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Intervista con l’autore: P.D.Hax

Oggi abbiamo il piacere di avere con noi e di rispondere alle nostre domande, P.D.Hax.

 

Clicca Qui per leggere la recensione del libro L’Inganno.

Intanto benvenuta in questo piccolo spazio dedicato a voi autori e veniamo subito alle domande:

Hai scelto personaggi molto conosciuti: Lucifero, Lilith, Uriel…tutti con caratteristiche ben definite per questa tua serie. E’ stato difficile fargli interpretare il loro ruolo nella storia?

Ho condotto degli studi e fatto molte ricerche sui personaggi e le loro storie. Una volta fatto ciò, mi sono impegnata a seguire delle linee guida che io stessa, a monte, mi ero imposta. Non volevo che i personaggi venissero in qualche modo snaturati della propria essenza, tuttavia, allo stesso tempo ero conscia di dover creare dei nuovi retroscena per poter conferir loro una sorta di individualità. Non amo i personaggi bidimensionali, quindi la risposta alla domanda è sì. E’ stato difficile far interpretare a ognuno di loro il proprio ruolo e ci sono state anche tante litigate tra di noi (sì, parlo con i miei personaggi), ma alla fine l’ho spuntata io!

Ci sono personaggi che sono nati da tue esperienze personali?

Praticamente tutti.

Lilith è la mia metà oscura. Sono io allo stato brado. Quando arrivo al limite ed esplodo, divento cinica, cattiva, mi rifugio nel sarcasmo e poi mi pento, ne soffro e finisco col chiudermi in me stessa.

Uriel era un personaggio più cupo e rigido, all’inizio. Un ferragosto di qualche anno fa però, mentre ero in una località balneare della mia zona, incontrai un gruppo di ragazzi tra i quindici e i sedici anni. Tra tutti, spiccava questo giovane, Giovanni: era scanzonato, sereno, con un senso dell’umorismo pronto e marcato che mi conquistò totalmente. Dopo qualche botta e risposta e uno scambio d’idee sui manga e gli anime che ci piacevano, gli dissi: “Sei proprio un tipo! Ho deciso: sarai uno dei personaggi del mio prossimo libro”. Lui sorrise e vidi l’incredulità dipinta sul suo volto. Sapevo che non ci contava molto, ciò nonostante mi rispose: “Se dovessi scrivere un libro in cui io sono uno dei tuoi personaggi, dovrai farmelo leggere. Sono curioso!”.

Accettò lo scambio di indirizzi email e il tempo passò. Mentre rileggevo la bozza di L’inganno, il primo libro della serie, mi resi conto che Uriel aveva bisogno di una scintilla di vita in più e compresi di avere una fonte d’ispirazione da cui attingere proprio a portata di mano. Quando infine pubblicai il libro, mandai una copia autografata a Giovanni e lo inserii nei ringraziamenti. Il personaggio di Uriel, quindi, è liberamente ispirato al mio giovane amico.

Il personaggio di Arcana è ispirato a una “pustola irritante” che, sebbene in via molto marginale, ha fatto parte del mio percorso professionale (dimenticavo di dire che sono anche molto vendicativa – no, non è un refuso, solo un dato di fatto).

Hai già definito la trama dell’intera serie oppure ogni libro viene pensato nel momento in cui lo scrivi, lasciandoti trasportare dalla fantasia?

La mia mente lavora molto velocemente, pertanto non appena ebbi l’idea, scrissi immediatamente una cinquantina di pagine contenenti lo scheletro della storia dall’inizio alla fine. L’intenzione iniziale era di scrivere un solo libro, ma mi resi conto che sarebbe risultato pesante, un vero e proprio mattone sia fisicamente che concettualmente.

Decisi allora di sviluppare una serie, una trilogia inizialmente. Al secondo libro, mi accorsi che se volevo un lavoro ben fatto, dovevo aggiungere un ultimo libro. Quindi La Stirpe di Belial divenne una tetralogia. Sebbene sapessi fin dall’inizio come sarebbe finita la storia, è anche vero che nel tragitto dal punto A al punto B, ho dovuto deviare diverse volte per rendere il racconto più realistico, tangibile. In particolare, ho dovuto costruire un bel po’ di retroscena ai personaggi, per far sì che fossero più tridimensionali.

Fra i personaggi negativi della serie, qual è quello che odi di più e che sembra rifiutare le tue direttive? E quello che invece ti ha dato più soddisfazioni?

