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Introduzione A The Stand (2020)

Eccomi qui a introdurre, spero degnamente, quell’opera mastodontica che è il romanzo The Stand di Stephen King, prima di recensire la prima puntata della nuova miniserie che debutta in Italia il 3 gennaio.

the stand

Progetto grafico a cura di Maria Grazia

Recensire una serie nata da un romanzo, non è cosa semplice. Innegabilmente, spesso qualcosa dello spirito originario del libro si perde nella trasposizione da carta a schermo, o l’immaginazione del lettore si scontra con personaggi in carne e ossa e scenari scelti dagli addetti ai lavori dell’industria televisiva o cinematografica. Difficilmente il sottoprodotto metterà tutti d’accordo, talvolta sarà lo scrittore stesso a non essere soddisfatto.

The Stand

Credo che sia importante non partire con un pregiudizio e, fondamentalmente, non aspettarsi che il film superi il romanzo da cui nasce, anche se in determinati, fortuiti casi, può capitare, come, a mio modesto avviso, per quell’opera capolavoro che è Il Signore Degli Anelli di Tolkien, la cui trasposizione cinematografica è riuscita a trasformare parti più lente, come la festa di Bilbo Baggins, in una scena divertente e ricca, e in cui il ruolo della principessa elfica Arwen, a malapena elencato nelle cronache alla fine del libro, si è invece tramutato in una presenza forte, eroica, regalandoci anche una delle storie d’amore più affascinanti dell’epoca. Ed è al capolavoro fantasy inglese che si rifà Stephen King, deciso a scrivere un’epica battaglia fra Bene e Male ambientata però nell’America del Consumismo e degli eccessi, rielaborando un episodio di cronaca del 1968 in cui agenti biologici in mano all’esercito erano stati erroneamente versati, uccidendo diverse migliaia di pecore. King trasforma gli animali in persone e rielabora la storia facendola diventare post apocalittica e, purtroppo, dannatamente attuale in questo periodo in balìa dell’infezione da COVID-19.

Il male, per King, però, non è puramente umano, ma, come in molte altre sue opere, orchestrato dal sovrannaturale. Quello che, in The Stand, inizia come un errore umano nella manipolazione di agenti patogeni, si trasforma in un’epica lotta tra Inferno e Paradiso.

The Stand

Se recensire degnamente è difficile per qualunque opera letteraria, per me è doppiamente arduo analizzare la miniserie TV tratta da un bestseller di Stephen King. Non è cosa da affrontare con leggerezza, per qualunque recensore, soprattutto per una, come me, che, con opere cult come It, Carrie, Shining, Cujo, Pet Sematary o, appunto, The Stand, c’è cresciuta.

Stephen King è stato indubbiamente il mio scrittore di genere horror preferito, in quella fase della mia giovinezza negli anni Ottanta e Novanta in cui tal genere era molto in voga e in cui esorcizzavo i miei demoni adolescenziali tramite la lettura. Appartengo alla generazione cresciuta con film come Nightmare, Venerdì 13, Phenomena. E, anche se poi ho veleggiato soprattutto verso il Fantasy e la Fantascienza, quelle letture sono comunque sedimentate dentro di me. Provare terrore, sulla carta, mi aiutava a esorcizzare le paure reali, credo che sia così per tutti. E quale lettore non si è immedesimato almeno in uno dei ragazzini di It o dei personaggi di The Stand?

Ho deciso di affacciarmi a questa nuova miniserie di The Stand cercando di non fare troppi paragoni, tentando di osservare con sguardo critico, sì, ma senza pregiudizi. Questa nuova serie va considerata per quello che è: qualcosa in più, che non toglie nulla al romanzo, (il quarto scritto dal maestro dell’Horror) e che potrebbe avvicinare al grande scrittore anche giovani lettori che non hanno mai letto nulla del maestro del Maine.

Penso sia necessario introdurre il romanzo da cui nasce: in Italia, The Stand è conosciuto come L’Ombra Dello Scorpione. Trovo spesso assurde le traduzioni dei titoli ma stavolta concordo. In inglese, la parola significa posizione, il titolo intende: tenere la posizione, presa di posizione, resistere. Superfluo, forse, sottolineare il fatto che un libro con titolo Resistenza, in Italia avrebbe fatto pensare al movimento partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale, così si decise di prendere una frase contenuta nell’opera, riferita al villain della storia, e trasformarla nel titolo.

The Stand

Il romanzo uscì nel 1978, io lo lessi alla fine degli anni Ottanta quando ero un’adolescente. Una lunga storia corale, epica, il Bene contro il Male, con personaggi indimenticabili, di quelli che ti scavano sottopelle, entrano nel flusso sanguigno e non se ne vanno più.

