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Recensione: “L’angelo nero” di Eddy Morello

Sette coppe nascoste, sette angeli custodi a difenderle. Se anche solo una di esse finisse nelle mani dei demoni, gli ultimi duemila anni di pace diventerebbero un lontano ricordo. E i demoni hanno scoperto la posizione di uno dei sette templi. 
La quattordicesima squadra, in missione per scovare una banda di gamchicolh, non dà sue notizie da quasi un mese. Caliel, l’Angelo Nero, e Binael, suo amico d’infanzia, che hanno appena concluso l’accademia, e ora sono dei legionari a pieno titolo, partono con la novantanovesima, al comando del sergente Nidal, in cerca dei compagni dispersi. Ma l’Angelo Nero custodisce un segreto che neppure lui stesso conosce, e non è un caso se è stato scelto per quella missione.
Qualcosa si sta muovendo, nel torrido Inferno, e il re non può permettersi di rimanere con le mani in mano. L’arcangelo Gavriel, generale della prima legione, e l’immortale cherubino Berith, comandante degli Undici, sono gli unici su cui possa fare affidamento. Non può fidarsi di nessun altro, perché l’inganno e il tradimento sono lì ad attenderlo. Ma lui stesso è molto abile nell’inganno, e non può permettersi che certe verità vengano alla luce.
Qualcuno sta rimestando le limpide acque dell’Eden, e un torbido passato sta tornando a galla. Viaggi, battaglie, inganni, magia. E personaggi completamente fuori dalle righe. Perché a separare il bene e il male è una linea molto sottile, e non tutti viaggiano con entrambi i piedi dallo stesso lato di quel confine.

Gli unici suoni che udiva da secoli erano il crepitio delle torce e l’eco dei propri passi. Non rammentava neppure più il suono della propria voce. Si chiese se sarebbe stato ancora in grado di parlare, in caso ne avesse avuto bisogno. Fece spallucce, convinto che non l’avrebbe mai scoperto. Chissà cosa sta accadendo fuori di qui…Dubitava che qualcuno si ricordasse ancora della sua esistenza. Migliaia di volte si era detto che sarebbe rimasto lì per l’eternità, in quel buco scavato nella nuda roccia, nel cuore di quella montagna. Finché non fosse morto di vecchiaia. I topi si sarebbero gustati il suo cadavere. Era consapevole della scelta che aveva fatto. Si era offerto volontario per sorvegliare il tempio e la coppa, conscio del fatto che non avrebbe più rivisto anima viva, o che, se mai l’avesse vista, avrebbe dovuto ucciderla. O sarebbe perito nel tentativo. Quella coppa era così pericolosa che il suo sacrificio era ben poca cosa, se paragonato alla distruzione dell’Eden. Ed era certo che sarebbe senz’altro accaduto, nel caso in cui fosse finita nelle mani dei demoni. Un potere così immenso… Scosse la testa. A proteggerla, solamente lui e il suo segreto, suo unico alleato. Avremmo potuto fare di meglio… Avremmo dovuto! Ma come, come? Cosa, più che nasconderle? Pensò agli altri sei guardiani, che come lui, in altrettanti luoghi a lui ignoti, adempivano allo stesso dovere. Il re era l’unico a conoscere l’ubicazione di tutti e sette i templi.

L’Eden e l’Inferno sono in pace da duemila anni. Dopo la Grande Guerra e la sconfitta di Astaroth, il popolo degli angeli ha ripreso la sua vita pacifica. Solo i Legionari continuano ad addestrarsi e pattugliano i confini, dando la caccia ai Gamchicolh, vecchi alleati di Astaroth, che non hanno mai smesso di fare piccole escursioni e prendersela con angeli solitari nei villaggi di confine. Ma le cose stanno per cambiare: la fine della guerra cela un grande segreto, conosciuto solo dal re, dagli undici Cherubini che sempre lo accompagnano e lo proteggono da sette Serafini, e da pochissimi angeli. I sette Serafini hanno preso su di se un grande onere: ognuno di essi, infatti, da ben 2000 anni, vive in completa solitudine in un tempio segreto, custodendo, in una coppa, una parte di un grandissimo potere. Sette coppe, sette templi, e nessuno di loro conosce l’ubicazione degli altri. Si sono offerti spontaneamente a una vita solitaria, fino alla fine del loro tempo. Solo il re conosce i luoghi in cui sono posizionati i templi. Il segreto, così gelosamente custodito, ha permesso molti secoli di pace, ma qualcuno ha scoperto l’ubicazione del tempio di Abbadon, un essere dotato di grande magia che è stato in grado di sconfiggere il Serafino Elemiah. Ora, solo il sigillo delle catene magiche che imprigiona ancora la coppa, impedisce che una grande malvagità torni libera. Ma a una ad una le catene stanno cedendo. È la rottura della prima catena che rivela al re che uno dei templi è stato violato, e Berith, il Cherubino più forte, viene inviato a fermare l’intruso. Mentre il regno e il generale Graviel, uno dei veterani della Grande Guerra, si prepara a fronteggiare il pericolo, un manipolo di giovani Legionari viene mandato in missione, e fra loro c’è Caliel, unico angelo oltre ai Cherubini ad avere ali nere e non bianche, e che senza esserne cosciente è parte integrante dei piani del nemico.

