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Recensione: “2084: la dittatura delle donne” di Gianni Clerici

Titolo: 2084: la dittatura delle donne
Autore: Gianni Clerici
Editore: Baldini+Castoldi
Genere: Fantascienza
Data di Pubblicazione: 4 giugno 2020

Nel 2084 l’umanità, o ciò che ne resta dopo un disastro ambientale e una nuova guerra mondiale, è regredita a una sorta di medioevo bucolico, dove il controllo dell’ordine è affidato a robot e supercomputer, che hanno il compito di assicurare la sopravvivenza della cosiddetta Dittatura Democratica. Nel nuovo regime tutto deve essere funzionale e regolamentato: non si può decidere il proprio destino, il desiderio, la creatività, l’eros sono visti con sospetto. Inoltre esso prevede che gli uomini, i Vires, siano destinati alle mansioni più umili, in attesa che i nuovi robot che vanno perfezionandosi possano prendere il loro posto e soppiantarli una volta per tutte. Sì, perché il sesso maschile è regredito nella scala gerarchica e ora a comandare sono le donne, moderne Amazzoni. Soprattutto, i rapporti fra i sessi sono banditi e ogni forma di riproduzione è rigidamente controllata. In questo scenario distopico, la curiosa e impertinente Evonne, figlia di Livia, artista quieta e remissiva, rimane incinta. Di un uomo. E l’uomo è Vijay, un ragazzo della casta degli Assimilati, una sorta di schiavo con capacità artistiche dirompenti. È così che il sistema entra in crisi, mostrando i suoi limiti e le sue falle. Evonne e Livia si sforzano di nascondere il frutto di quella unione divenuta, ora, nel mondo nuovo, assurda e impensabile, ma quel frutto – la piccola, geniale Irma – incarna il cambiamento che non può essere fermato. In un’epoca in cui non si fa che parlare di crisi della democrazia e di controllo sociale, il romanzo di Gianni Clerici, che fa propri e amplifica echi che vanno dal George Orwell di 1984 all’Aldous Huxley del Mondo Nuovo, per finire alla più recente Margaret Atwood del Racconto dell’ancella ribaltato nei presupposti, riesce insieme a divertire e a farci riflettere.

A essere del tutto onesta, mi aspettavo tanto da questo racconto, ma sono rimasta sorpresa nel trovare altro.

È ambientato in un mondo distopico che esagera fino al paradosso la supremazia basata sul genere, rovesciando completamente i ruoli uomo-donna: i primi vengono sottomessi e ridotti in schiavi di fatica, non possono studiare e a loro sono riservati i lavori pesanti, mentre le seconde fanno parte della classe dominante e godono dei relativi privilegi. Per mantenere questo (dis)equilibrio sono necessarie regole pesanti, come una dittatura, una severa separazione anche fisica tra uomini e donne, e un controllo sociale estremo. Questo, tra le altre cose, nega i legami sentimentali e rende impossibile la creazione di famiglie nell’accezione a cui siamo abituati, e non tiene conto del fatto che gli esseri umani sono naturalmente portati a cercarsi l’un l’altro, a provare emozioni, a cercare conforto e calore senza distinzione di genere, senza riconoscere vincoli o prevaricazioni che limitino l’essenza delle persone.

Dopo aver esplorato a lungo i paradossi e gli abomini della dittatura delle donne – tra cui la facoltà di abortire in caso di figlio maschio (che diventa un obbligo se non era stato pianificato), la successiva separazione della prole maschile dalle madri che l’hanno partorita, la castrazione (solo metaforica… forse) delle predisposizioni e delle potenzialità negli uomini, etc – portato tutti questi elementi agli estremi e calata l’ambientazione su una vicenda reale, quella di Livia e di sua figlia, l’autore, richiamando anche diversi approfondimenti storico-scientifici in modo molto esplicativo, ci propone una soluzione decisamente fantasiosa all’impossibilità di ricongiungere l’uomo con la donna: l’idea di un “superuomodonna” che riassume in sé le caratteristiche di entrambi.

Il “mondo narrativo” è molto ben pianificato, coerente e ricco di molti dettagli culturali, politici, sociali, ambientali… Quantità però non significa qualità: qualcuno lo chiama infodump, ovvero fornire un’abbondanza di dettagli informativi in modo troppo prolisso, non necessario, poco garbato e/o realistico (per esempio attraverso i dialoghi, spiegando all’interlocutore cose che dovrebbe già conoscere, allo scopo di comunicarle al lettore che invece non le sa).

La trama emerge con molta fatica da questo grande panorama informativo che illustra la società e lo stile di vita della protagonista, del suo gatto e di sua figlia (in quest’ordine).