Quello che odio di più è un personaggio che viene solo accennato nel primo libro ma che, a partire dal secondo, diverrà una presenza molto più assidua. Il suo nome è Zerah ed è un essere talmente ambiguo da lasciarmi perplessa ogni volta che scrivo di lui. Litighiamo spesso, lui ed io.

Quello che amo di più e mi ha dato più soddisfazioni, invece, è Agaliarept. Anche lui è solo accennato nel primo libro, ma nei successivi ne vedremo delle belle. Paradossalmente, Agaliarept è il Grande Generale degli eserciti di Lucky, quindi un demone maggiore, eppure ha un senso dell’onore tutto suo che non posso ignorare o non amare.

Sei credente?

Non credo nelle religioni e nelle Istituzioni (vedi la Chiesa). Ciò che Dio ci ha tramandato sono degli insegnamenti, come ogni bravo genitore. Che questi insegnamenti vengano chiamati “religione o religioni” è qualcosa che ha deciso l’uomo e non ha nulla a che fare con il divino. Le figure, che noi solitamente identifichiamo con la parola di Dio, sono state istituite da noi esseri umani. Quindi, sì… credo in Dio (qualunque sia il suo vero nome). E’ con tutto il resto che ho qualche problema.

Come ti è venuta l’idea di utilizzare personaggi presenti nella Bibbia?

In realtà non mi sono ispirata solo alla Bibbia per i miei personaggi. Di Lilith si parla solo nei Vangeli Apocrifi, ad esempio. Il nome di Bereshit (il primo angelo) è tratto da La Torah Ebraico, Agaliarept fa parte del Pantheon Giudaico e così via. All’interno della serie troverete moltissimi riferimenti alla Mitologia Norrena, a quella Greca e a quella Ungherese. Come dicevo prima, i personaggi avevano bisogno di un background ambientale e caratteriale a 360 gradi, quindi ho dovuto fare molte ricerche e studi per ottenere un risultato che mi sembrasse sufficientemente accettabile.

Premesso ciò, l’idea per questa storia mi venne il 23 dicembre 2012, nel tardo pomeriggio. Mia figlia allora aveva tre anni e non ci faceva dormire perché aveva dei piccoli problemi di salute, quindi io e mio marito eravamo sfiniti. Quella sera dovevamo incontrarci con tutta la mia famiglia a cena. Ora, la mia famiglia è numerosissima – per capirci l’ultimo Natale eravamo in 26 – e io non avevo assolutamente voglia di stare nella confusione. Avrei preferito rinchiudermi in un bunker atomico e buttare la chiave però, allo stesso tempo, avevo voglia di riabbracciare le mie nipoti arrivate da lontano. Alla fine mi arresi e scelsi la famiglia piuttosto che il bunker e la pace. Iniziai a prepararmi mentre mia figlia dormiva nella sua cameretta. Io e mio marito condividiamo spesso il bagno, ognuno occupato nella propria attività; anzi in bagno abbiamo preso molte delle nostre più importanti decisioni. Insomma, ero sotto la doccia, lui faceva altro, e riflettevo sul fatto che avere una famiglia numerosa non sempre è sinonimo di allegria e felicità. Tutti una volta o l’altra abbiamo pensato – pure se fugacemente – di amputare la lingua a qualcuno dei nostri cari. Io spesso ho pensato di strappargli tutti i denti e farci delle collanine e delle bamboline voodoo, ma questa è un’altra storia. Comunque, durante questa mia riflessione sulle dinamiche familiari, ho pensato a coloro che vivono realtà ben peggiori della mia. Io almeno ho solo momenti fugaci di istinti omicidi, ci sono persone che invece hanno solo momenti fugaci di NON istinti omicidi nei confronti dei loro cari, quindi a ben guardare… io sto meglio!

Per farla breve ho pensato che trovarsi in situazioni simili, cioè con del reale rancore verso i propri cari nel cuore, fosse una cosa brutta e triste. Ho fatto un’associazione d’idee: è Natale, bisogna volersi bene, la famiglia è famiglia…Natale, Gesù bambino, figlio di Dio, legioni di Angeli, legioni di demoni…E Boom! E’ stata una folgorazione.

Daniele!” ho chiamato mio marito. “E se scrivessi un libro sulle dinamiche familiari soprannaturali? Cosa ne dici?”

Lui ha emesso uno dei cinque o sei suoni che emette solitamente (è un uomo di poche parole, è per questo che siamo ancora sposati dopo ventidue anni di matrimonio).

