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Rewind, un tuffo nel passato!: Distretto di Polizia

Distretto di Polizia

Prima che le serie ammerigane capissero che uccidere la gente fa ascolti, ci pensava questa fiction a prendere i nostri cuori e a sbriciolarli senza pietà.

E già questo dovrebbe farvi capire, cari Fenici, che parliamo di roba buona.

Le vicende narrate ruotano attorno al Decimo Tuscolano, un piccolo distretto dell’omonimo quartiere romano. Qui viene trasferita nel primo episodio Giovanna Scalise, commissario, vedova di mafia e testimone chiave nel relativo processo.

Inserita in questo nuovo contesto dalla Sicilia, in una sorta di Protezione Testimoni non ufficiale, il suo arrivo scatenerà uno stravolgimento nella squadra, abituata a situazioni ben più tranquille.

Nel corso delle undici stagioni si avvicenderanno ben sei Commissari, e la serie non riuscirà a mantenere l’altissima qualità dei due anni dedicati alla Scalise; rimane comunque godibile almeno fino al sesto anno, quando viene deciso di uccidere un personaggio amatissimo, instillando comunque allo spettatore il dubbio che la morte sia stata solo inscenata. Purtroppo questo plot non verrà più preso in considerazione, lasciando di fatto l’ispettore Mauro Belli ufficialmente morto. Una vergogna, insomma.

Qualitativamente parlando, abbiamo davanti una serie eccellente, che sa bilanciare alla perfezione il dramma e la quotidianità e si appoggia ad attori di grande bravura; l’aspetto tecnico e scientifico è preciso e realistico, come lo sono le trame che si ispirano a reali fatti di cronaca. Sfortunatamente, come accennato prima, col protrarsi delle stagioni c’è stato un forte calo, quando gli autori hanno voluto esagerare nella speranza di dare brio alla storia, scadendo invece nel grottesco e collegando tramite iperbole vicende che nulla avevano a che vedere l’una con l’altra.

Una rivelazione: la vita di un Distretto di Polizia è già molto ricca e interessante, non serve tirare in mezzo società segrete e follie varie.

L’uscita e l’entrata di tanti attori diversi, inoltre, ha stravolto lo spirito iniziale della serie, che si basava principalmente su una squadra di colleghi coesa e affezionata. Per quanto i nuovi arrivi fossero interessanti o ben scritti, hanno interrotto la continuità: i quattro cavalieri dell’apocalisse, Parmesa, Ingargiola, Guerra e Lombardi, gli irriducibili poliziotti che davano leggerezza e quel senso di realismo a tutta la serie, non sono stati sufficienti a mantenere quella sensazione di “casa” che è andata perdendosi insieme al trasferimento di ogni singolo ispettore e commissario.

Nel 2000, in Italia, Distretto di Polizia ci ha sbattuto in faccia un adorabile poliziotto gay, in seguito diventato commissario, ci ha detto Ahò guarda che sei razzista e ci ha fatto vedere che un uomo forte può cadere nella droga a seguito di un trauma, e che non va giudicato.

E tutto questo nella sola prima stagione.

Robbè, ma alla fine, Distretto di Polizia è da vedere?

Assolutamente sì, le prime stagioni sono imperdibili.

E le altre?

Le ho viste, ma non me le ricordo.

 

 

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