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Recensione serie Tv: Star Trek: Discovery – 1a stagione completa – Netflix

Star Trek: Discovery – 1a stagione completa

L'universo di Star Trek: dagli albori fino ai nostri giorni

Progetto grafico a cura di Lostris

 

 

Dopo la mia precedente, doverosa introduzione  al vasto universo di Star Trek, inizio la mia recensione su Discovery dicendo che, a mio avviso, piacerà maggiormente a chi non ha mai seguito la saga, più che ai vecchi fan.

In questa nuova serie, c’è poco delle fondamenta che hanno reso Star Trek quello che è, e credo che i produttori abbiano strizzato l’occhio ai giovani e a nuovi possibili fan, piuttosto che accontentare noi, vecchi ammiratori.

Dal punto di vista visivo, gli effetti speciali sono ovviamente ottimi, visto l’immane balzo in avanti della tecnologia. Un giovane che guardasse oggi un episodio della serie classica probabilmente riderebbe, mentre io ricordo con malinconia l’effetto “calcinacci di cartone” di quando la nave veniva colpita, o la porta automatica che, sull’Enterprise, era fantascienza mentre adesso è la normalità, nella vita reale.

Quel che manca a questa serie, è il cuore della saga così com’era stata concepita da Roddenberry e portata avanti dai suoi successori. Ogni serie passata, persino Deep Space Nine che non era ambientata su una nave spaziale in missione di ricerca verso nuovi mondi ma su una stazione orbitante, era caratterizzata da nuove scoperte, nuove razze, praticamente a ogni episodio, pur avendo, ognuna, determinati fili conduttori che serpeggiavano lungo tutte le stagioni. Facevamo conoscenza con razze nuove, o approfondivamo aspetti di quelle già conosciute, ci trovavamo a dover affrontare situazioni inaspettate, animati dalla fede che avremmo avuto un lieto fine. Ecco, in Discovery trovo che manchino queste basi, mi suscita confusione, i personaggi non sono affidabili, e manca quella stupenda interazione fra loro.

Questa è solo la prima stagione, quindi mi sento di dire che la serie potrebbe prendere qualunque direzione: sarà necessario che Discovery arrivi al termine per dare un parere sul lavoro totale.

Per me, che ho visto ogni episodio, ogni film, questa nuova serie è un buon prodotto di fantascienza, ma poteva chiamarsi in qualsiasi modo.

Discovery è ambientato solo dieci anni prima della serie classica; a livello temporale si piazza dopo Enterprise, ma sembra di stare in un altro universo. Partendo dai famigerati Klingon, che sembrano un’altra razza e che in questa serie parlano soltanto in lingua madre e quindi bisogna per forza usare i sottotitoli, cosa che alla lunga può risultare stancante. L’uso della lingua natia è interessante se centrata in poche battute, ma una serie basata sulla guerra coi Klingon, in cui metà dei personaggi parla in modo incomprensibile, è faticosa.

Evoluzione del look klingon: serie classica, Worf di The Next Generation, Discovery

Nella serie classica, i Klingon erano attori truccati con sopracciglia folte, capigliature solitamente fluenti, vestiti con una foggia da antichi samurai. Con il progredire delle serie e probabilmente con un budget più alto per gli effetti speciali, hanno acquistato anche la fronte corazzata. La mancanza di tali creste craniali viene spiegato, in Enterprise, come frutto di esperimenti genetici. In Discovery, le creste sono meno pronunciate, ma soprattutto i Klingon che appaiono sono calvi e con strane nuche che a me ricordano i lavori dell’artista Giger (quello di Alien, per intenderci) e con la pelle molto scura, insomma, sembrano un’altra razza. In nessuna delle serie precedenti in cui si sono visti svariati rappresentanti dei vari casati Klingon, non si è mai visto un esemplare del genere.

