrà a far compagnia alla bestia in prigione”.
“Come in prigione?”, esclamò Emily. “Sono inglese, mi avete sentito! Inglese!”.
“Miss, finché non torna il colonnello e conferma la vostra identità, non avete diritto di parola”.
Ancora intontita e sotto shock, non si era resa conto che un drappello di soldati era giunto a prelevarla per scortarla verso il quartiere delle prigioni. Nel frattempo, era arrivato anche il capitano, un uomo stanco e aspro, con la giubba rabberciata in più punti. Aveva un che di rude, era magro, con gli occhi scavati, gli zigomi pronunciati e la pelle emaciata. Emily pensò che fosse malato.
“Cos’abbiamo qui?”, intimò quest’ultimo.
“Dice di essere la sorella del colonnello”, spiegò la guardia che teneva levato il fucile.
Il capitano non credette a una sola parola. “Da quando in qua una signorina di buona famiglia viaggia senza chaperon, in assenza di missive che avvisino del suo arrivo? Se voi sostenete di essere miss Knight, allora io sono il fratello del generale Wellington!”, la ridicolizzò, senza un briciolo di pietà per il pallore e l’angoscia sul viso della fanciulla. “Mettila con la spia francese”, ringhiò al capo drappello.
No, no, no!, avrebbe voluto gridare Emily. Vi state sbagliando! Mio fratello ve la farà pagare! Ma un nodo le serrò la gola quando iniziarono a trascinarla all’interno dell’accampamento militare. Si guardò intorno. Doveva essere l’ora del rancio serale: i soldati si approssimavano ad una grande tenda, nell’aria l’odore della carne arrostita; Emily provò un languore alla bocca dello stomaco: non mangiava dal giorno prima, aveva terminato le provviste; fuochi sparsi in più punti gettavano cupe ombre sul terreno. Attorno udiva rumori, grida e schiamazzi che le procurarono un violento mal di testa, e la vista di moschetti, cannoni, granate e baionette la impaurì, gettandola nello sconforto più nero. Che posto da brividi!
La lasciarono sola, in mezzo ad un capanno. Come unica premura, le allungarono un tozzo di pane e una ciotola d’acqua. Lei crollò subito a terra, tra i singhiozzi.
Durò poco perché udì un rumore… qualcosa di simile a uno strisciare di stivali. S’immobilizzò. Smise di piangere.
Non era sola.
Quando si accorse della sagoma dalla parte opposta del tugurio, sentì un fremito lungo la spina dorsale. Si augurò che lo sconosciuto fosse un gentiluomo. Varie spie appartenevano alla nobiltà, non avrebbero mai fatto del male a una donna. Erano i soldati che doveva temere, nel caso suo fratello non fosse tornato in tempo.
“ Sir?”, osò balbettare.
Non ottenne risposta.
“Bonsoir”, ritentò.
Dalla direzione dell’uomo non provenne alcun suono.
Pur trattenuta dalla paura, prevalse in lei la curiosità. Forse, quella persona poteva rivelarsi un aiuto. Si avvicinò all’uomo rivestito di una giubba bianca e blu da cui spuntava una camicia bianca sporca e lacera. Sulle brache bianche si notavano segni di fango e di sporcizia, gli stivali erano consumati.
Lo guardò meglio.
L’uomo si lasciò fissare, senza mostrarsi intimidito o indispettito. Era alto e magro, col viso scavato, come se fosse tenuto prigioniero già da qualche tempo. I capelli biondi gli ricadevano in ciocche raggrumate sulla fronte e sul collo. Le sopracciglia erano belle, il naso aquilino. La bocca carnosa e sensuale. Emily provò un tuffo al cuore, una sensazione inspiegabile. Distolse subito l’attenzione.
L’uomo non aveva fatto una piega.
“Chi siete?”.
Non emise suono.
“Siete in grado di capirmi?”.
Per la prima volta l’espressione dello sconosciuto cambiò. Al posto della faccia inflessibile, aleggiò un mezzo sorriso sul viso provato. Annuì.
“Siete francese?”.
Annuì di nuovo.
“Potete parlare con me?”.
L’uomo strinse gli occhi a due fessure iniettate di sangue. Non mosse un muscolo, una roccia sarebbe stata meno fredda. Emily tremò.
“Qualcosa non va?”, sussurrò la ragazza con un filo di voce. “Cerco aiuto… non voglio importunarvi”.
L’uomo voltò il viso di lato, offeso.
Ecco, l’ho stancato. Si è arrabbiato con me, pensò lei.
E se invece…? Come un lampo che squarcia la notte, le venne in mente che, forse, l’uomo non era in grado di esprimersi a voce perché era muto. Poteva aver subito una menomazione in battaglia.
“Avete difficoltà… a parlare?”.
Gli occhi dell’uomo lampeggiarono, sinistri. Lo sguardo divenne torvo: occhi di un marrone scuro come corteccia annerita dal fumo. Non disse né sì, né no. Ma Emily capì che era un sì. E che quell’uomo era anche molto, molto orgoglioso.
Fece un ultimo tentativo. “Come vi chiamate?”.
