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Intervista con l’Autore: Francesco Mastinu

Buongiorno Fenici! Grazie a Ipanema oggi possiamo sapere qualcosa di più di un bravissimo autore italiano, Francesco Mastinu. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato, buona lettura!

Francesco Mastinu è nato nel 1980 sotto il segno dell’Acquario e vive e lavora a Cagliari. Dopo anni di convivenza, è finalmente riuscito a sposarsi con suo marito – per giunta, in Italia – e la loro vita coniugale è rallegrata da ben quattro gatti. Impiegato di giorno e scrittore di notte, esordisce nel 2012 con il romanzo Eclissi (Lettere Animate), seguito poi da Polvere (2014, Runa editrice), che nel 2015 si è classificato secondo al premio letterario “Mondoscrittura Città di Ciampino” – sezione editi. Ha pubblicato inoltre la raccolta di racconti Concatenazioni (2014, Edizioni 6Pollici), i primi quattro romanzi della serie Emozioni del nostro tempo per Amarganta: Falene (2015), Foglie (2015), Sono solo parole (2016) e Fiamme (2017), il romanzo Tienimi con te (2018, Triskell Edizioni) e la raccolta di poesie Ciao, amore bello, ciao (2017, Amarganta). Sempre nel 2018 è uscito Avrei voluto essere lì (goWare Edizioni). Il suo blog: http://www.jfmastinu.wordpress.com

Ciao Francesco, benvenuto. Iniziamo con una domanda di rito: quanto conta la scrittura nella tua vita?

Grazie a voi per avermi accolto. La scrittura è una passione che in me è nata parecchio tempo fa, ai tempi del liceo. Sono sempre stato un ragazzo dalle idee poco chiare su cosa desiderasse dal proprio futuro e in quegli anni, sperimentata l’ebbrezza di mettere in fila le parole una sull’altra per generare emozione, mi ha risvegliato. Avevo deciso allora che avrei voluto fare lo scrittore. Gli anni sono passati, e con l’età ho imparato a mediare con la realtà della vita, ma sai che mi è successo? Che, nonostante abbia capito che bisogna avere molto talento e tanta fortuna per poter vivere di scrittura, non ho mai smesso di praticarla. Scrivere è un bisogno, una necessità. E ogni volta che mi dico di fare una pausa, magari dopo aver finito di scrivere un romanzo, ci vuol poco perché una nuova idea si faccia strada nei miei pensieri. E, credetemi, continua a martellarmi sino a che non mi decido a metterla su carta.

Scrivi tanto, scrivi poco, scrivi a cadenza regolare, scrivi in maniera disordinata. Raccontaci il tuo personale metodo di scrittura e processo creativo.

Quest’anno ho cercato di darmi una regolata, perché anche io, come tutti, ho degli sbalzi di discontinuità. Gli anni passati scrivevo in modo ossessivo, arrivando a comporre anche tre romanzi in un anno, poi l’anno scorso a causa di alcuni problemi personali ho subito una battuta d’arresto e il flusso narrativo si è interrotto, per riprendere soltanto adesso, anche se mi sono imposto (con scarsi risultati, è vero) di non lasciarmi prendere dallo stress da prestazione. Un po’ perché negli anni ho imparato a scrivere in una maniera piuttosto strutturata. Infatti sono il classico autore che si fa le sinossi sia per l’intera trama che per ogni singolo capitolo, prima di iniziare la stesura, e cerco così di mantenermi sempre sul pezzo, rinunciando al classico flusso di coscienza che per me diventa soltanto disordine. Prima mi faccio gli schemi, le scene più importanti, le sinossi e le schede personaggi, traccio la mappa del loro percorso dall’inizio alla fine. È un po’ strano per uno che fondamentalmente scrive roba molto emotiva, legata a una singola sensazione, o scena immaginata e che a volte ha l’ispirazione ascoltando una canzone. Eppure riesco a canalizzare quel che sento in un tracciato che mi consente di non perdere le fila della storia, mi fa sentire più sereno questo modo di scrivere. Sono ossessivo rispetto ai rituali, a seguire la traccia. Ah, un dettaglio importante: la musica. Non c’è romanzo senza una sua playlist. Scrivo con la musica nelle orecchie, mi aiuta a isolarmi e a ripescare le emozioni che voglio raccontare. Ok, confessate. Sono molto grave?

