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Recensione : La Sindrome di Rubens di A.I. Cudil

Titolo:La sindrome di Rubens

Autore:A.I. Cudil

Editore: Triskell Edizioni

Data di uscita: 03.09.2021

Matthias Sallmann è un carismatico astro nascente nel panorama della critica d’arte europea. Durante una conferenza, attira l’attenzione del grande pubblico menzionando un’intrigante teoria, “La sindrome di Rubens”, in cui l’arte e il sesso si fondono in un legame piccante.

Quella che credeva una trovata per incuriosire i media, assume tutto un altro significato quando il professore viene contattato da una ragazza veneziana che sostiene di aver sperimentato di persona la sindrome. Dapprima è scettico nei confronti di Lidia, quando scopre che l’uomo che l’ha sedotta è niente meno che suo fratello, Karl, Matthias cambia approccio e decide di scrivere un saggio sull’argomento, facendosi aiutare proprio dai due ragazzi.

Tanja è l’assistente di Matthias da anni, lo ammira per il suo lavoro ma non può credere che la sindrome di Rubens esista davvero, soprattutto perché questa ricerca rischia di compromettere la sua amicizia con Karl.

Per Karl invece la sindrome di Rubens è stata una rivelazione, da sempre ha vissuto nell’ombra del fratello, ma quello che è successo con Lidia ha sconvolto tutto il suo mondo mostrandogli una parte di sé che soffocava. Adesso è deciso a prendersi quello che più desidera senza esitare.

Matthias è determinato a dare una svolta decisiva alla sua carriera grazie allo studio approfondito sulla sindrome di Rubens ma si ritroverà sempre più coinvolto da Lidia che con le sue stoccate e battute pungenti non sembra per nulla intimorita dalla fama del professore.

Tra le calli e i canali che bagnano Venezia quattro persone molto differenti tra loro, ma unite dalla comune passione per l’arte, dovranno fare i conti con una sindrome molto diversa da quella di Rubens e che assomiglia pericolosamente all’amore.

 

 

Adoro quel dipinto e i riflessi perlacei della sensuale carne fiamminga mi provocano un dolore reale all’inguine. Percepisco il calore del corpo della donna a pochi passi da me. È ferma davanti al quadro, ammaliata dalla carnalità dell’immagine proprio come lo sono io.

 

Seguo questa autrice da un po’ perché non sono ancora riuscita ad afferrarla, e ogni volta mi piace accarezzare l’idea di confrontarmi con uno stile che non mi è familiare. 

La cosa più spiazzante sono le caratterizzazioni fosche, e non sono riuscita a definire se l’effetto sia voluto oppure frutto di una presentazione dei personaggi imperfetta.

La prima persona non aiuta perché espone tutti i dubbi e le riflessioni in divenire, che a volte si contraddicono una con l’altra; ma non è solo questo. I pensieri assecondano intenzioni che non sono sempre coerenti con una individualità precisa del personaggio. Troppe le sfaccettature, insomma, ma soprattutto ambigue le volontà e i desideri, che cambiano da un momento all’altro presentandoci personaggi difficili da inquadrare, tutt’altro che piatti, ma che non si sa da che lato prenderli, senza forma, come degli slime. 

Il ritmo, poi, è appena rallentato dal punto di vista multiplo che talvolta rivive le stesse scene.

Dimentico ogni cosa, il suo atteggiamento saccente, quel sorrisetto malizioso e arrogante, l’altezzosità con cui tratta le persone… ora lo abbraccerei, per essere sicura che sia reale. C’è una tale bellezza in lui, una passione per il suo lavoro, che traspare dalla voce, che adesso non potrei negargli nulla. Sono completamente avvolta dal carisma di quest’uomo e solo una vocina lontana mimi sussurra di stare attenta. Forse si sente così il topolino quando il serpente lo guarda prima di mangiarselo. Ma io mi lascerei mangiare da Matthias?

 

Matthias è forse il protagonista meglio riuscito: ha un atteggiamento ondivago ma con l’avanzare della lettura si capiscono i motivi. Indossa maschere di facciata, con il suo fascino è capace di manipolare l’interlocutore e distoglierlo dall’approfondire la sua interiorità. D’altra parte a volte, con Lidia, mostra il vero sé stesso, i suoi desideri, le paure, e alcune peculiarità caratteriali come la grande precisione e dedizione al lavoro. Questo lo porta a comportamenti talvolta contraddittori, come lasciarsi andare mostrandole interesse, e subito dopo abbandonarla o trattarla in modo freddo o distaccato.

Se Matthias viene ripreso in modo sempre più approfondito arrivando a una connotazione sempre più chiara, affrontando nel corso del romanzo una sorta di arco di crescita, Lidia invece rimane una figura insipida fino alla fine, forse appena più disinibita sul finale; senza particolari prese di posizione, si lascia un po’ manovrare e asseconda Matthias sperando che lui faccia la prima mossa. Per quanto riguarda Klaus, invece, grazie all’esperienza vissuta al museo, notiamo spuntare un sottile bagliore di irriverenza e sicurezza in un personaggio inizialmente succube e spaventato.

Il desiderio che le leggo negli occhi scuri invece lo comprendo, è lo stesso che provo io. Una fitta dolorosa mi travolge quando mi avvicino a lei e inizio a baciarla. Devo farlo, non posso credere di aver resistito finora.

