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Recensione serie TV: “Chesapeake Shores”-Stagioni da 1 a 3-

Chesapeake shores

Recensione con spoiler

Una volta finiti i bagordi natalizi e mentre si dissipa quella falsa sensazione di benessere, cosa può aiutarci a sentirci nuovamente normali e poveri? Ma ovviamente una serie Hallmark in cui una “wealthy” famiglia americana ci sbatte in faccia la sua ricchezza priva di senso!

Abby O’Brien lascia la caotica New York e il suo ex marito per volare con le figlie a Cheaspeake Shores, una sorta di paradiso terrestre dai paesaggi mozzafiato che si affaccia sull’omonima baia; qui ritrova un’insperata serenità, ma soprattutto il suo primo amore.

Trace Riley. Un sognatore, un musicista, un pirla. I due si amano, lui nei quindici anni di lontananza ha inseguito il suo sogno di fare musica a Nashville, e giustamente una volta tornato a casa e riavvicinatosi alla sua anima gemella, trova sensato riunirsi alla band, alias “i due amici scrocconi che senza di lui non valgono un plettro”.

Non per niente si chiama la Trace Riley Band.

In pratica lui non ha fatto altro che scrivere nenie orrende su Abbie, ma lei non sembra trovare la cosa molto inquietante, tanto che il loro riavvicinamento è veloce e privo di ostacoli, almeno all’inizio.

Attorno a questa coppia primaria e male assortita ci sono i genitori di Abbie, divorziati da tipo vent’anni (e su questo torno dopo), la nonna e i quattro fratelli: Connor, Kevin e Bree e Jess, che da sole tengono in piedi praticamente l’intera serie.

Paesaggi fenomenali, case sulla costa che fanno letteralmente piangere da quanta invidia suscitano, qualche storia d’amore e la totale assenza di colpi di scena, rendono questa serie un comodo cuscino su cui appoggiare la testa nei giorni in cui non abbiamo niente da vedere. La trama orizzontale ovviamente va seguita, ma la cosa più complicata da ricordare sono i nomi dei tanti protagonisti.

Ci sono cose che, non ve lo nascondo, danno molto fastidio allo spettatore complottista, a chi è abituato a storie complesse e a personaggi fuori di testa: il fatto che la prima scena della serie sia la mamma che se ne va di casa mentre i figli la guardano sconvolti, e il suo ritorno 15 anni dopo sia praticamente all’acqua di rose, è sinceramente offensivo. Poi si scopre che alcuni figli l’hanno frequentata, altri no e a un certo punto semplicemente non si capisce più nulla. Contenti voi…

Un altro grande difetto è questa coppia primaria, così male assortita e destinata al fallimento già dalle prime inquadrature. Lui musicista dalle dubbie capacità e col carisma di un piccione, lei ipermanza coi piedi per terra, una carriera in costante ascesa e due figlie che giustamente non possono essere seconde a nessun fidanzatino del liceo.

La loro relazione si riassume in un’unica, geniale frase: Trace, non posso essere la tua groupie. Sipario e buona serata a tutti.

Ignorando i momenti Abbie-Trace, tutto ciò che succede a Jess col suo B&B e a Bree con la sua carriera di scrittrice, è imperdibile. Davvero, ci vorrebbe uno spin-off di loro due, col resto della pedante famiglia che si limita a fare da contorno, soprattutto quel musone bipolare del padre Mick, che è supportivo, critico, onesto e spietato. Da lui non sai mai cosa aspettarti: ti allunga 200 dollari? Ti fa causa? Mistero.

Va menzionata infine la preziosità delle interazioni tra i fratelli, che nonostante le diverse personalità e aspirazioni, sono sempre presenti gli uni per gli altri e ci regalano scene davvero speciali, dense di affetto e supporto.

Concludo consigliando questa serie come un ottimo diversivo, un buon modo per staccare dai soliti mostri, assassini, supereroi e medici infallibili. È un romanzo, o meglio, una serie di romanzi, dell’autrice Sherryl Woods, portati sullo schermo e dedicati alle lettrici che amano le storie corali e leggere. La trovate su Netflix, pronta ad essere bingata come se non ci fosse un domani!

Fulvia Elia

Fulvia Elia

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