Il genere che prevale nelle tue pubblicazioni è la narrativa omosessuale, le tematiche che affronti sono LGBT. Affrontare l’omosessualità attraverso la narrazione: quanto è complicato? Secondo te bisogna essere gay per poter scrivere LGBT?

Ho sempre scritto storie di persone omosessuali o comunque con qualche componente della Cultura Gay, perché è il mondo di cui faccio parte e di questo ne vado fiero. Una volta che ti liberi dalle catene della vergogna con il coming out, per molti di noi diventa quasi una missione stimolare l’opinione pubblica sulle nostre normalità. Perciò, sì, è vero, io scrivo LGBT e continuerò a farlo finché sentirò che vi sia il bisogno di raccontarne. Però ho un sogno, quello che questa etichetta non identifichi più un genere letterario. Sapete, io credo che l’amore sia amore, il fantastico abbia dei suoi canoni precisi proprio come il giallo o l’horror. E che questi canoni prescindano dall’affettività dei suoi protagonisti. Non sopporto quando nella cronaca si parla di omicidi o reati a sfondo omosessuale, figurarsi se mi piace sapere che le mie storie sono storie gay come se fossero diverse da quelle degli eterosessuali. Comunque, non credo nemmeno che per scrivere sui gay bisogna esserlo. Certo, per noi raccontare un certo tipo di vissuto forse è più semplice che per chi non ha dovuto affrontare certi passaggi fondamentali della vita di un omosessuale, però per poter scrivere LGBT non c’è bisogno di essere gay. Basta conoscere di quel che si parla, studiare, affrontare tematiche, anche intervistare qualcuno per farsi un’idea. Ci sono in giro troppi libri stereotipati o peggio ancora, completamente slegati dalla verità. E questo è un dato di fatto. Ma come in tutte le cose, anche nella scrittura è fondamentale la documentazione, la conoscenza. Non c’è bisogno di essere veritieri, ma perlomeno verosimili. E posso dire che alcuni dei libri più belli che io abbia mai letto sull’omosessualità sono stati scritti da donne, o da persone comunque etero.

Sardo di nascita, sarde sono quasi sempre le ambientazioni dei tuoi romanzi. Quanto è importate la Sardegna per te e per la tua arte? Qual è il tuo rapporto con la Sardegna?

La Sardegna è il posto dove vivo, è quel luogo che io chiamo casa. Uso spessissimo come ambientazione principale le località che conosco perché mi trovo a mio agio. È in un certo senso, proprio la mia “sardità” è un dettaglio molto importante per dare contenuto alle mie trame, per dare quei colori pastello o dalle tonalità forti che rendono i miei romanzi, in qualche modo, unici. Di sicuro l’ambientazione italiana è per me importante, perché c’è tanto bisogno di scrivere storie omosessuali in un paese dove ancora c’è tanto da fare in tema di diritti civili. La Sardegna è per me il rifugio e nello stesso tempo la mia condanna: rimango avvinghiato alla mia isola per quanto a volte provi l’istinto di evaderne, proprio perché ha dei confini netti che mi separano dal resto del mondo di cui vorrei percorrere le strade. C’è tanto da scoprire là fuori, però, prima o poi, il mio cuore mi impone di ritornare da dove provengo. I nostri anziani, il profumo del mirto, la nostra lingua, il mare che così bello come il nostro non esiste da nessuna parte al mondo. Il nostro moderno modo di vivere legato ad ancestrali tradizioni, alla terra selvaggia. Non potrei fare a meno di tutto questo.

Quanto ritieni importante scrivere storie a tematica Lgbt? C’è sempre un messaggio che si cela tra le righe dei tuoi romanzi?

Il mio intento è parlarne e farne parlare. Tanto è stato fatto in questi anni dall’associazionismo e dagli attivisti, anche a livello tematico, per mettere in luce l’omosessualità e farla uscire dallo scandalo e dal pregiudizio, e io ritengo che sia importante in un paese come il nostro, dove ancora esistono discriminazioni e odio verso il Popolo Arcobaleno. Non tutto quello che è stato realizzato però risponde alla realtà dei fatti. Ecco, io penso che alla fine, nelle mie storie, cerchi di dare un’impronta di estrema normalità dei miei protagonisti. Loro amano, si lasciano, odiano, tradiscono… vivono esattamente come tutti gli altri. Certo, mentirei se omettessi tutti quei dettagli sostanziali del vissuto di un gay: il non accettarsi, l’omofobia, la paura di essere anormali, l’assenza di essere riconosciuti delle famiglie… tutte situazioni che viviamo sulla nostra pelle e che ci rendono quello che siamo. Ma per il resto, lasciatemelo dire, siamo tutti persone e in quanto tali degne di rispetto e reciprocità.