Il mondo descritto nel libro sembra ambientato in un’epoca come il nostro medioevo: gli angeli sono contadini, mercanti, soldati. Volano e si muovono con dei carri, non c’è nessuna connotazione religiosa. Sono angeli di un’umanità assoluta, provano odio, gelosia, sono collerici e a volte violenti e sono anche molto scurrili. E qui non posso fare a meno di sottolineare che il linguaggio appare a volte troppo moderno per il mondo creato, e che trovare un angelo millenario che formula una frase così pittoresca, mi ha spiazzato alquanto:

Se un qualsiasi demone scoreggia all’interno dei nostri confini, o se anche solo pensa di farlo, io devo saperlo prima ancora che si senta la puzza.

Così come la parte riguardante il manipolo di Legionari al comando di Nidal, dove le parole “cazzo” e “fottuto” vengono usate in tutte le sue declinazioni, spesso anche due o tre volte per pagina (ho smesso di contare quante volte venga ripetuto “fottuto” dopo l’ottantesima). Questo è un brano preso a caso che rende bene l’idea:

Caliel si sentiva la testa leggera e indolenzita. La tempia destra gli pulsava, martellandogli il cervello, e l’orecchio destro gli fischiava. «Ti rendi conto di quel che sarebbe potuto accadere, fottutissima testa di cazzo?» Nidal ringhiava a denti stretti. Le sue parole rimbombarono nel cranio di Caliel, che si portò le mani alle tempie e strizzò gli occhi. Quel gesto gli provocò una fitta di dolore alla spalla destra, dove aveva sbattuto contro l’albero. Fanculo, nano del cazzo! Potrebbe esserci la mia famiglia laggiù! Il dolore alla testa aumentò. Gli sembrava che un fabbro gliel’avesse martellata su di un’incudine per ore. Fanculo! In fondo, però, sapeva che il sergente aveva ragione. «Mi dispiace, signore.» «Ti dispiace? Ti dispiace? Spera solo che questa tua fottuta idiozia non ci crei problemi, altrimenti ti farò sbattere sulla croce.» «Io… Io non so cosa mi sia preso… Quando ho visto il villaggio ridotto in cenere, io… Non ho saputo controllarmi…» Scosse la testa. «Già, l’ho visto… Fottuto pivello.» Fottuto pivello! Dovrei metterti a morte! E pensare che ti ho voluto io in questa cazzo di squadra! «Per adesso la cosa finisce qui. Ho troppe cose più importanti a cui pensare, ma ne riparleremo quando torneremo alla Città degli Angeli.» Nidal si alzò in piedi e si allontanò di un passo. «E adesso rimettiti il tuo fottutissimo elmo.»

Ogni capitolo racconta parte della storia: in uno seguiremo ciò che avviene nella Città degli Angeli e alla corte del re, in un altro seguiremo il viaggio di Bertith verso il tempio di Abbadon mentre cerca di arrivare in tempo, prima che l’ultima catena si spezzi, in un altro ancora seguiremo i Legionari al confine e alcune volte ci ritroveremo nella Città dannata. Questo è un espediente molto usato nel fantasy e, dopo un primo momento, ci si abitua facilmente. Ma spesso, improvvisamente, troverete pagine intere in corsivo: questo perché vi troverete catapultati nel passato, nei ricordi di vecchie battaglie, e se questo permette di capire molto del presente, spezza però il ritmo della storia, che viene, così, rallentato. Le tantissime, particolareggiate descrizioni, se arricchiscono la storia, la rendono però anche più pesante, e si potrebbe tranquillamente eliminare quelle non strettamente necessarie, rendendo il libro più scorrevole.

È un libro piacevole, che ha tantissime potenzialità non pienamente sfruttate, anche se non proprio originale: è impossibile non pensare a Lucifero come ad Astaroth, ma anche le sette coppe mi hanno fatto immediatamente scattare il ricordo di Voldermort. Pur con le sue pecche ho trovato la sua lettura interessante, e l’autore riesce a incuriosire, invogliando il lettore a voler scoprire il destino della coppa: chi è veramente Caliel, e se un Serafino innocente subirà un ingiusto castigo. I personaggi sono caratterizzati benissimo e la trama è ricca e articolata, anche se il linguaggio usato è molto semplice. Per quanto mi riguarda, un buon lavoro di editing, una sfoltita alle 804 pagine e un linguaggio più elegante, renderebbe questo libro perfetto, ma come sempre questa è la mia personalissima opinione.

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Sette coppe nascoste, sette angeli custodi a difenderle. Se anche solo una di esse finisse nelle mani dei demoni, gli ultimi duemila anni di pace diventerebbero un lontano ricordo. E i demoni hanno scoperto la posizione di uno dei sette templi.  La quattordicesima squadra, in missione per scovare una banda di gamchicolh, non dà sue notizie da quasi un mese. Caliel, l’Angelo Nero, e Binael, suo amico d’infanzia, che hanno appena concluso l’accademia, e ora sono dei legionari a pieno titolo, partono con la novantanovesima, al comando del sergente Nidal, in cerca dei compagni dispersi. Ma l’Angelo Nero custodisce un…

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Voto Lucia63 3,5

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