La trama credo sia nota anche a chi non ha letto il libro: un militare di servizio alla sorveglianza di una base militare californiana fugge mentre il personale all’interno muore dopo essere stato infettato da un virus da laboratorio.

Con quella sola uscita dal complesso, inizia la catena del contagio, che si spande ovunque, decimando più del 99% della popolazione terrestre, risparmiando soltanto pochi, inspiegabilmente immuni, che si troveranno però ad affrontare la battaglia fra il Cielo, capitanata dalla centenaria Abigail Freemantle, e gli Inferi, guidati dal diabolico (e non è un mero aggettivo) Randall Flagg. Attraverso i sogni, i buoni vengono spinti a cercare Abigail, in Nebraska;  Flagg raduna i pazzi, i reietti e i criminali mentre costruisce la sua base tra le rovine di Las Vegas, simbolo del peccato, come una nuova Sodoma e Gomorra. I sopravvissuti seguono le visioni che li portano alla propria destinazione predestinata.

Costretto, per motivi commerciali, a tagliare il manoscritto originario di ben 400 pagine, per esigenze della Distribuzione, che aveva decretato di non poter fissare il prezzo di copertina a più di 12,95 dollari (all’epoca non esistevano gli e-book, se non, una specie, nel telefilm fantascientifico Star Trek), King, qualche anno dopo, si prese la soddisfazione di ripubblicare il romanzo con molte parti che aveva dovuto tagliare, e nuove, che secondo lui approfondivano meglio la storia: The Stand: The Complete & Uncut Edition. Citando la sua stessa introduzione alla versione nuova: è un’espansione del romanzo originale. Episodi non indispensabili alla trama, ma che arricchiscono la stessa, caratterizzando anche meglio personaggi e approfondendo certe dinamiche.

The Stand

La nuova versione, che per curiosità sto leggendo in questi giorni per immergermi meglio nella visione della miniserie, conta 1376 pagine. Più esteso di It, per intenderci. Non sono mai stata spaventata dalla lunghezza di un romanzo, da lettrice forte so che, un libro che affascina lo si può divorare in poco tempo, anche se molto esteso, e uno che non fa scattare la scintilla lo si può trascinare anche se è poco più lungo di una novella. Mi chiedo come la complessità dei personaggi di King, per i quali, appunto, l’autore si prende molto spazio, possa essere mostrata/condensata in poche ore di visione.

La miniserie statunitense della CBS non è un’idea nuova. All’inizio degli anni Ottanta, il regista George A. Romero voleva realizzarne un film in due parti ma, a quei tempi, tale divisione era considerata commercialmente impensabile, così Romero non ottenne il finanziamento, ma collaborò con King per Creepshow (1982).

Nel 1994, la storia divenne finalmente una miniserie, sceneggiata dallo stesso King, per opera della ABC che trasformò il libro in 4 puntate, intitolate:

The Plague (La Peste)

The Dreams (I Sogni)

The Betrayal (Il Tradimento)

The Stand (Il Fondamento)

La regia fu affidata a Mick Garris che aveva iniziato la collaborazione col re dell’Horror con l’adattamento di I Sonnambuli, e che sarebbe poi proseguita con la miniserie Shining, Desperation e Mucchio D’Ossa. La miniserie, che ho visto svariate volte, è figlia della sua epoca e a riguardarla adesso può sembrare dilettantesca, nonché fastidiosamente, dal punto di vista della fotografia, ostacolata da toni blandi, con predominanza del seppia.

A mio avviso, i personaggi, ben caratterizzati nel romanzo, sono stati appiattiti nella vecchia serie, facendoli diventare spesso simili ai tipi fissi delle fiabe, salvo qualche eccezione.

Dal punto di vista della trama, è una trasposizione piuttosto fedele, anche grazie, naturalmente, alla sceneggiatura dello stesso scrittore, ma la regia di Garris non ha giovato, con la sua esagerazione per i momenti shock improvvisi, mal dosati; e l’assoluta assenza della comprensione di sottigliezze e sfumature da lasciar intendere allo spettatore senza evidenziarle come se si trattasse di scolari in prima elementare.

Mi auguro che la nuova serie abbia fatto tesoro di cosa non abbia funzionato nella prima.

Vi do appuntamento alla recensione della prima puntata della miniserie, The End, che per noi spettatori non sarà una fine ma l’inizio di quello che, spero, sarà un viaggio avventuroso nelle nostre paure ma anche nelle nostre speranze.

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Serena Oro

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