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Incontro con l’autore: Amneris Di Cesare

 

 

Buongiorno a tutti, oggi abbiamo il piacere di ospitare nel nostro salotto Amneris Di Cesare. Volete conoscere lei e i suoi personaggi meglio, allora mettetevi comodi e  continuate a leggere!

 

  1. Ciao Amneris, partiamo con una domanda semplice da fare ma forse complicata a cui rispondere: quando hai iniziato a scrivere in maniera professionale e perché?

E’ stato un percorso lungo ed elaborato. Ho iniziato a scrivere su un blog personale, aperto su Splinder nei primi anni 2000. Avevo sempre più lettori e due di questi, autori – loro sì, con all’attivo libri pubblicati uno e autore televisivo l’altro – mi consigliarono di provare a pubblicare. Prima non ci pensavo neppure. Non la credevo una cosa possibile. Mi bastava essere arrivata tra i primi classificati del concorso “Racconti nella rete” ed essere stata inclusa in un’antologia edita da Newton & Compton. Ma a quel punto mi sono resa conto che, se volevo davvero provarci, avrei dovuto “studiare” per scrivere in maniera più professionale. Pubblicare è arrivato molto dopo, perché ho capito subito che scrivere un racconto per diletto non è la stessa cosa di scrivere un romanzo articolato, con l’intento di inviarlo a una casa editrice. Per provarci, ho aperto il FIAE, il Forum Indipendente Autori Emergenti, insieme al compianto amico Fabio Musati. Un forum dove ci si trovava per fare esercizio, discutere e lavorare insieme sui testi di tutti i partecipanti. Da lì sono uscite le mie cose più belle ma anche altri autori, alcuni dei quali sono anche diventati famosi. Quindi, per rispondere più precisamente alla tua domanda (attenta perché io la prendo sempre molto alla larga…): intorno al 2005.

  1. Tu sei una scrittrice che parla soprattutto di amore, nei suoi romanzi, sentimento che hai declinato in tutte le sue forme. Ci piacerebbe sapere che tipo di lettrice sei: leggi volentieri i romance italiani e/o stranieri o preferisci un altro tipo di letteratura, come quella gialla, noir fantasy o la saggistica?

Ho letto compulsivamente e per molto tempo fantasy e fantastico, insieme a tanta letteratura per ragazzi. Avendo due figli, all’epoca piccoli, che mi chiedevano in continuazione di comprare questo o quell’altro libro, ma che poi regolarmente lasciavano sullo scaffale, ho iniziato a leggerli io. E da lì l’amore per Harry Potter, ma anche scrittori fantasy italiani all’epoca emergenti (Francesco Falconi è uno di questi). Ma a un certo punto il fantasy ha smesso di appassionarmi e ho iniziato a seguire il rosa e il romance, insieme alla letteratura Lgbt. Da un paio di anni leggo solo in inglese: autori inglesi e americani. Ma per anni ho sempre letto italiano e… libri scritti da donne. Anche oggi, se leggo italiano, prediligo il femminile – inteso proprio a firma di donne e non necessariamente “romance” – , ma sono molto critica e ultimamente è difficilissimo soddisfarmi. Non amo i thriller e i romanzi d’azione, mi annoiano mortalmente. Invece adoro le dinamiche psicologiche, le esperienze di vita, i rapporti di coppia conflittuali e con tanto angst.

  1. Uno dei tuoi primi scritti, edito nel 2011, si intitola “Mamma, non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” inserito nell’antologia “Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling“. Parlaci del tuo amore per Harry Potter: quando è iniziato? La passione per l’universo fantasy include anche i romance di questo genere (urban fantasy e paranormal romance)?

Allora, come ho accennato prima, il fantasy da un po’ di tempo non mi soddisfa più. Riesco a leggere ancora qualche fantastico e qualche paranormal fantasy (mi piacciono i mutaforma ma non tanto i vampiri, le storie con entrambi non mi dispiacciono se scritte bene e se hanno una trama originale. Non sopporto invece i “pre-confezionati” e i “pre-digeriti”, cioè quei libri “format” dove la trama è già stabilita a canovaccio e cambiano solo nomi e ambientazione. E ahimè, in questo particolare tipo di romanzi è spesso il format a farla da padrone), ma il fantasy classico, alla Tolkien per intenderci, non riesco più a leggerlo. Ha perso tutto il suo appeal. E’ vero che, anche dopo Harry Potter poco è stato scritto di veramente degno. Mi ha incuriosito molto la saga di Shadowhunters, di Cassandra Clare (un mio saggio su questa saga è presente nel libro multi-saggio “Il Fantastico nella letteratura per ragazzi” edito Runa Editrce) e ancora mi appassiona, anche se un pochino l’interesse è scemato. Per quello che riguarda Harry Potter, la passione è nata proprio dalla lettura di uno di quei libri che i miei figli mi facevano comprare ma che poi non leggevano. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban era uno di quelli. Vidi i primi due film, comprai il terzo romanzo, non mi fermai più e li lessi tutti anche a ritroso. Ancora oggi, dopo tante riletture, quei romanzi mi sembrano nuovi e adorabili. Ogni tanto li riprendo e li rileggo e li faccio leggere a chiunque voglia avvicinarsi alla lettura.