Subito il prigioniero non si mosse. Emily pensò che non ne avrebbe ricavato nulla. Stava per tornare al suo pagliericcio, quando l’uomo le afferrò il braccio, le aprì a forza il palmo della mano e iniziò a tracciarle dei segni. Emily rabbrividì a quel contatto gentile. E sensuale… Il dito dell’uomo segnò una f in stampatello, poi una r, una a…
“François”, mormorò lei.
L’uomo sorrise soddisfatto. Come se il tempo che le aveva dedicato fosse scaduto, chinò il capo ed Emily capì che era il suo modo di congedarla. La ragazza tornò al suo angolo infreddolita e affamata. Mangiò avidamente la frugale cena che le guardie le avevano consegnato, poi si appisolò addossata al muro, rannicchiata sotto il mantello.
François si accorse che la ragazza aveva freddo. Ecco l’ennesima seccatura, rifletté tra sé. Prima la cattura (che proprio non ci voleva), poi il pestaggio subito da quei luridi cani inglesi mentre il colonnello era lontano. Ora, come non bastasse, arrivava pure quella ragazza che diceva di essere la sorella del colonnello… certo che di fegato ne aveva la ragazza, se affermava la verità.
Non aveva cuore di lasciarla rabbrividire lì, dopotutto era pur sempre un gentiluomo. Si alzò a fatica e, tenendosi a debita distanza, le lanciò la coperta che usava per sé.
Emily si svegliò di soprassalto, avvertendo che qualcosa di pesante l’aveva colpita. Guardò in fondo ai piedi: una spessa coperta di lana. Sollevò lo sguardo sul francese, si era già disteso sul suo pagliericcio e si era coperto con il suo mantello liso.
“Grazie”, disse.
Cullata dal lieve russare del suo compagno di sventure, si addormentò.
Un rumore. Sussurri, voci. Nel dormiveglia, Emily si girò dall’altra parte. Passi. Calpestio di stivali, qualche risatina soffocata. Le sfilarono la coperta. D’un tratto, Emily sentì qualcosa premerle sopra. Aprì gli occhi di scatto. Un uomo le aveva già infilato le grosse mani sotto il mantello e le palpava il seno. Gli sentiva l’alito pesante.
“Stai zitta, sennò poi ti faranno lo stesso lavoretto anche i miei compagni”, le intimò.
Ma Emily urlò con tutto il fiato che aveva in corpo.
Il soldato ubriaco le assestò una manata in pieno viso. “Lurida cagna”, ringhiò.
Chiuse gli occhi inorridita, il cuore che le rullava nel petto come se stesse per affondare tra i flutti. Quando li riaprì, capì che il soldato si era allontanato da lei e s’accorse della zuffa. Il francese stava menando colpi a destra e a sinistra ai tre soldati inglesi che erano venuti a violentarla. Emily sbiancò. Doveva aiutarlo. S’alzò in piedi traballante, il cuore che le martellava forsennato, afferrò da terra un mattone lasciato lì e lo buttò sulla spalla di uno dei soldati, che crollò a terra.
Meno due.
François la guardò per una mezza frazione di secondo, annuendo la testa come dire: ben fatto.
Ma non era ancora finita. Uno degli altri due si precipitò su di lei e la cinse per la vita. La sua stretta aveva qualcosa di osceno che le fece venire il voltastomaco. Quanto più si dibatteva, tanto più lui aumentava la presa e le mani correvano sul suo corpo mosse da una voglia bramosa.
L’ultimo rimasto aveva ingaggiato un corpo a corpo con François e stava avendo la meglio. Era un soldato alto, robusto e giovane, nel pieno dell’energia, mentre il francese era privo di forze per la lunga prigionia. François si accasciò a terra come un burattino. Emily temette per lui più che per sé.
D’un tratto la porta si spalancò con violenza e una voce ben conosciuta rimbombò nell’angusto spazio. Emily ringraziò Dio.
“Cosa sta succedendo qui?”.
“James!”, urlò lei dibattendosi come un’anguilla.
Il colonnello si guardò attorno per alcuni attimi, attonito e spaesato. Sua sorella – era lei? – si era liberata dalla morsa d’acciaio delle mani di un suo sottoposto e, ora, ansimava. Il soldato che l’aveva tenuta immobile era rosso come la sua giubba e non trovava di meglio da fare che guardare a terra, mortificato per essere stato colto in flagrante. L’altro compagno respirava come un mantice, le mani sui fianchi e la schiena china, prendendo fiato. La spia francese era bocconi per terra, forse morta. Un altro uomo era inginocchiato, dolorante.
“Voi due”, gridò il colonnello. “Prendete la guardia a terra e consegnatevi a Milton! Sarò da voi tra un attimo per fare rapporto!”.
I tre assunsero il colore di pallidi cenci. Milton era l’ufficiale incaricato dei provvedimenti disciplinari. Aveva la fama di essere più duro dell’acciaio.
Poi si rivolse a sua sorella. “Emily, cosa diavolo…?”.
Ma lei non gli lasciò terminare la frase: lo seppellì subito sotto il suo caldo abbraccio.
“Oh, James, sei venuto appena in tempo!”, esclamò.
Si staccò. Si era ricordata di François. Si voltò a indicare il francese, ancora riverso a terra. “Devi farlo curare, mi ha salvata. Ha lottato contro le guardie, prima che tu arrivassi”.