Be’ – ho reiterato – le dinamiche familiari sono già abbastanza difficoltose tra esseri umani, pensa come potrebbero essere tra esseri soprannaturali. Magari immortali. Demoni?”

Altri rumori da mio marito. Credo fosse un “Mh-hm” che tradotto vuol dire “Ok, vai avanti.”

Non una semplice faida, qualcosa di più complesso…pensa se ad essere incazzatissimi tra loro ci fossero (spoiler, spoiler, spoiler). Dici che potrebbe funzionare?”

Silenzio.

I silenzi di mio marito sono la cosa peggiore, non so mai cosa sta pensando. Non rientrano in una categoria specifica e quindi non sono interpretabili. Però dopo qualche secondo sento: “Ok.”

Bene! L’idea era buona. Quella stessa sera, di ritorno dalla cena con i miei, iniziai a scrivere la sinossi e lo scheletro di “La Stirpe di Belial”.

Di quanti libri si compone l’intera serie e quanto dovremo aspettare per avere il terzo capitolo?

La serie è composta da 4 libri. Il terzo libro è in revisione: passerà dal correttore di bozze e poi tornerà da me per le correzioni, l’editing, la formattazione…il solito iter, insomma. Si intitola “Faccia a faccia” e a fine marzo o inizio aprile, il fotografo mi passerà l’immagine di copertina (così mi ha detto quattro giorni fa). Il libro, salvo imprevisti, uscirà entro il 2017, ma non voglio sbilanciarmi con una data precisa perché ogni volta che lo faccio succede qualche cataclisma che fa slittare i miei progetti.

Quanto credi contino le recensioni o i pareri negativi per un libro?

La necessità di recensioni, per un autore, è inversamente proporzionale alla sua notorietà: io sono nessuno” – questo è uno dei miei motti.

Una buona recensione non è necessariamente una recensione positiva: possiamo trovarci davanti a una recensione negativa, ma costruttiva, che aiuta l’autore a crescere. Ciò che bisogna ricordare sempre è che sotto esame c’è il libro e non il suo autore, cosa che sempre più spesso si dimentica.

Qual è il genere letterario in cui non ti sei mai cimentata ma che vorresti provare?

Proprio in questi giorni sto vagliando del materiale che vorrei utilizzare come base per il mio prossimo progetto: un thriller. Ovviamente le ricerche e lo studio mi porteranno via del tempo; inoltre ho già un programma serrato fino all’inizio del 2019, quindi questo esperimento non troverà spazio prima della fine del 2019 o l’inizio del 2020.

Qual è la scena che ti ha intristito maggiormente e quella più potente ed evocativa in questi primi capitoli della serie?

La scena che mi ha intristito maggiormente è tratta da “L’inganno”, il primo libro della serie. Tre cani demoniaci tengono Vivian, Daniele, Uriel e due umani innocenti, prigionieri nella casa di Uriel. Vivian non può utilizzare i propri poteri all’interno della casa, perché sono troppo grandi e distruggerebbero la struttura, uccidendo gli umani bloccati con lei, quindi sa che deve uscire di lì e incontrare il quarto demone che l’attende nel cortile, per riportarla da suo padre. Prima di fare ciò, tuttavia, desidera salutare “a modo suo” Daniele, che si oppone e vede questa sua decisione come una sorta di tradimento:

Vivian rilassò i tratti del suo viso e guardò Daniele con tutto l’amore che straripava dal suo cuore.

«No… no…» Daniele scosse la testa con veemenza. «Non puoi farmi questo.»

Il ragazzo distolse lo sguardo mentre le lacrime gli rigavano il viso. Le spazzò via con il dorso della mano in un gesto rabbioso. La linea della mascella era indurita dallo sforzo di mantenere il controllo.

Vivian gli sfiorò la fronte con un dito e chiuse gli occhi. I rumori circostanti si spensero come pure la luce dell’aura di Uriel. Fu notte.

Un bambino dai capelli castani e lo sguardo curioso, con indosso una felpa dei Nightwish e dei jeans, fece capolino dal buio e sorrise.

«Ciao.»

«Ciao», rispose una bambina bionda con un vestitino verde quanto i suoi occhi.

«Perché stai in disparte?»

«Sono nuova, non conosco nessuno.» Sulle labbra c’era un sorriso incerto, aveva veli d’autunno sulle sue guance.

«Se ci presentiamo conoscerai me», disse il bambino allargando il suo sorriso furbo.

La bimba rispose al sorriso con più convinzione e allungò la mano per stringere quella che l’altro le porgeva.