  1. Storie d’amore… Il panorama degli autori romance è quasi tutto dominato da scrittrici: credi che la narrativa rosa sia “roba da donna”?

Io so per certo che gli uomini leggono “romance”, se scritto bene e originale lo apprezzano pure. Quindi no, non considero la narrativa rosa roba da donne, ma ahimè, c’è tanto pregiudizio in tal senso. Non a caso, il responsabile di una delle piattaforme digitali più importanti in campo editoriale, due anni fa a un convegno EWWA a Imola disse che: il rosa – e l’erotico – avevano vissuto un boom incredibile grazie agli e-reader, perché apparati come Kindle e Kobo permettono privacy in chi legge. Non vedendo le copertine – nei rosa in genere molto ammiccanti o melense – gli uomini possono leggere “Harmony” senza essere giudicati. E’ un mio sospetto. Perché per dire, i miei romanzi – lo testimoniano le recensioni su amazon e su anobii – sono letti indistintamente sia da uomini che da donne e apprezzati da entrambi.

  1. Come giudichi il fenomeno, in rapidissima ascesa, del self publishing (e del print on demand) e delle case editrici a pagamento? Pubblicare è un imperativo sempre e comunque, per uno scrittore?

Ho pubblicato tre novelle e un racconto in self-publishing e l’esperienza è stata bellissima. E’ fantastico poter decidere il titolo, la cover, ricevere l’editing che desideri – sembra assurdo ma le CE non a pagamento anche se fanno editing, spesso non lo fanno come ti aspetteresti, alcune addirittura non lo fanno, molte confondono l’editing con la correzione di bozze, insomma, non è così scontato che venga fatto al meglio – e quando metti sul mercato un prodotto che hai seguito fin nei minimi dettagli tu, da sola, la sensazione è stupenda. Certo, è una grande fatica e non sempre viene ripagata da vendite e recensioni positive. Ma vista in quest’ottica, la pubblicazione in self-publishing può essere sul serio un’esperienza inebriante. La Casa Editrice ti dà un altro tipo di garanzia: il fatto di essere scelti dal curatore di collana o seguiti dall’editor della CE e ti dice subito che il tuo romanzo ha un qualche valore, per esempio. Il fatto che una CE decida di investire su di te, in prima persona, ti sancisce già una parte del successo personale. Poi, dalle spalle, ti viene tolto il peso della scelta grafica, dell’impaginazione, degli eventuali refusi nel testo e dell’editing. Che viene effettuato appositamente per il tuo romanzo, in funzione del mercato a cui si affaccia la CE. Nel self-publishing se sbagli, paghi di persona. Se pubblichi con la CE, gli insuccessi sono quanto meno suddivisi al 50%.

  1. Scrivi un libro, lo affidi ad un buon editor, vieni notata da una casa editrice o decidi di percorrere, con consapevolezza, la strada del self publishing: a questo punto del progetto quanto sono importanti il titolo dell’opera e, soprattutto, la copertina?

Se pubblichi con CE, in genere, titolo e copertina sono a completa discrezione della casa editrice, e l’autore ha poca voce in capitolo. Non ho potuto, infatti dire molto sulle copertine dei libri che ho pubblicato con casa editrice e, almeno in un’occasione, non ho amato né il titolo né la cover, ma me li sono dovuti far piacere. Nel self-publishing scegli tu, autore, ma comunque devi tenere sempre presente che, – e forse nel self-publishing è addirittura imperativo – devi attirare l’attenzione del lettore in un marasma di pubblicazioni self, e quindi devi fare anche una piccola ricerca di mercato; osservare bene le copertine dei romanzi che hanno successo e, a volte, optare anche per qualche ammiccamento solo per attrarre più lettori. Ma ci sono molti grafici, adesso, che compongono cover molto belle e a prezzi più che onorevoli, quindi, conoscendo un po’ l’ambiente “self”, si impara. Titolo e copertina, in ogni caso, sono per un self fondamentali, ma aggiungerei comunque una terza componente importantissima: la quarta di copertina. Quel riassunto che racconta senza raccontare l’argomento del libro e che attira una parte – non tutta, alcuni lettori sono attratti più dalla cover, altri dal titolo – dei lettori.

