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Recensione Serie Tv: The Good Fight – 4×1 – “The Gang Deals With Alternate Reality”

Progetto grafico a cura di Francesca Poggi

Che trip, Fenici.

Ammetto di aver tergiversato un pochino, prima di decidermi a vedere l’episodio: la deriva politica anti-Trump della terza stagione mi aveva gradualmente allontanata dalla serie, non per una questione ideologica, ma per l’esasperante insistenza con la quale veniva riproposto il tema. Insomma, stavo guardando un legal drama o un manifesto politico?

Hillary Clinton ha vinto le elezioni.

Un momento, cosa?!? Diane esulta guardando la televisione che annuncia la sua vittoria su Trump per le Presidenziali 2017 e poi se ne va in ufficio, gioiosa e incredula.

Era tutto un sogno, non ha vinto Donald.

Accende la tv in studio e vede che è stata trovata la cura per il cancro, la foresta amazzonica è salva, i ghiacciai sono intatti e gli orsi polari in sovrannumero: va tutto benissimo.

O forse no.

Harvey Weinstein è il nuovo cliente di Reddik-Boseman-Lockart e tutto lo scandalo #metoo non è mai accaduto. Diane ne è sconvolta, tutti in studio sono confusi dal suo comportamento e non capiscono perché sia così ostile nei confronti del cliente.

I problemi sono tanti, e quando a un evento benefico invita pubblicamente tutte le donne a raccontare le loro storie di abusi, viene richiamata direttamente dallo staff della Clinton: le donne devono mostrare forza, indipendenza, non rabbia.

La confusione aumenta sempre di più fino a quando Diane si rende conto di non aver ancora visto suo marito Kurt. Corre a casa e trova un carpentiere che aggiusta la porta di ingresso, anche lui convinto che sia stato Trump a vincere le elezioni e confuso da quanto sta vivendo. L’amministrazione Clinton sta sequestrando le armi, cercando chi le nasconde e Diane capisce che Kurt potrebbe essere al capanno nel bosco; lo raggiunge e finalmente capisce, ricorda.

La SWAT aveva fatto irruzione, Kurt aveva una pistola in mano.

Kurt è morto?

Terrorizzata torna in sé e si risveglia sul pavimento della loro camera, col suo amato marito che la osserva e un agente preoccupato che, per verificare la sua lucidità, le chiede chi è il presidente.

Un ritorno davvero inaspettato, non saprei come altro definirlo.

Ci eravamo lasciati con della SWAT in casa di Kurt e Diane, ma ammetto di averlo ricordato solo alla fine, quando mi sono genuinamente chiesta se lui fosse morto; mi dispiace anche che quel timore sia durato pochi istanti.

Ci stava un piccolo cliffhanger per il secondo episodio.

Certo, l’esordio non fa ben sperare per quanto riguarda la trama politica che tanto mi aveva annoiata lo scorso anno, e rivedere una canzoncina, beh, vi prego basta. Ho trovato interessante, però, che emergessero difetti anche di questa finta amministrazione Clinton, una sorta di presa di coscienza, l’ammissione che forse anche se avesse vinto il candidato desiderato non sarebbe andato tutto bene: gli estremismi sono dannosi anche quando vengono veicolati da persone giudicate moderate.

Un primo episodio strano, a se stante, che stupisce e che si fatica a inquadrare. Interessante e inutile (almeno al momento), fantasioso e fastidioso.

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Serena Oro

Serena Oro
Lilian Gold

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