«Sono Vivian Senvites, piacere.»

«Io mi chiamo Daniele. Daniele Petronio. Da dove vieni?»

La piccola Vivian cercò di ritirare la mano dalla stretta ma il bambino la trattenne passandola dalla destra alla sinistra, iniziando a passeggiare lentamente.

«Vengo da Gerusalemme», rispose la piccola Vivian seguendolo docile, mentre i suoi occhi indugiavano sulle mani unite e poi sul viso del bimbo.

Daniele fischiò. «Cavoli è lontano.»

«Sì», rispose lei con gli occhi lucidi, pieni di tristezza.

Il bambino la osservò di sottecchi, poi fermandosi disse in tono allegro: «Ti troverai bene qui e se avrai bisogno di qualcosa basterà che tu lo dica a me e io ti aiuterò.»

La piccola Vivian inclinò il capo e lo appoggiò sulle spalle del bimbo.

«Grazie Daniele», disse e da lei si innalzò una coltre color panna che avviluppò entrambi i bambini che scomparvero nel buio lasciando il posto a due ragazzini di circa tredici anni.

«A volte mi chiedo perché mi sei amico. Cosa ho fatto per meritarti?» chiese la Vivian ragazzina.

Erano seduti su una coperta nel cortile ghiaioso ai piedi dell’unico albero presente. Il sole estivo filtrava dal fogliame del castagno selvatico in lunghi raggi sottili. Il ragazzino stava sgranocchiando delle patatine direttamente dal sacchetto.

«A volte me lo chiedo anch’io», rispose masticando.

La ragazza gli diede uno scappellotto sulla nuca. «Guarda che sei proprio insensibile! Stavo facendo una domanda seria, Dani.»

«Se fosse stata una domanda seria, ti avrei risposto seriamente.»

Sorrisero.

«Invece ho io una domanda seria per te.»

«Quale?»

«Ci sono ancora patatine? Queste sono finite.»

«Vattene», disse la Vivian ragazzina cercando di mantenere un’espressione seria senza riuscirci. Uno scoppio di risate e anche loro scomparvero nel buio dopo essere stati avviluppati da una coltre azzurro pastello.

Un sorriso apparve sulle labbra di un Daniele più maturo. Il taglio militare e la pelle abbronzata erano accarezzati da un’aura azzurro brillante. Gli occhi del ragazzo sul braccialetto con i tre pendenti al polso di Vivian. Poi l’immagine scomparve.

«Credi che l’amore mi salverà?» chiese a suo zio una Vivian più contemporanea.

Uriel inspirò profondamente poi recitò:

Ponimi come un sigillo sul tuo cuore”.

La voce di Vivian si sovrappose a quella di Uriel.

Come un sigillo sul tuo braccio;

perché l’amore è forte come la morte,

l’insistere sull’esclusiva devozione

è così inflessibile come lo Sheol.

Il suo divampare è come il divampare del fuoco,

la fiamma di Iah.”

Una luce blu, intensa, si sprigionò dal buio e avvolse il Daniele bambino, quello tredicenne e quello più maturo.

Daniele riaprì gli occhi. Sgomento si accorse di essere senza forze. Vivian allontanò il dito dalla sua fronte e lo baciò dolcemente sulle labbra, aiutandolo a sedersi.

Non potevo andare là fuori senza averti prima mostrato cosa sei per me”.

Prima che la forza di volontà le venisse meno, Vivian chiuse il tunnel comunicativo e si voltò verso le creature demoniache.

«Andiamo», disse superandole.

Sentì lo scalpiccio delle loro zampe dietro di sé e socchiuse gli occhi. Un lieve sorriso le increspò gli angoli della bocca.

E ora a noi, pensò, aprendo la porta d’ingresso.

La scena più potente ed evocativa è tratta da “La ribellione”, il secondo libro della serie. Lilith, la prima donna e compagna millenaria di Lucky, sta soffrendo. Il suo uomo sta per avere un figlio con una donna umana, i demoni ridono alle sue spalle, tutto il suo mondo sembra sgretolarsi sotto i piedi. E’ diventata apatica. Prende la decisione di andare a visitare l’ombra della cella 4005. Quando i demoni prosciugano l’anima di un essere umano, resta solo l’ombra, ossia l’immagine di ciò che sono stati in vita, appesantita però dai suoi peccati. E’ in atto uno scontro verbale molto violento tra Lilith e l’ombra ospite della cella 4005, quando Agaliarept, ex cherubino, ora demone maggiore e grande generale degli eserciti infernali, entra nella stanza e si trova ad essere testimone di una scena inaspettata:

Aveva voglia di provare di nuovo qualcosa. Qualsiasi cosa. Aveva bisogno di sentirsi viva, ancora una volta. Se avesse aperto la cella, forse…

Gli occhi dell’ombra, speranzosi e spietati, non osarono abbandonare i movimenti della sua carceriera.