 

La sindrome di Rubens è un’attrazione passionale improvvisa che si scatena tra due sconosciuti, Lidia e Karl. Anche se l’incontro è occasionale, i due ragazzi hanno modo di rivedersi e accade l’imprevisto, scopriremo che sono la coppia sbagliata dei nostri quattro personaggi: Lidia viene affascinata dal fratello di Karl (Matthias, arrogante e pomposo critico d’arte), mentre lui riesce a concretizzare una relazione con la ex di suo fratello, che gli piace da anni.

I due chiariscono da subito che il loro incontro non è destinato a confluire in una relazione diversa dalla semplice amicizia, e da quel momento le vite dei quattro giovani si intrecciano, ma la ragazza di Karl rimane gelosa in modo latente, così come Matthias fatica a esprimere le proprie emozioni, non ancora sicuro di quello che Lidia provi per lui. Siccome da subito notiamo che i partner delle due coppie sono reciprocamente interessati e ben disposti, immaginiamo già un finale sereno per tutti. Quello che purtroppo capita è che non ci saranno più ostacoli da qui al lieto fine, se non qualche refolo di gelosia.

Tutto in lei mi trasmette forza e anche una certa astiosità. Scoppio a ridere, è questo che volevo! Proprio questo: una donna che mi tenesse testa. «Bene, allora cominciamo. Dove vi siete incontrati? Da quale sala del museo siete partiti?» chiedo ignorando l’espressione ostile che l’italiana ha adesso sul viso. Non ha gradito di certo il nostro scambio di battute, peccato, io l’ho trovato così illuminante e utile.

 

L’inizio mi è parso interessante e pieno di potenziale, anche se pensavo sarebbe stata approfondito diventando il fulcro degli sviluppi successivi, più che la scusante narrativa che li tiene legati. Invece non ci sono stati particolari colpi di scena legati a scoperte eccezionali o effetti dirompenti e, dopo i primi disguidi, gli eventi si sono svolti in modo lineare, i conflitti appianati subito man mano che si presentavano, con la conseguenza che non siamo mai rimasti col fiato sospeso: tutti si capiscono all’istante, si chiariscono con molta trasparenza e dialogo continuo. Fin da subito è chiaro come potrà finire, anche se alcuni dei protagonisti faticano ad assimilare le dichiarazioni delle persone di cui sono innamorati e necessitano di continue rassicurazioni.

Per quanto lo svolgimento sia andato in una direzione diversa da quanto immaginavo, devo dire che ho trovato comunque una chiave di lettura particolare: sotto un certo punto di vista la sindrome e il successivo approfondimento razionale mettono a confronto uno scoppio di passione con un innamoramento più cerebrale, progressivo, basato sulla conoscenza graduale di una persona in carne e ossa, con tanto di personalità, pregi e difetti. Forse si arriva proprio a tracciare la differenza tra sesso focoso e vero amore, o forse è solo una mia lettura, chissà.  

È questo che mi spiazza, da un lato è freddo, scostante e sì, pure stronzo, dall’altro è esuberante, sensuale, un gatto ruffiano che si avvicina solo quando vuole lui.

 

La storia d’amore tra Lidia e Matthias, a questo punto, ci tiene sulle spine a causa della distanza e della professionalità con cui lui tratta la principale testimone della Sindrome di Rubens, ovvero senza coinvolgimento sentimentale. Anche se entrambi sono molto attratti, l’esperto di arte si concentra per non farle la corte fino al termine della pubblicazione del libro che approfondisce quella tematica, pur avventurandosi in qualche frase spinta e doppi sensi che inevitabilmente alimentano in lei un senso di confusione e ambiguità. Mi è dispiaciuto scoprire che la forza della passione non è stata soverchiante sulla sua razionalità e sulla sua dedizione professionale, e che l’amore non è riuscito a rovinare i piani ordinati con cui Matthias ha messo in sequenza prima la pubblicazione del libro, e solo dopo la conquista di Lidia. Forse per questo, perché lui non si lascia andare veramente fino alla fine, la presa di coscienza che trasforma Matthias da playboy a uomo innamorato avviene nel giro di poche pagine. Non è una decisione sofferta, non ne assaporiamo i conflitti interiori, anche se viviamo i suoi pensieri ambivalenti che oscillano da un opposto all’altro. Fino a quel momento la sua titubanza sembra legata solo a una questione di priorità: prima il dovere e poi il piacere. Ordine che, appunto, non viene scardinato dalla “potenza dell’amore”.

Invece mi alzo, vado in sala da pranzo e apro la portafinestra che dà sul balcone. Mi affaccio a guardare il Canal Grande e sono travolto dalla bellezza abbacinante di Venezia.

Le luci tremolanti riflesse sull’acqua sono così simili alla mia vita che una tristezza infinita mi entra nel cuore. Sono solo. Lo sono sempre stato e non ne avevo mai sofferto, oppure avevo sempre evitato di pensarci.

 

Un’altra cosa che mi ha un po’ disturbata è la scelta del momento della resa di Matthias alla passione: i ragazzi si lasciano andare alla loro prima volta proprio una sera in cui Lidia è completamente ubriaca. Tutt’altro che eroe dalla scintillante armatura con una morale integerrima, si abbandona alla lussuria senza assicurarsi che lei sia abbastanza lucida per esprimere il consenso. Naturalmente sappiamo tutti che la ragazza non desiderava altro, però mi è parso davvero di cattivo gusto.

«Non so se sono capace di costruire un rapporto duraturo, ma non credo di poter più vivere senza averti accanto. Puoi correre questo rischio? Puoi provare a stare con me?»

 

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Emanuela

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