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Nuove indiscrezioni sul nuovo libro di Diana Gabaldon

Diana Gabaldon

 

Sassenachs, Go tell the bees that I am gone, nono libro della serie Outlander, uscirà nel 2019.

Lo ha rivelato la stessa autrice, rispondendo alle domande dei fan su Twitter.

 

 

In attesa della data ufficiale di uscita in lingua inglese, sul suo sito possiamo trovare succose informazioni su questo nono romanzo, a partire dalla scelta del titolo.

Go tell the bees that I am gone significa letteralmente “Vai a dire alle api che me ne sono andato”.

È la stessa Gabaldon che ci spiega il motivo di questa scelta:

“Parlare alle api è un’antica usanza Celtica (conosciuta anche in altre parti d’Europa) che si è diffusa fino agli Appalachi. Bisogna sempre dire alle api chi è nato, morto, chi è arrivato o è andato via, perché se non le tieni informate, voleranno via”.

Notizie dolorose, tribolazioni di vita quotidiana, lutti, era in queste occasioni che nelle campagne del New England, negli Stati Uniti del XIX secolo, i contadini avevano l’abitudine di condividere il loro dolore con le api.

Il rituale prevedeva di coprire (in parte) gli alveari con pezzi di tessuto nero e, dopo aver bussato, con voce bassa e rispettosa veniva comunicata ai loro abitanti la brutta notizia.

In ogni caso, l’ape era considerata parte dell’unità familiare, un membro da coinvolgere in tutte le situazioni importanti, sia positive che negative.

Una fan allarmata dalla seconda parte del titolo (I am gone può significare anche “essere morto”) ha chiesto se avremmo assistito alla morte dei nostri amati: Jamie e Claire, ma la Gabaldon ha precisato:

“Farò notare che la parola ‘andato’ non significa necessariamente ‘morto’ sapete? C’è una guerra in corso, gli uomini sono in marcia e cose simili…

Ecco per voi un estratto tradotto dal nostro staff.

 

“Sta’ giù,” dissi con decisione e indicai il mio grembo.

“No, starò b…”

“Non mi importa se starai bene o no,” risposi. “Ho detto, stai giù.”

“Ho del lavoro da…”

“Starai sdraiato per un altro minuto,” dissi. “Stenditi.”

Lui aprì la bocca, ma uno spasmo di dolore gli fece chiudere gli occhi e non fu in grado di trovare nessuna parola con cui ribattere. Deglutì, riaprì gli occhi e si sedette di fianco a me molto cautamente. Stava respirando lentamente e superficialmente, come se inspirare profondamente potesse peggiorare le cose.

Mi alzai, afferrai le sue spalle e lo girai gentilmente, in modo da riuscire a raggiungere la sua treccia. Sciolsi il fiocco e districai le spesse ciocche di capelli ramati. Erano ancora perlopiù rossi, sebbene morbidi fili bianchi catturassero la luce qua e là.

“Giù,” dissi di nuovo, sedendomi e tirando le sue spalle verso di me. Gemette un po’, ma smise di resistere e si abbassò lentamente, finché la sua testa non raggiunse il mio grembo.

Gli toccai il viso, le mie dita, leggere come una piuma tracciavano il contorno del suo viso seguendo ossa e avvallamenti, le tempie, le orbite, gli zigomi e la mascella. Poi feci scivolare le dita nella morbida massa dei suoi capelli, erano caldi nelle mie mani e ripetei l’operazione sulla sua cute, espirò lentamente e sentii la tensione abbandonare il suo corpo mentre si calmava.

“Dove ti fa male?” Mormorai, mentre con i pollici disegnavo leggermente dei cerchi sulle sue tempie. “Qui?”

“Sì… ma…” sollevò una mano alla cieca e la mise sul suo occhio destro. “Sembra come una freccia… dritta nel mio cervello.”