Nei tuoi racconti c’è sempre una storia d’amore. Ma il Rosa non è un genere per sole donne?

Mi viene in mente una domanda: ma perché dobbiamo sempre etichettare tutto quanto secondo delle categorie? A me piacciono molto le storie d’amore, se ben scritte, eppure non mi sono mai sentito una donna mancata. E conosco anche tantissime donne che non disdegnano generi diversi dal romanzo d’amore. Io non penso che un genere sia più adatto a un certo connotato piuttosto che a un altro: i gusti sono personali e tutti quanti sono degni del medesimo rispetto. Io tratto l’amore tra uomini perché l’amore è un sentimento universale, che nel corso della nostra vita ci capita almeno una volta di provare. Scrivere forse non è raccontare la stessa realtà in tanti modi diversi, permettendo al lettore di mettersi per ogni libro nei panni della vita di qualcun altro?

Che ruolo ha la lettura nella tua vita? Leggi tanto? Qual è il libro a cui ti senti più legato in assoluto?

Nel momento stesso in cui scelgo un libro, tra tanti altri ugualmente belli, so che farei un torto a ogni emozione che ciascuno di loro mi ha regalato. Questo perché in tutte le fasi della mia vita ho avuto alcuni libri che ho letto che hanno saputo guidarmi, quasi prendendomi per mano. Probabilmente rileggendo oggi qualcosa che ho letto venti anni fa non proverei le stesse cose. Per cui, no. Non me la sento di fare una scelta così drastica. Cosa sia per me la lettura? Vita, niente di meno che vita. Leggo sin da piccolissimo, perché in casa sin dalle elementari mi hanno insegnato il valore dei libri: poter viaggiare, vivere e conoscere senza spostarsi da casa. Aprire, anzi, spalancare la mente all’esistente là fuori. Essere sereno e in pace. Questo per me è leggere. Una cosa mi sento di dirla: chi scrive deve leggere, e deve farlo tantissimo. Per me, per ogni romanzo che scriviamo, dobbiamo averne letto altrettanti cento. Almeno cento. Non sopporto chi dice di voler scrivere senza aver bisogno di leggere, quelli non sono scrittori, ma persone in cerca di vanagloria, attirati dalla notorietà più che dalla passione. Sono un lettore medio, per mancanza di tempo. Viaggio tra i quaranta e gli ottanta libri letti. In alcuni periodi leggo parecchio, altre volte meno e me ne dispiace. Ma non smetterei mai di leggere.

Parliamo di “Tienimi con te”, edito da Triskell: è un romanzo che ha una storia a monte. Ce la racconti?

Tienimi con te” (qui la nostra recensione) nasce esattamente durante un concerto che mi venne regalato dalla mia più cara amica, in occasione del mio trentaseiesimo compleanno. Mi spiego: mi portò a sorpresa in un locale a vedere un unplugged di un noto cantante italiano che piaceva parecchio a entrambi. Fummo posizionati nel tavolino di fronte a lui che esibiva. E la mia testa creò in automatico l’inizio della storia. Mi sono chiesto: e se io e lui avessimo modo di avere una storia? E da lì ho continuato. Volevo cambiare genere, sperimentare una storia improntata nei canoni romance gay. E confesso di averla concepita e pensata perché ci tenevo a pubblicarla con Triskell, che ho conosciuto sin dalla sua nascita editoriale. Una volta scritto ero quasi certo che non lo avrebbero selezionato, è stata una bella sorpresa ricevere la loro e-mail in cui mi comunicavano che gli era piaciuto. Emozioni così, quando alle spalle avevo già diverse pubblicazioni, non mi capitavano da tempo. Per questo non smetterò mai di ringraziare tutto lo staff editoriale per aver dato alla luce questa mia storia.

Tienimi con te, amore che nasce come folgorazione: credi al colpo di fulmine?