“Certo, sono un gentiluomo e lo è anche Lord Boulenne”, spiegò il fratello. Emily corrugò la fronte. Dunque era veramente un nobile! “Lo farò trasferire in infermeria”, proseguì James. “Ora vieni con me, devi raccontarmi perché sei qui”.
“Prima adagiamolo sul letto”, lo supplicò lei.
James capitolò. “E sia. Comunque sta già arrivando il medico del campo”.
“Puoi aspettarmi un attimo fuori?”, gli domandò con un’irruenza che stupì lei per prima, dopo che l’ebbero posato sul giaciglio di fortuna.
James la guardò confuso. “Fai presto”. E uscì.
“François…?”, gli sussurrò lei all’orecchio.
L’uomo si mosse appena. A occhi chiusi mugolò, ma Emily non capì se fosse per il dolore, o per il piacere che lei fosse lì, sana e salva.
Gli prese la mano e la accarezzò. “François, mi sentite?”, riprovò.
Finalmente lui aprì gli occhi. Era debole, faticava a mettere a fuoco. Lei gli passò una mano sulla guancia coperta di barba bionda. “Grazie per avermi difesa”, gli disse riconoscente.
Lui sorrise, poi richiuse gli occhi, sfinito.
Fuori dal capanno, l’aria della notte primaverile era pungente. Emily guardò in alto: la luna piena splendeva come un disco piatto su una tavola nera spruzzata di stelle. Si strinse nel mantello di lana, incrociando le braccia, e seguì suo fratello nel complicato percorso tra le tende dell’accampamento fino a una più bella e confortevole delle altre. All’interno, un fuoco scoppiettante riscaldava l’ambiente. James si sfilò la giubba, depose il moschetto, la baionetta e la sciabola, si arrotolò le maniche della camicia e si rinfrescò il viso con l’acqua del catino.
Emily, in piedi al centro, le mani serrate in grembo, riordinava le idee ansiosa.
“Questa guerra è peggio del previsto, ci seppellirà tutti”, sbottò suo fratello, interrompendo il corso dei suoi pensieri.
Quel commento inaspettato la sorprese. Sussultò. “Ah sì? Non state vincendo?”.
James sorrise sprezzante, frizionandosi viso e collo con un telo. “Cosa si racconta a Londra?”.
Emily parve incerta. “Papà ha fiducia nell’esercito. È il migliore del mondo”.
Suo fratello scrollò la testa. “Là vivono di sogni e di illusioni. Non si rendono conto che qui i francesi ci stanno massacrando”. Fece una pausa. “Pure loro cadono come mosche”.
Emily lo fissò preoccupata. Conscio del suo turbamento, James si avvicinò e l’abbracciò. “Allora, come mai sei qui?”.
Lei lo fissò dritto negli occhi, tenendogli le mani sulle braccia muscolose. “Oh James, sono fuggita. Papà vuole farmi sposare Lord Robstone!”. A quella parole il fratello sgranò gli occhi per la sorpresa. Lei proseguì: “Ho pianificato e preparato in fretta la fuga, con l’aiuto di Mrs. White e Mr. Tibbs”. James annuì: erano la governante e il maggiordomo di Knight Manor. “Mi hanno mostrato strade e porti sulla cartina. Ho viaggiato da sola per giorni. Ogni momento avevo paura di essere aggredita, derubata, abusata… durante gli spostamenti cercavo di stare vicino a persone che m’ispirassero fiducia. E poi il cibo scarso, le locande maleodoranti e piene di gente… oh è stato orribile!”.
James s’irrigidì sentendo le traversie della sorella. “Sei stata coraggiosa, ma non puoi restare. Stiamo per sferrare un attacco ai francesi, tra pochi giorni qui scorrerà sangue a fiumi. E’ troppo pericoloso per te. Senza contare che mi attirerò le ire di nostro padre, quando verrà a sapere che ti sto proteggendo”.
Emily rimase interdetta. Dove altro sarebbe potuta andare? Il loro fratello primogenito, Richard, era in viaggio sul continente. Gli altri parenti non l’avrebbero accolta, preoccupati di scontentare in maniera tanto grave e plateale il vecchio mastino Lord Knight. Chinò il capo. Avrebbe dovuto prevederlo: James era da sempre ligio al dovere, non per nulla era entrato nell’esercito appena aveva potuto, e si era guadagnato sul campo stima e onore. Lei spalancò gli occhi verdi: “Dove posso andare?”.
Lui si grattò il capo. “Ci penserò. Ti troverò una sistemazione, anche se le retrovie dell’esercito non sono un posto adatto ad una signora. Non ti ci vedo tra le mogli dei soldati, i mocciosi, le sguattere, le cuoche, le prostitute della colonna”, disse aspro. “Se solo penso a quello che avrebbero potuto farti se non fossi rientrato in tempo dalla ricognizione… saresti stata in balia di quei bastardi! E’ inammissibile!”, sospirò amareggiato. “Sono in debito con il Visconte Boulenne”.
Sembrò sul punto di congedarla, ma la bloccò. “Quel francese…”, iniziò James. Emily ascoltò con attenzione, mentre uno strano calore s’irradiava dal centro del corpo alle membra. “Non perdere tempo con lui, e non ti aspettare nulla. È muto”.
“L’avevo capito. E’ così da sempre?”.