“Mhmm”. Passai gentilmente il mio pollice intorno all’orbita del suo occhio destro e feci scivolare l’altra mano sotto la sua testa, sondando la base del cranio. Riuscivo a sentire i muscoli contratti, duri come noci sotto la pelle. “Bene, allora.”

Allontanai le mani e lui rilasciò un respiro.

“Non ti farà male,” lo rassicurai, raggiungendo un vasetto di unguento blu.

“Fa male” disse e serrò le palpebre, mentre un nuovo spasmo lo attanagliava.

“Lo so.” Aprii il vasetto, ma lo lasciai così, la forte fragranza di menta piperita, canfora e pepe verde riempì l’aria. “Ti farà star meglio.”

Lui non rispose, ma si sistemò mentre iniziavo gentilmente a massaggiare l’unguento sul suo collo proprio alla base del cranio, sulla fronte e sulle tempie. Non potevo usarlo così vicino all’occhio, ma ne misi una piccola quantità sotto al suo naso e fece un respiro lento e profondo. Avrei voluto fare un impacco fresco per l’occhio una volta finito. Anche se per il momento…

“Ti ricordi,” dissi, la mia voce bassa e calma “che una volta mi hai raccontato della visita dell’Uccello che canta al mattino? E di come sua mamma è venuta e ti pettinò i capelli?”

“Sì,” rispose, dopo un momento di esitazione. “Disse… che avrebbe rimosso i serpenti dai miei capelli.” Un’altra esitazione. “Lei… ci riuscì.”

Ovviamente si ricordava… e così io rammentavo ciò che lui mi aveva detto in proposito. Di come gli aveva pettinato con gentilezza i capelli, ancora e ancora, mentre lui le raccontava – in una lingua che lei non parlava – le preoccupazioni nel suo cuore. Il senso di colpa, l’angoscia… e i volti dimenticati degli uomini che aveva ucciso.

C’era un punto, appena dove la linea dello zigomo si univa alla mascella, dove i nervi si infiammavano spesso ed erano sensibili… sì, giusto lì. Passai con delicatezza il pollice in quel punto e lui sussultò irrigidendosi. Misi l’altra mano sulla sua spalla.

“Shh. Respira.”

Il suo respiro giunse con un piccolo gemito. Rimasi sul quel punto, premendo più forte, muovendo appena il pollice e dopo un lungo momento, sentii quel punto caldo e sembrò sciogliersi sotto il mio tocco. Lo sentì anche lui e il suo corpo si rilassò di nuovo.

“Lasciamelo fare per te,” dissi debolmente. Il pettine di legno che lui mi aveva fatto si trovava su un piccolo tavolo accanto all’ampolla con l’unguento. Con una mano ancora sulla sua spalla, lo presi.

“Io… no, non voglio…” ma stavo passando delicatamente il pettine tra i suoi capelli, i denti di legno gentili contro la sua pelle. Ancora e ancora, molto lentamente.

Non dissi niente per un bel po’ di tempo. Lui respirava. La luce era diminuita ora, il colore del miele dei millefiori e lui era caldo tra le mie mani, il suo peso nel mio grembo.

“Dimmelo.” Chiesi infine, in un sussurro non più forte della brezza che arrivava dalla finestra aperta. “Non ho bisogno di saperlo, ma hai bisogno di dirmelo. Dillo in Gaelico, o Italiano o Tedesco; in qualche lingua che non capisco, se ti fa sentire meglio. Ma dillo.”

Il suo respiro divenne un po’ più veloce e si irrigidì, ma continuai a pettinarlo, in lunghe e uniformi carezze che si allargavano sulla sua testa e districavano i suoi capelli in una morbida e lucente massa sopra la mia coscia. Dopo un istante, aprì gli occhi scuri e in parte messi a fuoco.

“Sassenach?” disse dolcemente

“Mhmm?”

“Io penso di non conoscere nessuna lingua che tu non capiresti.”

Respirò ancora una volta, chiuse gli occhi, e cominciò a parlare con esitazione, la sua voce sommessa come il battito del mio cuore.

 

 

 

 

Romanticamente Fantasy

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