  1. Da tempo affianchi al tuo lavoro di scrittrice quello di traduttrice dall’inglese e dal portoghese. Come sei arrivata a questo nuovo progetto lavorativo e perché?

Ho lavorato fin dopo il liceo come interprete prima e come assistente di presidenza di varie società internazionali poi, e per anni. Poi, volendo dedicarmi solo alla famiglia, improvvisamente ho smesso. Per due decenni quasi, l’inglese, il francese e il portoghese sono stati solo un accenno su un vecchio curriculum. Per alcuni anni ho pensato di aver dimenticato tutto, di non essere più capace né di parlare né di leggere in lingua. E invece, quando il sesto romanzo di Harry Potter stava per uscire ma per la traduzione avremmo dovuto aspettare un anno in più, decisi di provarci. E mi resi conto che non avevo dimenticato proprio un bel nulla. Quindi, lentamente, ho iniziato a privilegiare la lettura in lingua piuttosto che quella tradotta. E mentre leggevo mi scoprivo a domandarmi come avrei tradotto io quella frase in italiano. A confrontare le traduzioni da lingua originale a tradotta. Fino a conoscere Marie Sexton, scrittrice americana di MM. Lessi tutto ciò che aveva scritto, dai libri più romantici e sentimentali a quelli più tosti e devastanti. E in particolare, tre brevissimi testi mi fecero innamorare: One more soldier (pubblicato da Amarganta con il titolo Un soldato in più) , Chapter Five and the Axe-Wielding Maniac (Il capitolo 5 e il maniaco dall’ascia vibrante), e Apartment 14 and the Devil nextoor (L’appartamento n.14 e il diavolo vicino di casa). Aggiungo anche Sentire il calore del sole, un racconto meraviglioso e poetico che secondo me svela tutta la bravura di questa scrittrice, che sa essere dolce e romantica, ironica e anche tremendamente poetica. Mi ero talmente innamorata di questi brevi romanzi che scrissi all’autrice chiedendo se era disposta a cedere i diritti ad Amarganta, Casa Editrice per cui curo le collane Fantasy e Under15. L’autrice, dopo breve contrattazione, accettò i termini e io li tradussi. E’ stata un’esperienza esaltante. Forse anche più forte dello scrivere un romanzo stesso. Entri comunque nel testo, devi “ascoltare” la voce che lo scrittore ha impostato per quel romanzo, e poi passi a scorporare frase per frase, parola per parola. Puoi passare anche ore su un’intera frase o addirittura una parola per decidere quale sia la versione migliore e il significato più giusto. O cercare il sinonimo che in qualche modo rispecchi esattamente la poetica di quel periodo. Ricostruisci tutto nuovamente, in una lingua diversa, che però deve essere comunque musicale e attendibile, anche da un punto di vista di registro stilistico. Certo, dopo la traduzione vera e propria c’è la fase del Controllo Qualità e quella della revisione/editing, ma il grosso del lavoro lo devi fare tu, traduttore. E ho scoperto che mi piace. Da matti. E leggere un libro, amarlo e volerlo far leggere ad altri così tanto da riuscire poi a tradurlo e farlo conoscere, è un’altra componente di questo processo. Sono felicissima dei libri che ho tradotto. Ciascuno aveva una tematica non facile, anche quelli più leggeri, e alcuni intensità e originalità tali da meritare di essere conosciuti. Sono soddisfatta di esserci riuscita.

  1. Il tuo lavoro di traduzione si è orientato soprattutto sulla narrativa di genere male to male. Cosa pensi di questo tipo di romance? Ti piace leggerli? Hai mai pensato di scrivere un romance m/m?