“No. Era un famoso e abile comandante, poi una granata è scoppiata vicino a lui e alcune schegge gli si sono conficcate in gola. Il medico che l’ha curato, forse troppo stanco, non ha fatto attenzione e gli ha reciso le corde vocali. Da allora i francesi l’hanno riutilizzato come spia. E’ un attaccabrighe: scontroso, ostinato, cupo, incattivito. Non accetta aiuti né vuole comunicare con noi. Non ci caverai un ragno dal buco parlandoci”.
“Però mi ha salvata”, sottolineò lei.
“Sì, e per questo lo toglierò da lì e gli darò un alloggio più confortevole”.
Emily fece per andarsene, ma James ebbe un ripensamento. Le allungò un libro consumato, carta e penna. “Un’ultima cosa: non si sa mai che l’orso con te si trasformi in agnello”.
Emily sorrise.

Che sensazione meravigliosa essersi lavati, sentirsi puliti e sbarbati, pensò François rimirandosi allo specchio della sua nuova tenda. Tutto merito della sorella del capitano: da giorni nell’accampamento si parlava del suo cavalleresco salvataggio. Che diamine! Era stato educato così, avrebbe salvalo anche una lavandaia da un uomo che avesse tentato di farle violenza. Scosse il capo. No, ormai quei valori – onestà, rispetto, fiducia – anche se li conosceva e, certe volte come quella notte addietro ne aveva fatto sfoggio, non erano più alla sua portata. Da quando aveva perso l’uso della parola, era come morto al mondo. E il mondo era morto per lui. Aveva scoperto a caro prezzo l’ipocrisia degli uomini: com’era facile essere sepolti vivi dalla società solo perché si era diversi. Se prima osservava il mondo come attraverso un vetro immacolato, e per questo gli appariva nitido e scontato, ora lo guardava da una finestra sporca e appannata, con la nebbia fuori, e gli appariva grigio e lurido.
Lo stato maggiore gli aveva tolto il comando. La sua famiglia gli aveva sottratto la dignità. La sua fidanzata l’aveva lasciato. E lui aveva giurato a se stesso che si sarebbe preso la sua vendetta. Ironia della sorte, quella sciocca ragazza inglese si era presentata all’accampamento di notte, senza un’adeguata protezione. Si poteva essere più stupidi? D’accordo, aveva capito – dalle voci che giravano nel campo – che era fuggita dalla sua famiglia per evitare un matrimonio combinato. Tanto di cappello. Ma poi, nei giorni seguenti, maledizione, la ragazza aveva iniziato a fargli visita. Se la ritrovava tra i piedi un po’ troppo spesso per i suoi gusti, e si portava sempre appresso quell’odioso libro del linguaggio dei segni, insieme a carta e penna in una borsa a tracolla. Quando avrebbe capito che lui voleva essere lasciato in pace? Dannatamente solo?
Un pensiero gentile gli fece notare che era la prima persona, da quando era stato colpito da quella disgrazia, che gli offriva un po’ di umanità… briciole, pensò amaramente. E lui non sapeva che farsene delle briciole.
Sentì un fruscio. La ragazza spostò l’imboccatura della tenda. “È permesso?”.
François sospirò sonoramente.
Rieccoci.
Come al solito, lui non rispose e lei entrò lo stesso. Le scoccò un rapido sguardo, aveva con sé l’usuale libro sdrucito, la carta e la penna. Sbuffò rassegnato. Siccome era in maniche di camicia, si affrettò a srotolarle, a prendere la giubba e infilarsela.
“Monsieur, avete voglia di fare due passi?”.
Si concesse di guardarla, stupito, per una manciata di attimi.
Era matta? Come se lui potesse girare a proprio piacimento per l’accampamento!
Sfoggiando la consueta espressione distaccata, si voltò e si sedette sul letto, apatico, aspettando che se ne andasse. Lo faceva sempre, le ci volevano tra i due e i cinque minuti. Intrecciò le mani dietro la nuca e chiuse gli occhi.
Ma quando li riaprì, lei era ancora lì, questa volta con gli occhi lucidi.
“Siete una persona orgogliosa, colonnello, nessuno ve l’ha mai detto?”, esplose la fanciulla, il cui cuore sobbalzava nel petto rendendo la vista alquanto interessante. “Siete spregevole! Ingrato! Rifiutate continuamente il mio aiuto quando invece avreste bisogno di parlare con qualcuno, solo che siete troppo ottuso e arrabbiato per affrontare questi, – indicò la carta e la penna, – quindi vi trincerate nel vostro mutismo. Beh, sapete che vi dico? Andate al diavolo!”.
E uscì dalla stanza in un frusciare di gonne e sottogonne.
François si riprese dallo shock. Per prima cosa l’aveva chiamato col suo grado di colonnello, non visconte. E per seconda, gli aveva detto la verità, che lui già sapeva ma che non voleva ammettere. Emily aveva ragione su tutto e lui l’aveva fatta infuriare.
S’accorse che aveva lasciato sul tavolo la carta e la penna. Si alzò, si sedette, prese il foglio e scrisse in francese: “Excusez moi”.

La luce dorata di mezzogiorno era calda e morbida, soffice, se fosse stata palpabile. Ogni cosa su cui si posava riluceva di novità. Stanca di stare confinata nella tenda e incurante del divieto di suo fratello di girovagare senza méta per gli acquartieramenti, Emily si mosse per l’accampamento alla ricerca del colonnello Boulenne. Si era pentita della sfuriata e voleva riprendere in mano la situazione: dopotutto, lui le aveva lasciato un messaggio. Per la prima volta.
