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Recensione cult: “La forma dell’acqua” – Guillermo del Toro e Daniel Kraus

Il romanzo che ha ispirato il film vincitore del Leone d’Oro e candidato a 13 Oscar

Guillermo del Toro e Daniel Kraus hanno unito i loro talenti di narratori visionari e celebrati in tutto il mondo dando vita a una storia d’amore tormentata e struggente.
Baltimora, 1962. Al Centro di Ricerca Aerospaziale di Occam è stata appena consegnata la «risorsa» più delicata e preziosa che abbia mai ricevuto: un uomo anfibio, catturato in Amazzonia. Il suo arrivo segna anche l’inizio di un commovente rapporto tra la singolare creatura ed Elisa, una donna muta che lavora al centro come addetta alle pulizie e usa il linguaggio dei segni per comunicare.
Immaginazione, paura e romanticismo si mescolano in una storia d’amore avvincente, arricchita dalle illustrazioni di James Jean e destinata a conquistare lettori e spettatori. La forma dell’acqua – The Shape of Water è una storia diversa da qualsiasi cosa abbiamo letto o visto finora. Una storia unica, creata e interpretata da due artisti capaci di farci sognare in ugual misura con un libro e con un film, con le parole e con le immagini.

È trascorso qualche giorno dalla lettura di questo libro, dovevo sedimentare sensazioni e impressioni. Non vi sono dubbi sul fatto che la trama sia particolare, originale e di grand’effetto. Una donna con un handicap fisico (non ha la facoltà della parola), in un contesto di grande romanticismo e buoni sentimenti, s’innamora di un ibrido. Questa strana creatura è stata ritrovata nel mezzo dell’Amazzonia e viene utilizzata come cavia da laboratorio. Sebbene sia l’essere umano a detenere lo scettro dell’intelligenza, sarà proprio questo a farlo soffrire, ingabbiandolo e procurandogli infinite pene.
Elisa è una persona semplice, che per guadagnarsi da vivere lavora come donna delle pulizie nel Centro di ricerca in cui l’uomo-anfibio è prigioniero. Tra i due scatta un’empatia mistica e la comunicazione inizia tramite la lingua dei segni, che la donna ben conosce. Un amore platonico il loro, un legame che prescinde dalle regole metafisiche. Entrambi mostrano un’intelligenza emotiva che riverbera in ogni conversazione.
Come possono, però, due mondi opposti incontrarsi, sconfiggere il male rappresentato dal soldato Richard Strickland, e stare insieme?
Un libro che appare un inno all’amore e un inchino a madre natura. Tratta temi forti, in primis la diversità. Elisa, una donna ai margini di una società che l’ha marchiata e fatta soffrire, prova un’infinita compassione per una creatura che, proprio come lei, è indifesa e incompresa.
Infinite descrizioni popolano questo libro, a partire da quelle della natura, immerse nella flora amazzonica, che sembravano non terminare mai, così come quelle cruenti e strazianti delle sofferenze dell’ibrido.
La scrittura è lentissima e, ammetto, ho davvero faticato molto ad arrivare sino alla fine di questo libro. Lo stile è a dir poco poetico, perché in fondo parliamo di una favola irreale e crudele, ma è allo stesso tempo faticoso. Talvolta è necessario rileggere più passaggi per riprendere il filo, per comprendere a pieno il significato.
Mi è piaciuto? Non so che dirvi, istintivamente direi: non molto! Sebbene apprezzi la storia, i temi profondi e l’accuratezza della lingua italiana di questo romanzo, è tutto troppo. Troppe elucubrazioni, troppe descrizioni, troppe frasi arzigogolate, troppo profondo o pesante a seconda, forse, degli occhi che lo leggono. L’immagine mentale che mi ha lasciato questo libro è quella di un viaggio in un mondo pieno di colori con un’enorme zavorra sulla schiena.

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ladykira

Babyladykira Admin founder RFS

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