Lilith giocherellò ancora con il gancio. Infine, con un movimento rapido lo fece scattare, lasciando il rifugio della serratura, e si udì un doppio click-click, annunciante l’apertura della porticina.

La Prima Donna non si allontanò, né si fece da parte o si mise al sicuro. Restò lì, aspettando che la bestia feroce, che per decenni aveva sperato di avere un tête-à-tête con lei, — di certo non per parlarle del tempo o dell’ultima copertina di GQ — la attaccasse.

Il dolore poteva essere piacere, se somministrato alla giusta malata e lei, ormai, si sentiva in fin di vita.

«Cosa diamine stai facendo?» tuonò Agaliarept alle sue spalle.

L’ombra si fiondò contro la porticina aperta, ma il demone fu più lesto e la richiuse prima che il prigioniero potesse fuggire.

«Vigliacca!» urlò l’ombra, assieme ad altri nuovi insulti nella sua lingua madre. Ma Lilith non ebbe il tempo di tradurli perché le forti braccia di Agaliarept la trascinarono via.

Fuori dalla stanza 4005 il demone spinse Lilith contro la parete, imprigionandola col proprio corpo.

«Posso sapere cosa accidenti avevi in mente?»

Lilith cercò di toglierselo di dosso, ma era molto più forte di lei e più pesante. Infine, dopo diversi tentativi di liberarsi dalla sua presa, lasciò perdere e fece ricadere le braccia lungo i fianchi.

«Allora? Sto aspettando una risposta.»

«Io non ti devo nessuna spiegazione. Ciò che faccio non sono affari tuoi!»

Agaliarept le prese il mento tra le dita.

«Mettiamola così, bambolina: chiunque voglia farti del male deve passare sul mio cadavere; anche se quel qualcuno sei tu. Perciò, come vedi, questo è affare mio.»

Lilith smise di dimenarsi e guardò le cicatrici che costellavano il viso del demone. Ricordava, con estrema vividezza, tutte le ferite che gli angeli fedeli a Iah gli avevano inferto perché l’aveva difesa dalle loro lame affilate.

Assalita da una stanchezza improvvisa, rilassò il proprio corpo. Alzando una mano, seguì con un dito il fitto reticolo di cicatrici che lo avevano sfigurato.

«Perché?» chiese con un filo di voce.

Preso alla sprovvista dal suo repentino cambiamento d’umore, Agaliarept parve confuso.

«Perché cosa?»

«Perché mi hai difesa dalle legioni di Mikael?»

Il demone fece un passo indietro, liberandola dalla sua presa.

«Il motivo non ha importanza. Il nocciolo della questione, bambolina, è che non devi—»

«Perché?» ringhiò Lilith, avventandosi nuovamente contro di lui. «Rispondi a una stramaledetta domanda per una volta nella tua esistenza, dannato Cherubino!»

«Perché non posso vederti soffrire!» abbaiò di rimando Agaliarept, avvicinandosi a sua volta. Faccia a faccia, le labbra che si sfioravano e gli sguardi intrappolati l’uno in quello dell’altra, Agaliarept diede voce a quel pizzicante dolore che sentiva da tempo immemore.

«Io non riesco a… sopportarlo.»

Si guardarono con il respiro affannato e una mole di parole non dette, pronte a franare loro addosso da un momento all’altro.

Dopo un lungo silenzio Lilith scosse la testa.

«Non possiamo. Se Lucky—»

«Lo so.»

Indietreggiando, Agaliarept le diede le spalle. C’era stato un tempo in cui la scintilla si era accesa e l’incendio era stato incredibilmente ustionante. Il desiderio di riattizzare un fuoco del genere era semplicemente folle.

«Lo so», ripeté Agaliarept, riprendendo il discorso. «Tu vedi comunque di non fare altre cazzate», le intimò prima di svanire nel nulla, lasciandola sola nel corridoio.

Grazie per aver passato del tempo con noi.

Intervista a cura di:

Qui potrete trovare la scheda autore con l’elenco delle opere.

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StaffRFS

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