La natura era a riposo. Passò accanto a due pastori tedeschi che dormivano, sdraiati su un terrapieno verdeggiante. Gatti di ogni colore ciondolavano per il campo alla ricerca di cibo. La brezza primaverile recava con sé il profumo dei tigli in fiore, e cespugli di caprifogli e gelsomini spandevano fragranze odorose.
Gli uomini, invece, erano in ansia a causa dell’imminente battaglia. Alcuni mascheravano la loro impazienza giocando a lanciare dei sassolini, altri ridevano e fumavano, altri ancora, nervosi, si affrettavano intenti alle loro faccende.
Dopo mezz’ora di quel bighellonare per le tende del campo, sotto gli occhi indiscreti e curiosi dei soldati, scovò Lord Boulenne nella tenda delle munizioni. Si sorprese. Perché era lì? Lui, una spia francese?
Quando si accorse di essere osservato, le fece un cortese inchino.
“Potete prenderle?”.
Lui annuì.
Incredula, ripeté: “Mio fratello ve ne ha accordato il permesso?”.
Gli parlava in francese per metterlo a proprio agio, solo che lui non la metteva mai a suo agio.
François annuì di nuovo, pur sapendo di mentire. Meglio farglielo credere però, pensò. Quella mattina aveva fatto lavorare il cervello e aveva concluso che doveva approfittare della battaglia per fuggire. Purtroppo, si sarebbe dovuto portare dietro anche la ragazza inglese e, ad aggravare la situazione, avrebbe dovuto ospitarla nel suo castello perché non aveva denaro con sé per rispedirla in Inghilterra.
Per questo era sgattaiolato presso l’armeria. Tutti erano a conoscenza del fatto che il colonnello Knight gli aveva concesso delle libertà. Fatalità, le guardie alla tenda erano sparite e i soldati che aveva incrociato non gli avevano posto domande, pensando che, tanto, male non faceva anche se spiava un po’ in giro; e poi era muto: quand’anche avesse scoperto qualcosa, come l’avrebbe rivelata?
“Sono venuta a chiedervi scusa del mio pessimo comportamento”, disse Emily, ancora confusa di averlo trovato lì.
François alzò un sopracciglio, stupito. Non aveva ricordi che qualcuno gli chiedesse scusa. Da quando era diventato muto, gli pareva che fosse lui a doversi scusare col mondo intero per la calamità che non si era andato a cercare.
Emily proseguì coraggiosamente. “Vi sono debitrice e, in quanto tale, mi sono ripromessa di imparare a comunicare con voi. Eccomi di nuovo qui, perciò”.
Fece una pausa, imbarazzata, poi mormorò: “Grazie del biglietto”.
François incurvò le belle labbra in un sorriso divertito. Non la poteva sopportare, tuttavia era simpatica nel suo insulso tentativo di essergli d’aiuto.
Giusto per metterla più in imbarazzo ancora, sfilò dalle tasche della giubba un pezzo di carta e una penna e, appoggiandosi alla coscia, scrisse in francese: “Vi serve un’arma. Dovete difendervi durante la battaglia”.
Emily lesse in fretta e sussultò. Lo guardò a occhi spalancati. François notò distrattamente che il cappellino le pendeva di lato e indossava il solito vestito logoro che, alla luce del sole, non era più rosso tiziano (il probabile colore iniziale) ma marrone. Annuì compostamente, sapeva già cosa pensava: vi ha chiesto mio fratello di proteggermi?
No, lo penso io.
Le riprese il biglietto e scrisse sotto: “È mio dovere proteggervi, anche se siete inglese”.
Lei fece scorrere gli occhi su quelle poche, precise parole, di colpo atterrita dalla minaccia che incombeva su di loro. Suo fratello le aveva già descritto con dovizia di particolari lo scempio portato da una battaglia, ma furono le parole di Lord Boulenne ad affondarle dentro, affilate come pugnalate.
Adesso veniva il bello, pensò il colonnello. Le sfilò di nuovo il biglietto e, in fondo, scrisse: “
Fuggiremo insieme. Vostro fratello sarà d’accordo”.
“Volete fuggire?”, esclamò inorridita.
Il colonnello le intimò bruscamente di stare zitta. La guardò in tralice.
Emily capì: non dovevano farsi scoprire. Rifletté: restare significava quasi certamente morire. Ecco spiegato il motivo per cui Lord Boulenne stava pianificando la fuga. Con lei.
“Perché volete portarmi con voi?”.
François la guardò come avesse appena detto una colossale sciocchezza, non si degnò minimamente di risponderle.
Emily insistette. “Non volete che mi succeda qualcosa di brutto?”.
François allargò le braccia. I suoi occhi azzurri si posarono su di lei facendola sentire un essere minuscolo, una specie di passerotto in balia di una tempesta imminente e annunciata.
L’uomo francese la spinse fuori dell’armeria, consegnandole una piccola pistola e facendole il gesto che la nascondesse nelle pieghe della gonna. Mentre la stava congedando, gli si aprì la giubba ed Emily notò, con la coda dell’occhio, che il capitano si era infilato nella fascia dei calzoni, sulla schiena, una pistola simile.