Ma questo è soltanto uno dei punti che mi lasciano disorientata. Manca il lato pionieristico dell’esplorazione di altri mondi e il venire a contatto con nuove culture che tanto ha caratterizzato la saga. Gran parte delle puntate si svolgono nella dimensione specchio, in cui le controparti sono invertite, i buoni sono cattivi e viceversa, (agli intenditori è la dimensione in cui Spock ha la barba) e le trovo, sinora, un po’ claustrofobiche, praticamente l’azione non si sposta quasi mai dall’interno delle navi.

La storia è ambientata sulla nave stellare USS Discovery e ruota soprattutto sulla protagonista, anziché essere una storia corale. Altra novità, il personaggio principale non è il capitano ma il suo vice, poi degradato, Michael Burnham. Sentirla chiamare dal suo capitano (che muore subito, per poi tornare come controparte malvagia nella dimensione specchio) Number One, ossia Numero Uno, fa strano, perché è stato il soprannome, per sette stagioni, più quattro film, del Comandante Riker, datogli dall’impareggiabile Capitano Picard.

Credo che gli sceneggiatori abbiano voluto lanciare qualche amo a noi vecchi ammiratori, come anche la presenza di un tribolo sulla scrivania del Capitano Lorca. Apprezzabile, ma vagamente didascalico, avrei apprezzato maggiormente, essendo soltanto dieci anni prima della serie classica, ritrovare almeno i colori, per le divise, che hanno sempre caratterizzato l’equipaggio.

Michael è colei che, a causa della sua impulsività, dà il via al conflitto tra la Federazione dei Pianeti Uniti e l’Impero Klingon, una catastrofe insomma, per la quale guadagna l’ergastolo a vita, dal quale viene però graziata e assoldata dal Capitano Lorca.

Ora, non è la prima volta che si trova un personaggio irriverente e avventato nella saga, basti pensare al Capitano Kirk della prima serie, il cui motto principale era: “Al diavolo il regolamento!” Ma Michael non mi convince molto, sembra costantemente tormentata, fattore ancor più strano visto che è stata il primo essere umano ad aver studiato all’Accademia delle Scienze Vulcaniana, come figlia adottiva dell’Ambasciatore Sarek, celebre padre di Spock e uno dei principali artefici delle politiche della Federazione.

Tutti coloro che conoscono anche soltanto un minimo Star Trek, troveranno questa protagonista assai poco influenzata dai Vulcaniani; sembra infatti essere appena stata vomitata fuori da un riformatorio di un sobborgo americano piuttosto che dall’Accademia delle Scienze di Vulcano, perlomeno nelle prime puntate. Non trovo punti di riferimento, neppure paragonando Michael ai tanti esponenti della ribellione Maquis di Voyager, che si muovevano comunque spinti da ideali e non da stati d’animo. Progredendo con le puntate, il tormento di Michael inizia a essere spiegato, trovando causa nel conflitto interiore dei suoi sentimenti umani, contrapposti agli insegnamenti della logica vulcaniana.

In uno degli episodi scopriamo che Michael è cresciuta con Spock e che la madre di lui, moglie dell’Ambasciatore Sarek, leggeva per loro Alice nel paese delle meraviglie. Da letterata, apprezzo la citazione da Carroll, Michael ne recita anche un estratto mentre striscia in un tunnel dell’astronave, scappando da un mostro alla Alien, ma che Spock abbia avuto una sorella adottiva sembra davvero una forzatura.

Dulcis in fundo, la scoperta che il Capitano Lorca utilizza la rete miceliare (ovvero spore presenti nell’universo) per muovere la nave col teletrasporto, anziché con la velocità warp (a curvatura), menzionata in tutta la serie dagli anni Sessanta in poi. Oltretutto, questa rete miceliare ha bisogno, per funzionare, di sfruttare e far soffrire un essere alieno. Tutto questo è profondamente in contrasto con le regole della Federazione e con l’universo trekkiano in generale,basti pensare alla prima puntata di The Next Generation, quando l’equipaggio scopre che a far funzionare un’intera stazione è lo sfruttamento di una forma di vita intelligente, che viene prontamente liberata, mentre l’alieno in Discovery viene sfruttato finché diventa inutilizzabile e, finalmente, rilasciato.