Ahimè, sono una droga. Non so spiegare bene perché, ma soddisfano il mio bisogno di romanticismo, di angst/sofferenza per un amore impossibile o comunque travagliatissimo, della mia mania per le dinamiche contorte e cervellotiche nei rapporti sentimentali, e l’imprescindibile bisogno di tematiche sociali forti e conflittuali. I romanzi rosa “tradizionali”, purtroppo, spesso sono stereotipati, si crogiolano su alcuni “format” che appunto li contraddistinguono: differenza di ceto sociale tra i due leader romantici – generalmente lui ricco e lei povera – differenza di potere decisionale tra i due – generalmente lui impositivo e lei sottomessa – oppure differenze estetiche – lui bellissimo, lei goffa e imbranata – che sinceramente non sopporto di leggere più. La sindrome di Cenerentola, che permea la maggioranza dei romanzi rosa di oggi, non la riesco più a tollerare. Però ci sono delle eccezioni. Ho, per esempio, letto una splendida serie di libri self-published di un’autrice americana, che tanto avrei voluto tradurre, dove in uno degli episodi, il protagonista maschile soffre di PTSD a causa di una violenza subita e la protagonista è una donna spezzata con un figlio autistico, ma è lei a comandare, è lei a tenere le fila della storia d’amore e a salvare il compagno e non viceversa. Un altro, di un’autrice italiana che amo molto, ha come protagonista un paraplegico autoritario e dispotico. Insomma, di romance “con le palle” in giro ce ne sono. Bisogna cercare nel mucchio. Ma in genere, negli MM questi argomenti – oltre ad alcune tematiche molto forti, come le cure agli inizi del 900 e gli esperimenti scientifici sugli omosessuali, i campi di sterminio durante l’olocausto e i triangoli rosa, o anche solo il ripudio da parte di tante famiglie e l’abbandono dei minori sulle strade americane – sono sempre presenti. Ho mai pensato di scrivere MM? Ne ho scritti due, sotto pseudonimo, e a breve, sempre con lo stesso pseudonimo, uscirà il terzo romance, per una ottima casa editrice e scelto da un grande scrittore che ne cura la collana Lgbt. E’ stato un bellissimo regalo estivo, questo traguardo.

  1. Come è nata l’idea di scrivere il tuo romanzo “Mira diritto al cuore”?

I miei primi tre romanzi – Nient’altro che amare (Cento Autori), Sirena all’orizzonte (Amarganta) e Mira dritto al cuore (Runa Editrice) sono nati da racconti che non volevano sapere di restare soltanto tali. Volevo scrivere per tutti e tre un racconto e mi ritrovai ad aver scritto almeno 80.000 battute per ciascuno, decisamente troppe per un semplice racconto. Mira dritto al cuore partiva da un presupposto: se scopri qualcosa della compagna del tuo migliore amico, che è assolutamente contro i principi e il vissuto di questo amico, cosa devi fare? Rivelare a lui il segreto di lei, oppure lasciar stare? Paradossalmente, Mira dritto al cuore nasce praticamente a metà di quello che poi sarebbe diventato il romanzo intero. Non riuscivo a scrivere il racconto. Decisi di scavare a fondo nella vita dei personaggi, tornando indietro nel tempo. Di almeno dieci anni indietro. E scavando e raccontando, la storia è diventata lunga vent’anni.

  1. I personaggi dei tuoi libri sono ispirati a persone reali, che fanno parte della tua vita, o nascono e crescono solo nella tua mente?

Non tutti ma molti son ispirati a persone che ho realmente conosciuto. Nient’altro che amare e Figlia di nessuno – che io considero una sorta di “serie” narrativa e ho in progetto di scrivere il terzo conclusivo a breve – sono completamente inventati. Sirena all’orizzonte e Mira dritto al cuore ma anche Duel e Misterioso è il cuore (self published), sono invece ispirati a persone realmente conosciute ma assolutamente rivisitate e rielaborate; ciò che accade loro, infatti, non è mai avvenuto nella realtà ed è solo frutto della mia fantasia. Raccontare qualcosa di autobiografico non mi riesce molto bene. Se racconto qualcosa che mi è capitato realmente, non so perché, ma divento melensa, in preda a una sorta di balbuzie narrativa che mi irrita profondamente – infatti detesto ogni parola da me scritta che abbia un riferimento autobiografico, e pur non buttando via quelle pagine, le tengo ben nascoste in un angolino criptato del mio HD – e quindi ho rinunciato da tempo a utilizzare la mia esperienza diretta nelle storie che racconto. Niente storia della mia vita, per me.

Ti accorgi mai del momento in cui la tua vita sta per cambiare? Accade qualcosa che ti mette sull’avviso, o un pensiero ti attraversa senza farsi notare ma attento e preciso ti suggerisce che quello è il tempo esatto della svolta? Ricordo perfettamente la strana inquietudine che aveva preso l’abitudine di visitarmi sul far della sera e si appollaiava placida in un angolo sgombro dai pensieri nella mia testa e da lì dirigeva le mie ansie e le azioni più strane ma lasciandomi ignara di tutto. Così inconsapevole che quando quella sera, già passate le dieci, il telefono squillò, non ebbi alcun pensiero, alcuna preoccupazione”

Amneris Di Cesare – Mira dritto al cuore – Runa Editrice (2014)

Ringraziamo Amneris per il tempo che ci ha dedicato e le facciamo un enorme augurio per i suoi prossimi successi.

Clicca QUI per vedere la scheda autore.

Intervista a cura di: 

Editing a cura di: 

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