Ci credo, molto. Io stesso sono stato vittima di un colpo di fulmine parecchie volte in gioventù. Quando conobbi mio marito, venti anni fa, mi è bastato posare i miei occhi su di lui, in quell’andito della facoltà, per provare tante scosse emotive colpirmi tutto il corpo. Sono stato letteralmente rapito da quell’uomo. Ancora oggi ho in mente, in modo chiaro, le luci, i profumi e lui che mi sorrideva per poi presentarsi. All’epoca avevo 19 anni e non avevo ancora chiaro che le mie passioni nascoste per i maschi si chiamassero semplicemente “omosessualità”. Eppure vi giuro che nel momento in cui ci siamo incontrati io ho pensato soltanto “tu sarai mio.”
Il resto è storia: me ne sono innamorato e ho dovuto fare coming out e accettarmi una volta per tutte, poi mi sono dichiarato anche a lui. Da 17 anni stiamo insieme, da quasi due siamo riusciti a sposarci e ogni tanto, quando lo guardo, mi sento esattamente come allora. Perché non solo i colpi di fulmine esistono, ma durano a lungo, nel tempo finché ci si ama. Questo credo che in qualche modo sia stato ciò che ho voluto trasporre anche nella storia di Dan e Matteo. Due uomini molto diversi per età, carattere, provenienza e storia che si incagliano l’uno con l’altro avvolti dal sentimento. E il sentimento dell’amore, come nel loro caso, appiana le divergenze e rimescola tutte le carte del mazzo.

Avrei voluto essere lì, uscito di recente per goWare, è un romanzo importante: ci parli diffusamente delle tematiche che affronti?

Con Avrei voluto essere lì (qui la nostra recensione) ho preso un taglio che un po’ esce dallo schema del romanzo puramente “amoroso”, per abbracciare le tematiche del romanzo di formazione. La storia è quella di Edoardo, che in età adulta deve ripercorrere il suo personale vissuto di dolore, con l’intento di liberarsene definitivamente. Mentre si conoscono le sue vicende, la telecamera della narrazione estende il campo visivo sulla realtà italiana di provincia, in Sardegna, che comprende il trentennio tra gli anni novanta e i primi due decenni del duemila. Questo giusto per fare un quadro generale. Edoardo, sin da quando ha undici anni, viene definito dagli altri “frocio” e quell’etichetta lo rincorre per tutta l’adolescenza, a volte in forma violenta, senza sconti, in altre come un fantasma che si impegna di scacciare in ogni modo. É un romanzo, lo ammetto, abbastanza crudo, che mette i riflettori sulle note dolenti dell’omosessualità, come a volte ancora oggi si tenta di negare: il timore di essere diversi, l’omofobia diffusa, il bullismo del gruppo dei pari (e a volte anche degli agenti educativi), il coming out in famiglia, la relazione amorosa con tutte le difficoltà legate al voler vedere legalizzata la propria unione… tanto per citarne alcuni dei temi fondanti. In sintesi, ho voluto raccontare cosa significa partire da una situazione di svantaggio, causata dall’odio degli altri e il sentimento di riscatto per essere sopravvissuto. Una storia, quella di Edo, parecchio comune a tanti ragazzi gay della mia generazione e di quelle precedenti.

Avrei voluto essere affronta argomenti molto forti e dolorosi: quanto c’è di autobiografico in questo tuo romanzo e quanto difficile è stato per te scriverlo?

Mentirei se dicessi che quando scrivo invento di sana pianta le trame. In ogni libro che ho scritto, c’è una mia emozione precisa, dei dettagli di situazioni che ho vissuto o persone con cui ho interagito. Anche Avrei voluto essere lì ha questa base, ma è un po’ più complessa la situazione rispetto agli altri. Da ragazzo bullizzato alle soglie dell’adolescenza, ho rivissuto io stesso mentre scrivevo quelle situazioni e penso che converrete con me sul fatto che certi demoni sono insidiosi da affrontare. Però è anche liberatorio farlo.

Ti sei sposato con il tuo compagno un anno e mezzo fa. Un traguardo per il vostro amore che dura da moltissimi anni e per tutti coloro che amano a dispetto del genere a cui appartengono. Ci puoi parlare un po’ di come avete vissuto l’attesa di una legge che permettesse di sancire la vostra unione e l’emozione che hai provato quando hai detto “Sì”?

