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Recensione Serie TV: Dispatches from elsewhere – Stagione 1

Progetto grafico a cura di Vita Firenze

Ciao a tutti, amanti delle serie TV!

La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. (Luigi Pirandello)

Dispatches from Elsewhere è una fiction ispirata al docu-film The Institute che narra la storia di un gioco di simulazione della realtà alternativa chiamato “The Jejune Institute” e sviluppato nel 2008.  Il cast annovera due nomi eccellenti: Jason Segel (How I met your mother), che è anche autore del programma, e Sally Field (Brothers & Sisters).

La vicenda è raccontata attraverso gli occhi dei quattro protagonisti: Peter – un uomo ingabbiato in una vita che non lo soddisfa ma che non trova il coraggio di cambiare – Simone – giovane gender che vive nel perenne timore di non essere accettata – Fredwynn – personaggio strano quanto il suo nome, paranoico e convinto che tutto sia manipolazione – e Janice – dolcissima donna non più giovane nell’aspetto, ma molto energica nel carattere.

Attraverso il coinvolgimento in un gioco di simulazione virtuale, i quattro diventano membri della stessa squadra e opereranno insieme alla ricerca di Clara, detentrice della divina nonchalance, barcamenandosi tra l’istituto JEJUNE, capeggiata dall’affascinante e misterioso Octavio – che pare voglia Clara per scopi immondi – e la Elsewhere Society – nemica giurata del JEJUNE e aspirante salvatrice di Clara.

Come dite? Che cos’è la divina nonchalance? Me lo sono chiesto diverse volte anche io e, dopo le prime cinque puntate ancora non avevo capito nulla. Stavo quasi per farmi prendere dallo sconforto…

Seguendo poi la storia di Clara e assistendo all’effetto del suo racconto sulle vite dei quattro protagonisti ho finalmente colto il punto: la divina nonchalance è la capacità di essere ciò che si vuole, sfruttando il proprio potenziale al massimo, senza limiti né inibizioni. Ognuno di noi è speciale e può decidere di fare qualunque cosa anche a prescindere dalla propria formazione e dalle proprie esperienze pregresse pur traendo linfa vitale da esse. Può un biologo marino diventare professore di storia dell’arte? Perché no! La fiction non si limita a dirci che ciò è possibile, ma ci dimostra che ciò è possibile.

Divina nonchalance è la rappresentazione virtuale dell’Uno, nessuno e centomila nello spazio intermedio tra una realtà e … un’altra realtà… e così via. Perché nella nostra simulazione possiamo figurarci infiniti scenari e farli diventare reali tanto quanto lo è la nostra routine quotidiana.

Peter e i suoi compagni iniziano la loro avventura convinti di partecipare “solo” a un gioco che prima o poi avrà una fine, ma si troveranno invece ad affrontare un percorso interiore che esulerà dall’alternativo o “altrove” – volendo replicare il significato del termine elsewhere – e che li porterà a guardare in faccia le proprie debolezze e gli errori fatti a causa di quelle stesse debolezze, conquistando così una nuova consapevolezza.

Peter, Simone, Fredwynn e Janice siamo noi… e anche no… noi siamo noi… ma possiamo essere anche altro…

Confusi? Non vi preoccupate non siete pazzi, è una reazione assolutamente normale.

Jason Segel ci presenta questa fiction seguendo un formato narrativo di “storia nella storia”, replicando la struttura dei giochi di simulazione virtuale. Quando ho giocato per la prima volta con un simulatore, nel momento in cui sono tornata alla realtà della stanza in cui mi trovavo, ho avuto bisogno di qualche minuto per riabituarmi all’ambiente e rieducare un po’ le idee perché il distacco dalla modalità virtuale mi ha lasciato quasi un senso di abbandono. Si stava così bene in quella dimensione alternativa…

L’epilogo di questa prima stagione mi ha lasciato in balìa delle stesse sensazioni. Si resta spaesati e in affanno nel cercare di dare un senso logico a quanto visto, fallendo inesorabilmente. Non perché la storia non abbia un senso, ce l’ha eccome, solo che non rientra in quello schema socialmente accettato che ci porta a comprendere con facilità solo quello che trova dei riscontri nella concretezza dei fatti.

E ciò che non possiamo in qualche modo spiegare che fine fa? Viene relegato nella dimensione dell’inspiegabile, dell’illogico, del postulato.  Spetta dunque a noi decidere se credere in quello che abbiamo visto o respingerlo in quanto inspiegabile secondo dei principi standard.

Jejune ed Elsewhere, rappresentano due dimensioni opposte, ma anche due facce della stessa medaglia… un Giano bifronte della virtualità che rappresenta la doppia personalità che alberga in ciascuno di noi; quella logica e quella trascendentale o – se preferite –sognatrice. Noi scegliamo quale delle due parti nutrire di più, cercando sempre di mantenere però un giusto equilibrio. Perché sbilanciarsi nel logico può renderci troppo rigidi e abbandonarsi all’assurdo – per quanto possa essere affascinante – rischia di allontanarci pericolosamente dallo scoglio della realtà.

La fiction non è stata annunciata come una miniserie e – come da ammissione del suo stesso autore – avrà un seguito di cui ancora non sono stati definiti i termini. Nonostante l’epilogo metta in qualche modo un punto alla storia di Clara e di Peter, restano però aperti diversi quesiti sul destino degli altri protagonisti.

Non resta che attendere che questi Fab Four della simulazione tornino a raccontarci le loro storie.

Serena Oro

Serena Oro
Lilian Gold

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