La mattina seguente il cielo era livido e coperto di basse nuvole grigie. Nell’aria si respirava l’ odore della pioggia: ci sarebbe stata battaglia, c’era da scommetterci. Il generale inglese aveva l’abitudine di attaccare con il brutto tempo, vezzo che aveva imparato dal Vecchio Hookey, cioè da Lord Wellington in persona. Anche lui si comportava allo stesso modo.
I reggimenti erano frementi di attività: i soldati si stavano preparando lucidando le giubbe e le armi, e controllando che tutto fosse a posto. Passavano in rassegna l’artiglieria pesante. Scavavano fossati di scolo perché il campo non venisse allagato nel caso si fossero aperte le cateratte del cielo. I mariti salutavano le mogli, che avrebbero seguito lo scontro nelle retrovie, occupate a dominare l’ansia e il panico per tutto il tempo necessario. Le battaglie duravano anche giorni interi, solo Dio sapeva quando il prossimo massacro sarebbe terminato.
François era intento a fumare un sigaro, fuori dalla sua tenda. L’aveva ottenuto scambiando il suo orologio da taschino con una delle guardie che lo sorvegliavano.
Stava assaporando gli ultimi momenti di pace prima dell’operazione bellica. Gli si affacciavano alla mente le parole più cruente per dipingere lo scenario che, presto, si sarebbe spalancato davanti ai suoi occhi: tragedia, carneficina, obbrobrio. Era oppresso, nauseato fino allo sfinimento pensando al disgustoso spettacolo di morte che di lì a poco avrebbe contemplato. Per un soldato, le battaglie non finivano mai. Si presentavano a rotazione, allo scoccare dell’ora stabilita, come un pendolo che batte le ore. Aveva combattuto tante campagne militari, alcune vinte, altre perse. Ma mai come in quel momento si rendeva conto dell’inutilità di quegli scontri. Napoleone impazzava per il continente da una decina d’anni, come una belva feroce e sanguinaria, inseguendo i suoi disegni di gloria, alla ricerca di sempre maggior potere. Aveva assoggettato numerosi stati e ora voleva invadere l’Inghilterra. Per questo si era inventato il blocco continentale, a cui gli inglesi avevano risposto con un contro blocco. Il risultato era che l’economia, soprattutto sul continente, stava languendo. Prodotti di prima necessità come il grano, lo zucchero, il combustibile, il caffè e il cotone arrivavano con meno frequenza. Il contrabbando stava fiorendo lungo le coste francesi, spagnole e inglesi. La gente soffriva e moriva come le mosche. Tutto per l’avidità di un solo uomo. Anche lui, appena arruolatosi nell’esercito, la pensava come tutti i suoi commilitoni: che cioè dovevano diffondere le idee della rivoluzione e la gloria della Francia grazie a Bonaparte, questo era il Futuro.
Ma ora, dopo dieci anni di battaglie in giro per l’Europa, dopo aver visto innumerevoli volte la morte in faccia e l’intero ventaglio macabro della sua distruzione, aveva capito che la guerra in sé è sbagliata. Se solo fosse riuscito a scampare a quel prossimo scontro e a fuggire, giurò a sé stesso che avrebbe rassegnato le dimissioni, sarebbe tornato nel castello della sua famiglia e avrebbe amministrato i suoi possedimenti. Avrebbe voluto sposarsi, certo… ma quale donna l’avrebbe preso in considerazione? Lui era menomato… e non si trattava solo del suo essere muto. Si sentiva sciancato anche nello spirito. La guerra gli aveva annichilito i sentimenti, lasciandogli il cambio il mero istinto di sopravvivenza. Come trasformare uno splendido purosangue da corsa in un ronzino.
Simili pensieri attraversavano in quel momento anche la mente del colonnello Knight. Intento a scrivere una lettera ai suoi genitori, col presentimento che sarebbe potuta essere l’ultima, stava chiedendo clemenza per sua sorella Emily, scappata e rifugiatasi da lui, e li esortava a non abbattersi se gli fosse successo qualcosa. Lui confidava nell’onnipotenza e nella bontà divina, altrettanto avrebbero dovuto fare loro.
Emily sedeva sul letto dietro di lui, assorta in cupi pensieri. Si sforzava di pregare, pur non riuscendoci.
James appoggiò la penna e pensò alla notte precedente, a quando era andato a trovare di nascosto il francese, spinto da un senso d’urgenza che non sapeva spiegarsi.
“Sarà una battaglia cruenta, visconte”, aveva iniziato.
Anche l’altro era sveglio, proprio come lui. Aveva annuito, sovrappensiero.
James aveva letto negli occhi azzurri del suo avversario la stessa angoscia che provava lui. In quella notte, complice il buio e l’imminente battaglia, aveva sentito di avere davanti a sé un uomo come lui, non un nemico.
“Temo per mia sorella. Non ho parenti qui, o commilitoni fidati a cui affidarla se cadessi in battaglia”.
Il francese lo guardò sospettoso. Aveva l’espressione fiera di un’aquila indomita, anche se costretta a una sosta forzata.
“So che tenterete di fuggire quando scoppierà la battaglia. Vi consiglio di dileguarvi dalle retrovie, è più sicuro”.
