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Recensione: His House

His House è un film del 2020 scritto e diretto da Remi Weekes, al suo esordio alla regia, trasmesso da Netflix. L’ha visto e recensito per noi MariRiss. Qui il trailer.

His House

Progetto Grafico a cura di Maria Grazia

Paese di produzione: Stati Uniti, Regno Unito

Anno di uscita: 2020

Titolo originale: His House

Genere: Horror, Thriller

Durata: 93 minuti

Regia: Remi Weekes

Cast: Wunmi Mosaku, Sope Dirisu, Matt Smith.

Fuggita dal Sudan del Sud martoriato dalla guerra, una coppia ottiene asilo in Inghilterra e cerca di rifarsi una vita. Ma una forza sinistra infesta la loro nuova casa. (Fonte NETFLIX)

Ciao a tutti, film lovers!

“I tuoi fantasmi ti seguono, non vanno via. Vivono con te. Quando li ho fatti entrare, sono riuscito ad accettarmi.

Finalmente un thriller con sfumature horror degno di questo nome e non una di quelle insulse patacche che non riusciresti a farti piacere nemmeno calandoti due pasticche di PROZAC.

Certo, molto del lavoro lo fanno le leggende africane che danno alla storia quel tocco culturale che serve per innalzare il livello del film.

Senza questa componente avrebbe rischiato di finire inesorabilmente nello scantinato del trash da dimenticare.

Il cast annovera un paio di nomi noti: Matt Smith (Doctor Who, The Crown) e Wunmi Mosaku (Philomena, The End of the Fuck**ing world).

La storia di base è molto semplice: Bol e Rial sono una giovane coppia sposata che riesce a scappare dal Sudan del Sud e dalle devastazioni della guerra e, a ottenere asilo in Inghilterra. Dopo aver passato un periodo di transizione in un centro d’accoglienza, i due giovani ottengono il permesso di soggiorno e una casa tutta loro.

Beh, definirla casa è una parola grossa; baracca, tugurio se non addirittura latrina sono termini più adatti a definire lo schifo di abitazione che viene loro assegnata. Casa è ben altra cosa…His House-Imm.1

A mostrare alla giovane coppia la si fa per dire residenza nella quale alloggeranno è Mark. L’uomo sembra gentile e disponibile nei confronti dei due immigrati, ma in realtà è fondamentalmente razzista e assume nei loro confronti un atteggiamento di irritante accondiscendenza.

Il suo è un razzismo molto sottile e proprio per questo ben peggiore di quello rude e scontato che contraddistinguerà gli altri imbecilli che abitano nel quartiere.His House-Imm.2

La scena in cui Mark si mostra sorpreso per il fatto che Bol sappia fare la propria firma si commenta da sé. Perché inglesi analfabeti non ce ne sono, vero?

Senza contare quando minimizza le condizioni della casa che lui ritiene “piccole imperfezioni”.

Pareti fatiscenti, pavimento con i buchi, puzza di topi morti che impesta l’aria, avanzi di pizza smangiucchiata con contorno di scarafaggi… che vuoi che sia! Basta aprire la finestra e la puzza se ne va!

E poi non è che Bol e Rial possano lamentarsi più di tanto… ci sono inglesi che abitano in case molto più piccole, mentre loro hanno avuto la fortuna di ricevere addirittura un intero palazzo. Eh già proprio un gran culo!

Ah Mark, ci vai da solo o ti ci devo mandare io mo’ mo’ ?

Passiamo oltre…

La giovane coppia cerca il più possibile di integrarsi e di rifarsi una vita, o meglio ci prova Bol che non riceve alcun appoggio da parte di Rial. Tutt’altro! La donna è convinta che una maledizione li abbia seguiti dall’Africa per punirli delle loro malefatte…

Che avranno mai fatto i due poveri ragazzi in cerca di una vita migliore? Per scoprirlo bisogna guardare il film… His House-Imm.3

Zombie, zombie, zombie, tanti zombie spuntano dappertutto per perseguitare il protagonista e castigarlo per le sue colpe.

In verità dovrei dire spiriti punitori inviati dallo stregone che ha lanciato sul protagonista la maledizione e reclama la sua carne. Siccome però sono tanto brutti e fetusi da far sembrare la riposseduta de L’Esorcista una modella di Victoria Secret, per me sono zombie. Li adoro eh non mi fraintendete, ma le cose vanno chiamate con i loro nomi e spiriti non rende l’idea di ciò che vedrete.

Il momento in cui poi lo stregone si è palesato in tutta la sua magnifica putrescenza e gli occhi blu elettrico mi sono sentita come Georgie che corre felice sul prato.

Chiariamoci… non parliamo di un capolavoro per carità, ma come molte delle storie che affondano le radici in leggende, miti, credenze di continenti quali Africa, Asia e Oceania, His House offre un prodotto di buona qualità. Complice l’indubbia genialità scenografica della co-produzione Stati Uniti-Gran Bretagna.

Da vedere!

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Fulvia Elia

Fulvia Elia

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