Insomma, questa nuova serie, sinora, non mi sta convincendo come seguito di Star Trek, ma è un buon prodotto di fantascienza e ha i suoi lati godibili. se vista senza pretese, soprattutto dal punto di vista tecnico: la computer grafica è eccezionale, a livello cinematografico.

Manca quella leggerezza che la contraddistingueva, i temi importanti ma affrontati in maniera speranzosa, praticamente certi del lieto fine. Sinora Discovery si è mostrata molto scenografica, tormentata, oscura, con personaggi che non riusciamo a collocare al cento per cento in uno schema sicuro e riposante. Non che questo sia un male, è solo diverso… e non è ciò che un fan di Star Trek si aspetta.

Trovo che la serie sia di rottura con le precedenti, anziché armonizzarsi con le altre, fattore che probabilmente è voluto ma che, a mio modesto avviso, non è azzeccato come negli ultimi tre film con la generazione giovane.

Lo dimostra anche il fatto che la visione sia classificata come +16, anziché come +13 come tutte le altre serie, è più violenta, e certe battute non sono adatte a un pubblico troppo giovane. Scopriamo,ad esempio, dal Capitano Lorca che gli umani non hanno il numero di organi sufficienti per soddisfare una femmina Klingon. Ah sì? E i genitori di B’elanna Torres di Voyager, lui umano e lei klingon, come avranno fatto?.

Il momento in cui ho udito una parolaccia, ripetuta due volte, (Che figata, cazzo!) ho decretato ufficialmente che questa serie aveva rotto con le precedenti.

Il politicamente corretto, ha fatto sì che nell’equipaggio sia stata inserita tra i personaggi principali, una coppia gay. Lo trovo superfluo, perché Star Trek ha mostrato, nel corso degli anni, svariati tipi di unioni in razze aliene: ermafroditi; coppie con un terzo cogenitore che deve fornire materiale biologico durante l’amplesso per far avvenire il concepimento, famiglie matriarcali con più mariti condivisi. e che dire dell’androide Data programmato per tecniche multiple? E la trill Jadzia Dax di Deep Space Nine che ha un simbionte nel proprio corpo che ricorda tutti i mariti e mogli degli ospiti in cui è stato precedentemente, tanto per citarne alcuni? Avrei capito l’accenno alla coppia gay, ma averla come personaggi fissi per tutta la serie la trovo troppo esibita, considerando che il lato romantico e sessuale, in Star Trek, è sempre stato mostrato in modo velato.

Trovo che gli ultimi tre film di J. J. Abrams siano stati pensati meglio, nel senso che Star Trek, un viaggio nel tempo cambia completamente il corso della storia, aprendo nuove e molteplici possibilità, ripartendo da zero con un equipaggio giovane appena uscito dall’accademia della Flotta stellare. Questo non accade con la serie Discovery, che segue la stessa linea temporale fra Enterprise e la classica e dovrebbe, appunto, mantenere maggior coerenza di contenuti e tematiche.

Ai tempi di Enterprise, la critica era stata dura, infatti le stagioni si erano fermate a quattro e la serie era stata chiusa con un episodio finale frettoloso. Personalmente mi era dispiaciuto, perché in quella serie si erano sviluppate delle storie molto affascinanti, come quella dell’universo Xindi, e si era approfondita la conoscenza della razza andoriana, che appariva già nella classica. Beh, al confronto, Enterprise valeva altre tre stagioni. Sono molto scettica su questa Discovery, spero che la situazione migliori nella seconda stagione e che gli sceneggiatori tornino un po’ di più al cuore pulsante di Star Trek come l’aveva concepito Roddenberry, vi terrò aggiornati.

Lunga vita e prosperità!

 

Romanticamente Fantasy

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