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Recensione serie Tv: The Good Fight -4×07- “The Gang discovers who killed Jeffrey Epstein”

The Gang discovers who killed Jeffrey Epstein

Progetto grafico a cura di Francesca Poggi

Dritti al sodo, Fenici: sono scioccata.

Non mi sarei mai aspettata un finale di stagione simile e grazie tante, pandemia mondiale!

Liz viene incaricata dal procuratore federale di condurre un’indagine superpartes sulla morte nientemeno di Jeffrey Epstein.

Chi era costui, si chiede l’italiano medio poco avvezzo a scandali e processi mediatici statunitensi: ebbene, era un maiale porco suino strapieno di soldi, che come nelle versioni porno di Cenerentola si era fatto da solo, passando da insegnante di fisica e matematica (ma senza laurea), a galoppino di basso livello per una banca d’investimento per poi fare carriera e diventare un imprenditore di successo, oltre che un pedofilo trafficante di ragazzine. Ringrazio Wikipedia per l’aiuto in questo recap.

La sua morte in carcere è argomento molto dibattuto sia nella vita reale, sia in The Good Fight e la domanda che tutti si fanno a prescindere dalle teorie cospiratorie è: si è ucciso o l’hanno ammazzato?

Di prove ce ne sono a pacchi, in tutti i sensi e per tutte le versioni della storia. I legali di RBL mettono insieme una serie di nuove informazioni che li fanno girare come trottole da un personaggio all’altro, da un mistero a una stravaganza, da un evento storico a risposte folli; impossibile a un certo punto non perdere il filo del discorso.

Purtroppo il tempo a disposizione finisce presto e non c’è modo di dare al procuratore altro che non siano nuove pazzie su cui indagare, quindi l’uomo decide di togliere il caso a Liz.

Nel frattempo, STR Laurie chiede allo studio di tagliare il 20% dei dipendenti per contenere i costi. Adrian si oppone fermamente e convince Liz e Diane a ricomprare le quote dello studio, ma sul più bello scoprono di essere stati raggirati nel peggiore dei modi, rimanendo incastrati con la nuova società.

Julius infine va a denunciare le minacce ricevute in merito al Memo 618, ma tutto ciò che ottiene è il suo arresto, basato su false accuse.

Ok, che schifo. No, non la storia, quella era interessante, e non sto parlando neanche dell’uomo sporcaccione del quale ora so fin troppe cose.

Mi riferisco all’ultima scena. Tutto sto casino per arrivare a cosa? Un pisello galleggiante.

Oh sì: Bud, la “persona” di cui Epstein aveva parlato con Trump e con un pacco (ah-ah) di altra gente, altri non era che il suo cetriolino, che dopo al sua morte è stato prelevato e messo in salamoia per usi futuri, accanto a un altro barattolo contenente il suo cervello.

Sia chiaro, questa è pura fantasia, tutto telefilm e niente sostanza, ma cribbio!

È commedia? Satira politica? Cos’ho appena visto?

Trovo che sia questa il vero tallone di Achille di questa serie: mischiano realtà e finzione, lasciando però il prodotto incompleto. È tutto un gioco di specchi, un vero o falso che non porta mai da nessuna parte; lo scorso anno c’era l’ipotetica First Lady, quest’anno il pisello galleggiante di Epstein.

Sarebbe più semplice se dicessero Ok, mi ispiro a questo fatto di cronaca, ma lo faccio andare come voglio io, ma non lo fanno mai.

Storia vera, intermezzo televisivo, nessuna conclusione. MAI.

Ora viene fuori che all’origine del Memo 618 c’era Epstein: e poi?

Chi ha incastrato Roger Rabbit? Nixon sparato con una palla di cannone nella stratosfera? Politici italiani che twittano stupidAH NO SCUSATE…

Insomma, ci siamo capiti.

Ci vediamo il prossimo anno Diane, e chissà se il nuovo presidente vi andrà bene!

 

Fulvia Elia

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