Recensione: Wild Wolf & Sweet Peony di Sadie Jane Baldwin

Autrice: Sadie Jane Baldwin
Genere: Contemporary romance
Editore: Triskell Edizioni
Data di pubblicazione: 18 maggio 2026

Lui è un uomo spezzato dal passato. Lei è luce pura in un mondo che non ha mai smesso di combattere. Insieme, potrebbero salvarsi… o distruggersi.
Norah Drywater ha solo diciott’anni quando perde tutto. Senza più una famiglia e con un uomo pericoloso sulle sue tracce, lascia la riserva in cui è cresciuta per mantenere l’ultima promessa fatta a suo padre: raggiungere Quinn, l’unico uomo che potrebbe offrirle un rifugio.
Quinn Galway vive isolato tra le montagne del Montana, nel suo ranch Wild Wolf. Ex sergente dei Corpi Speciali, porta sulle spalle il peso di una missione finita in tragedia e dei compagni che non è riuscito a salvare. Ha scelto la solitudine come unica via per sopravvivere… finché Norah non irrompe nella sua vita come una tempesta.
Costretti a convivere, tra lavori al ranch e silenzi carichi di tensione, l’attrazione cresce inesorabile. Ma la differenza d’età, i fantasmi del passato e i pericoli che incombono su Norah minacciano di distruggere tutto prima ancora che possano davvero scegliere di amarsi.
Perché alcuni cuori hanno bisogno di essere salvati.
E altri… di qualcuno disposto a combattere per loro.

Devo dire innanzitutto che non ho trovato azzeccate le metafore caratteriali dei protagonisti indicate nel titolo. Quinn, più che un lupo, è un vero e proprio “orso”: non ride, non parla, dà ordini secchi, non risponde, non tocca. È un reduce dell’esercito affetto da DSPT e dalla sindrome del sopravvissuto, che ha scelto la totale solitudine e l’isolamento sociale per leccarsi le ferite e autocommiserarsi.
Norah si può definire in tanti modi, ma “dolce fiore profumato” è l’ultimo della mia lista. L’avrei paragonata a un fiore di loto o una rosa del deserto: nativa americana vissuta in una riserva, è rimasta orfana ereditando i debiti del padre. Senza amicizie e senza un tetto, è braccata dai creditori del genitore prima ancora di raggiungere la maggiore età. Fugge trovando riparo nella baita di Quinn alla ricerca semplicemente di un posto sicuro dove poter sopravvivere un altro po’.
È spaventata, delusa dalla vita, arrabbiata, schietta, curiosa. Non le pesa il silenzio né la solitudine, è disposta a barattare l’accoglienza (temporanea di un mese) con il lavoro duro; ma anche così, Quinn riesce a farsi odiare spesso e volentieri per i suoi atteggiamenti scorbutici.
Se dovessi descriverlo, direi che è un cowboy incazzato con il mondo. Dispotico, presuntuoso e maleducato, abituato a sopravvivere con qualche sorta di tormento interiore che lo rende acido come un limone spremuto.
Lo stile dell’autrice è diverso da quello usato solitamente in romanzi simili (intensità, desiderio represso, stereotipi…). Per iniziare, la storia è narrata in prima persona alternando i punti di vista. Questo comporta una introspezione notevole, con rallentamento del ritmo e sviluppi molto lenti. Si tende ad abbondare nei pensieri, anche ripetitivi e contraddittori (“la vorrei, ma non la vorrei…”), e si finisce per arrivare al 70% di lettura prima di vedere una vera e propria svolta nella trama. D’altro canto, proprio a quel punto ci accorgiamo che le cose sono inspiegabilmente cambiate, che tra i protagonisti, in modo impercettibile e centellinato, si è sciolta una cera che li ha uniti.
Quinn è coerente in un atteggiamento ermetico, distante, burbero, mentre Norah continua ad assecondare la richiesta del silenzio, trattiene domande e tentativi di dialogo. Eppure perfino noi lettori siamo sorpresi di come il rapporto si sia evoluto. Di come, pur senza fare nulla, i due si siano abituati alla presenza reciproca. Di come sentano la mancanza dell’altro, avvertano la sicurezza, il senso di protezione, il senso di conforto nella presenza dell’altro. Come afferma la famosa frase: “L’essere umano è un essere sociale, rifugge la solitudine”: pur ostinandosi nel mantenere le distanze, la convivenza con un’altra persona rende più sollevati, dona conforto, ci si abitua a una presenza che ci fa da specchio e ci fa sentire la vicinanza.
Siamo come due mondi lontani che, per un capriccio del destino, si sono scontrati. Non siamo né amanti né amici veri. Siamo qualcosa nel mezzo: coinquilini con qualche crepa in comune. Okay, crepe in gran quantità e profonde come dei canyon, ma ci stiamo lavorando.
Fino a un passo dalla risoluzione finale, l’attrazione sotterranea tra i protagonisti rimane un pensiero aborrito da entrambi. La differenza di età è uno dei motivi, ma anche il fatto che Norah sia la figlia di un ex commilitone di Quinn. L’ospitalità a tempo determinato li trattiene dal buttarsi in una relazione duratura, ma altro motivo fondamentale è il fatto che Quinn sia stato tradito in modo orribile dalla sua ultima donna.
Nei pensieri dei protagonisti compare qualche lampo di desiderio di tanto in tanto, ma l’autrice non rende la cosa forzata o eccessiva. Non trasforma il flusso di coscienza in un romanzo troppo passionale o sdolcinato: mantiene la caratteristica brusca e asciutta di un tono di voce adatto al personaggio. Gioca anche sul rispecchiarsi, sul riconoscersi nelle ferite, nel trauma, nel bisogno di trovare pace, guarigione e, perché no? gioia.
«Tu vuoi qualcuno che aggiusti i tuoi pezzi, Norah.» Scuoto la testa, sollevo e riabbasso di scatto le braccia. «Ma io non sono un saldatore, e tu non sei un progetto da completare.» «Hai ragione.» Abbassa lo sguardo, continua a raccogliere le sue cose, gettandole alla rinfusa nello zaino, che alla fine si mette in spalla. Torna a guardarmi. «E tu non sei un eremita per scelta. Sei solo un codardo.»
Tutto questo fino a un passo dal finale, quando il romanzo cambia completamente volto. Sono rimasta perplessa da come, allo scadere dei trenta giorni dell’iniziale accordo di convivenza, le cose vengano rovesciate.
La calma piatta nel ritmo non trova maggiore verve, e tuttavia la personalità dei personaggi compie un triplo salto mortale nel giro di due pagine, trasformandoli in qualcosa che non erano, spingendoli a comportarsi in modo incoerente rispetto a solo pochi giorni prima: l’orso diventa un coccolone, la guerriera diventa una seduttrice. Il romanzo si trasforma da placida introspezione a romantico slancio passionale. Si dilunga in un lieto fine sdolcinato più di quanto necessario, regalando un epilogo perfino al cane/lupo (non è chiaro quale dei due sia effettivamente).SPOILER
Nonostante le buone potenzialità, anche la trama secondaria che aggiunge un pizzico di suspense è minimale: qualche cenno durante l’intero arco del romanzo e un ulteriore sobbalzo finale, entrambi con alcuni problemi di credibilità e troppo rapidi per animare il ritmo di lettura.