Negli occhi dell’altro saettò un guizzo di arguzia, come se anche lui fosse giunto alla medesima conclusione.
“Un’ultima cosa, visconte. Mi giurate sul vostro onore che porterete con voi mia sorella? Siete pieno di risorse, ce la farete e mia sorella sarà al sicuro con voi. Fate in modo che torni in Inghilterra. Ho scritto a mio padre che la perdoni e la riaccolga a casa”.
François si domandò se il vecchio Knight potesse davvero perdonarla, non ne era così sicuro, a giudicare dai pettegolezzi giunti alle sue orecchie. Doveva costare caro quell’ammissione all’austero capitano inglese, considerò. Stava affidando la sorella a una rana, come gli inglesi soprannominavano sprezzantemente i francesi. Dentro di sé, lo ammirò.
Annuì con vigore e gli allungò la mano. Il capitano gliela strinse. “Allora affare fatto”.
Per tutta la mattina si levarono e si spensero le voci che la battaglia stesse per scoppiare. Emily pensò che la confusione fosse dovuta al tergiversare del generale al comando. James la teneva all’oscuro delle manovre del quartier generale. Invece, il ritardo era dovuto semplicemente al brutto tempo. Non si capiva se avrebbe diluviato, oppure se sarebbero venute giù solo poche gocce. Poiché gli inglesi si trovavano in un avvallamento secco e aperto, sotto il fuoco dell’artiglieria francese (nonostante fossero in maggior numero), i generali temevano che, con forti raffiche di pioggia, il campo si sarebbe allagato e i soldati avrebbero fatto fatica nel combattimento corpo a corpo. I carri si sarebbero bloccati, la colonna impantanata, il fuoco dei moschetti decimato dall’acqua scrosciante e le baionette sarebbero scivolate di mano. Le rane francesi, un manipolo di pazzi pronti a tutto, arroccati dentro una fortificazione su una collina alta meno di cento piedi che gli inglesi si erano fatti punto d’onore di conquistare, confidavano in una lunga pioggia battente per neutralizzare lo scontro.
“Odio la Spagna”, esclamò d’un tratto Emily rivolta a suo fratello, intercettando i pensieri di James che, in quel momento, erano simili. “O c’è troppo sole, o piove e si allaga tutto. Non esiste via di mezzo”.
“Se piove tanto, la battaglia si giocherà a loro favore”, rispose James con una faccia fosca.
Il suono del corno, che annunciava battaglia, si levò tra gli acquartieramenti alle tre del pomeriggio. Emily, che era in compagnia di alcune mogli di soldati, le salutò accorata, augurando loro che potessero riabbracciare i loro cari, e si diresse senza dare nell’occhio verso la tenda del colonnello Boulenne. Lo trovò che stava indossando una camicia da contadino. Addosso aveva già dei calzoni logori.
All’occhiata attonita della fanciulla, l’uomo sbuffò spazientito, sfilò la penna e il pezzo di carta che sporgevano dalla sua borsetta e scrisse: “E’ meglio se veniamo scambiati per semplici civili. Passeremo inosservati”.
Fuori dalla tenda, a Emily parve un altro mondo. Uno scenario di cui, fino ad allora, non aveva mai sospettato l’esistenza. Nonostante una tenue pioggia, in lontananza i cannoni rumoreggiavano emettendo boati sinistri che laceravano l’aria; sebbene il fronte fosse a qualche miglio di distanza dall’accampamento, la ragazza distingueva i fuochi che bruciavano come torce in mezzo al terreno diventato paludoso, mentre il fumo acre della polvere da sparo si spandeva in tutte le direzioni, impregnando l’accampamento come una nebbia densa e scura.
Emily rabbrividì. François se ne accorse e le strinse la mano. Insieme iniziarono a correre verso il fondo delle salmerie, in direzione opposta al luogo in cui i due schieramenti stavano combattendo corpo a corpo, sotto la potenza di fuoco dell’artiglieria inglese e i tentativi di distruggerla di quella francese.
Attorno, regnava un caos indescrivibile. Emily temeva che venissero fermati, ma nessuno sembrava prestare loro attenzione. Donne, bambini, servi, stallieri, uomini di fatica che stazionavano nella colonna erano intenti a seguire gli esiti della battaglia, e a salvarsi la vita in caso si mettesse male per le giubbe rosse. Avevano ben altro a cui pensare!
La pioggerella aveva inzuppato il cappuccio, il mantello e il bordo dell’abito della fanciulla, che si sentiva fradicia come un animale da soma sotto le intemperie. Il baccano era assordante, il campo brulicava di carri di munizioni, di cavalli di rimonta, soldati, medici, e tutti i membri della divisione ancora nelle retrovie. Mentre scappava, Emily cercò di lasciarsi scivolare di dosso le urla, i gemiti, le ferite raccapriccianti degli uomini nelle barelle, il fango e l’acqua sporca e concentrarsi sulla consapevolezza che stavano lottando per la libertà. In lontananza, distingueva a malapena le colline brulle, argillose, inframmezzate da cespugli bassi e alberi che grondavano pioggia.