A dire il vero non ci speravamo più. Abbiamo seguito con molta apprensione il percorso che ha avuto il DDL Cirinnà in quegli anni, e tra ripensamenti e rocamboleschi stravolgimenti avevamo perso la speranza. Mettetevi per un attimo nei nostri panni: siamo una coppia su cui nessuno, agli albori della relazione, avrebbe scommesso, eppure ormai siamo insieme da quasi 18 anni. Per noi è stato gravoso l’impegno, non solo per dimostrare che dal profilo sostanziale siamo stati e continuiamo a essere una famiglia. Senza contare che per noi, qualsiasi passaggio obbligatorio di una coppia collaudata, diventava, prima di questa legge, più complicato che per le coppie eterosessuali: parlo dell’assistenza in caso di situazioni sanitarie rischiose, o anche semplicemente l’acquisto della casa. Sì, penso che questa legge sia stato un passaggio doveroso, per quanto insufficiente per la piena equità di noi come persone. Parlo della mancanza della tutela dei figli delle coppie omosessuali, della possibilità di essere genitori, della ridicola differenza con i matrimoni rispetto all’obbligo di fedeltà, senza scordare che noi possiamo essere registrati come “uniti civilmente” e non come coniugi, che è esattamente quello che siamo. Per il resto, il 7 gennaio del 2017 abbiamo detto il nostro sì nel Municipio di Cagliari, in presenza di tanti amici, dei parenti e, soprattutto, di molto affetto. Abbiamo fatto le cose in regola: abiti da cerimonia, fedi, partecipazioni, ricevimento, viaggio di nozze (bellissimo) in Sudafrica e ancora adesso, a quasi due anni di distanza, posso dire che si tratta di sicuro del giorno più bello della mia vita. E tutto questo perché lo amo. E ho avuto la possibilità di poterlo affermare pubblicamente con la nostra unione. Siamo anche finiti in un servizio del TG3 regionale, anche se non siamo stati i primi a sposarsi a Cagliari, perché le altre coppie hanno avuto delle ritrosie a mostrarsi pubblicamente. Questo perché, ancora oggi, c’è tanto da lavorare con l’opinione pubblica nel mostrarci per quello che siamo.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Posso dirlo che sto cercando in ogni modo di mettermi in pausa? E che è molto difficile rispettare questo proposito?
Non ho progetti futuri a breve scadenza, ho un contratto di pubblicazione ancora da onorare, si tratta di una storia d’amore brevissima, che si sviluppa nell’arco di un ventennio di relazione tra due uomini con un leggero scarto generazionale. Si tratta di “Tutto l’amore del mondo”, che vedrà la luce per l’editore Le Mezzelane, con cui affronto proprio l’argomento dell’amore ai tempi del DDL Cirinnà.

Stai scrivendo? Ci puoi dare un’anticipazione sul genere e sulla trama di ciò che stai scrivendo ora?

Ho finito di scrivere qualche mese fa “Fratelli di sangue” un drammatico che affronta le tematiche dell’abuso e della famiglia, su quanto soprattutto certi legami possono dimostrarsi fragili, ma per il momento l’ho chiuso nel cassetto. Inoltre, ho ripreso in mano anche gli ultimi due inediti che non hanno ancora visto “la luce editoriale”: “Valzer di Famiglia” che parla delle rivoluzioni che la malattia porta in famiglia, e “Fiaba di Natale”, il mio primo esperimento dalle tinte fantasy. Ho pensato che fosse il caso di fermarsi un po’, dopo aver scritto come un matto in questi anni e aver comunque alle spalle parecchi contratti editoriali tra me e il mio alter ego (e scherza, scherza siamo arrivati a quota 14 editi!). Ma… come vi dicevo prima, la mente di un povero scribacchino non riesce a staccare del tutto. Diciamo che ho una storia in testa, che questa storia ha già un certo grado di sviluppo, può vantare una colonna sonora già aggregata in playlist e un titolo già stabilito. Non so se porti bene o no, ma penso che “Ultima chiamata per Cagliari” non rimarrà ancora per molto soltanto nella mia testa… Con questa idea torno alle tematiche del rimpianto e della lontananza da casa, e vorrei parlare di un fenomeno legato alla cultura LGBT, quello delle Drag Queen. Insomma, nonostante abbia bisogno di riposto, c’è parecchia carne al fuoco.

Grazie per l’attenzione che ci hai dedicato

Un grazie di cuore a voi!

 

 

StaffRFS

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