L’atteggiamento delle protagoniste appare piuttosto piatto: vivono quasi con indifferenza la loro condizione di far parte della casta dominante e le relative limitazioni che ne derivano (non poter avere contatti con gli uomini, per esempio, o non poter svolgere il mestiere che si desidera). Questo effetto è legato certamente allo stile particolare della scrittura che, pur forbito e dotato di una raffinatezza e una ricercatezza verbale di altri tempi, ha una connotazione fredda, oggettiva, asettica, priva di giudizi morali, riflessioni filosofiche, politiche o sociali di alcun tipo. Si avvertono pochissimo le emozioni che provoca “il fattaccio” che di punto in bianco mette in pericolo Livia e la figlia: quest’ultima, infatti, innamorata di un ragazzo dalle rare doti artistiche e intellettive, rimane incinta in modo naturale e inaspettato, cosa che dovrà in ogni modo essere nascosta alle autorità.

Persa nell’ambientazione e nei dettagli inutili di una quotidianità monotona e rassicurante, la trama finisce per essere risicata, poco approfondita, poco sentita, e sembra più “l’inizio di qualcosa” che una storia compiuta. Un personaggio chiave che compare verso la fine finisce per rimanere pressoché sconosciuto, e tutto lascia intendere che ci saranno sviluppi importanti e che lui porterà a cambiamenti di cui vorremmo approfondire la portata. Questo racconto, forse, avrebbe un senso diverso se fosse il prequel di un romanzo o addirittura di una nuova serie.

Il genere in cui il racconto è strettamente incasellato è quello fantascientifico, esplorato senza timori e perfino con iperboli che esagerano le caratteristiche del mondo distopico e ne calcano con ironia le assurde particolarità. È sotto quest’ottica che dobbiamo leggere il modo in cui viene trattata la discriminazione di genere. Ed è questa la cosa che più mi ha sorpresa, forse perché l’ho trovata fuori moda ovvero poco “politically correct” (a seconda del punto di vista).

Il tema della (dis)parità di genere è usato semplicemente come scusante narrativa per una buona storia: non è stato coltivato nessun messaggio volto a trasmettere un giudizio di merito, e addirittura si prospetta sul finale una soluzione volta più a stupire il lettore che a sanare le disparità e le iniquità.

Questo riduce drasticamente la portata e lo spessore del racconto che, ben lungi dall’arrivare ai livelli della Atwood o di Orwell, si posiziona a mio avviso tra le divertenti storie distopiche da ombrellone.

«L’altro giorno, mentre tu eri in città, ho visto, in giardino, un altro gatto. Non uno tigrato, come quello di oggi, ma un enorme gatto rossiccio, con il muso e le zampe bianche.»

«Mi pare insolito. E magari un po’ mostruoso.»

«Dev’essere parso lo stesso a Gipsy. Infatti, dopo che il rosso aveva eseguito tutto il suo mimo, simile a quello d’oggi, ed era diventato aggressivo, Gipsy altro non ha fatto che alzare il pelo sulla schiena in un atteggiamento infuriato, e si è ritirata retrocedendo e digrignando i denti. Sinché, dopo averla seguita, e anche tentato di accerchiarla, il rosso ha lanciato una sorta di lungo gemito, e si è deciso ad andarsene.»

Livia non riuscì a trattenere una risata.

«Ah, le bestie», mormorò.

Ma Evonne non aveva terminato.

«Sì, le bestie», concordò. «Ma mi domando che cosa dovesse accadere quando noi umani ci comportavamo, in fondo, come loro.»

«Non ci eravamo ancora staccati dal regno animale, sembra ovvio», rispose Livia. «E proprio questa, di Gipsy, è un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, della ragione principale per cui è terminata, sempre troppo tardi, un’epoca dominata dall’animale maschio, una specie di gattaccio anche lui. Un’epoca, in Europa, definita dalla religione di allora all’insegna di “E tu uomo lavorerai con sudore, e tu donna partorirai con dolore”.»

(Tratto dal libro)

Titolo: 2084: la dittatura delle donne Autore: Gianni Clerici Editore: Baldini+Castoldi Genere: Fantascienza Data di Pubblicazione: 4 giugno 2020 Nel 2084 l’umanità, o ciò che ne resta dopo un disastro ambientale e una nuova guerra mondiale, è regredita a una sorta di medioevo bucolico, dove il controllo dell’ordine è affidato a robot e supercomputer, che hanno il compito di assicurare la sopravvivenza della cosiddetta Dittatura Democratica. Nel nuovo regime tutto deve essere funzionale e regolamentato: non si può decidere il proprio destino, il desiderio, la creatività, l’eros sono visti con sospetto. Inoltre esso prevede che gli uomini, i Vires, siano…

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Veronica.Lady Shanna

Veronica.Lady Shanna
Admin Founder Romanticamente Fantasy Sito. Mi piace leggere e grazie a quest'amore ho conosciuto tante splendide persone. Adoro quasi tutti i generi di libri... e anche per quelli che non sono i miei preferiti di solito tendo a non giudicarli prima di averli letti questo per avere una mia opinione personale e non lasciarmi influenzare da quanto sento in giro come commenti e recensioni. Infatti, tendo a prendere quest'ultimi come linee guida non come verità assolute...

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