Se quella era la salvezza, Emily non se ne accorse. Anzi, dubitava che lo fosse. Ma, per fortuna, il suo accompagnatore sembrava consapevole di quello che faceva. Rughe di concentrazione gli attraversavano la fronte come rivoli di un torrente, lo sguardo era sempre vigile e puntato in tutte le direzioni. Emanava un’enorme forza d’animo e una volontà di ferro, sembrava non spaventarsi mai. Dopo la corsa forsennata, allontanatisi a sufficienza dalla colonna del reggimento, avevano preso a marciare a passo veloce. Dovevano aggirare il luogo del combattimento e proseguire verso est, in direzione dei Pirenei. A Emily restava oscuro come li avrebbero attraversati, a ogni modo François l’aveva assicurata che l’avrebbe condotta nel proprio castello. Poi l’avrebbe imbarcata per Dover, e da lì avrebbe raggiunto finalmente Londra. A quel punto i Knight sarebbero già stati avvisati, grazie alla lettera spedita con solerzia dal fratello.
Si erano lasciati alle spalle le salmerie, il via vai forsennato di uomini e bestie, e i corpi imbrattati di sangue accasciati a terra come stracci, quando dalle grida si capì che gli inglesi avevano aperto una breccia nella difesa avversaria. I due giovani si voltarono a osservare la scena, non essendo troppo lontani, anche se abbastanza al sicuro, in una macchia di piccola, bassa vegetazione.
Dal loro punto d’osservazione, Emily distingueva il varco prodotto dai suoi militari. Scossa da un presentimento, si fece allungare il cannocchiale che il visconte Boulenne conservava tra i suoi effetti personali. D’un tratto sbiancò: aveva visto suo fratello combattere a mani nude con un soldato francese. Nessuno dei due stava avendo la meglio nella colluttazione, ma era certa che, quand’anche James avesse ucciso l’avversario, altri gli sarebbero saltati addosso, perché si trovava in un punto lasciato scoperto dalle giubbe rosse.
“Colonnello, vi prego, aiutate mio fratello!”, urlò a Lord Boulenne col viso stravolto dalla paura.
Lui si fermò, chino e ansante, le mani sui fianchi, incerto sul da farsi.
Se avessero tirato dritti, si sarebbero certamente salvati. Ma a che prezzo… tutto quel male… aveva un modo di porvi rimedio, sebbene si trattasse di un gesto piccolo, insignificante rispetto alla crudeltà in cui erano immersi, all’odio che si respirava da ambo le parti.
“State qui”, le fece capire alzando la mano. Poi si slanciò verso la collina, imbrattando le brache sporche con gli schizzi delle pozzanghere che non si curava di saltare, sotto la cortina di pioggia che non dava segno di arrestarsi. Entrò dallo squarcio allargato ed evitando i soldati che stavano combattendo, si diresse come una furia verso il capitano Knight. La sentinella francese stava per infliggere un colpo mortale al suo avversario quando lui, in un lampo, estrasse la pistola dalla cintura e sparò dritto al cuore del francese. Quest’ultimo stramazzò a terra, mentre l’inglese crollò tra le braccia di Lord Boulenne, che aveva allungato repentinamente le mani per reggerlo.
Di lì a poco irruppero i compagni del capitano Knight e fecero strage dei francesi ribelli, catturando i pochi che si erano arresi e i feriti. Lord Boulenne calcò bene sulla testa il cappellaccio inzaccherato che gli copriva il capo, sperando che gli inglesi lo scambiassero per uno stalliere delle loro fila intervenuto a salvare il suo padrone. Infatti lo lasciarono in pace, mentre presero subito il corpo del ferito e lo trasportarono su una lettiga nella tenda del medico del reggimento.
François tornò incespicando e arrancando, respirando a fatica, dalla fanciulla che si era tenuta appartata in mezzo ai cespugli, coprendosi con frasche di foglie gocciolanti.
“E’ salvo”, le fece capire con gli occhi e con il sorriso. Poi cadde a terra. Lei, seduta, gli prese la testa e se la adagiò sulle ginocchia per confortarlo.
“Grazie. È la seconda volta che salvate la mia famiglia”.
Lui mosse il braccio, indicando le truppe inglesi. Dallo sguardo dubbioso dell’uomo, Emily intuì cosa gli passava per la testa. Le sembrò di leggergli dentro.“Hanno vinto i vostri connazionali. Sicura che non volete tornare tra loro? Vostro fratello vi aiuterà”.
Emily rimase assorta qualche secondo, prima di rispondere convinta: “Desidero venire con voi. Altre battaglie attendono mio fratello. Anche lui voleva che venissi con voi”.
Il colonnello François Boulenne la guardò negli occhi, verdi come quarzo prezioso, e fu sorpreso di sentirsi contento. Lei voleva restare con lui. Sotto quel riparo improvvisato, fradici e imbrattati di terra, ansanti, affamati e impauriti, si sorrisero. Lui si sentì vivo, pronto a combattere di nuovo, ma questa volta era una battaglia per la vita, per riportare a casa una persona che cominciava ad apprezzare. Poteva restituire quella fanciulla alla sua vita, alla famiglia, alla serenità e, per Dio, fosse l’ultima cosa che avesse fatto, giurò a sé stesso che avrebbe portato a compimento quella nuova missione che il destino – o chi per esso – gli assegnava. Voleva la possibilità di riscattarsi? Il cielo gliela forniva su un piatto d’argento!

StaffRFS

StaffRFS

Lascia un Commento