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Dentro il libro: “Domare le fiamme” di Ariel Tachna. Serie Lang Downs #4.

* Romanzo M/M *

Thorne aveva trascorso la vita in un ambiente omofobo e non si era aspettato niente di diverso quando quel pomeriggio era arrivato a Lang Downs. Invece, aveva trovato due uomini che tutti sapevano essere innamorati e che i jackaroo arrivavano addirittura a difendere. Due uomini che condividevano una casa nella quale potevano sedere insieme sul divano e parlare della loro giornata come una coppia qualsiasi. Thorne non aveva mai preso in considerazione che potesse esistere qualcosa del genere, e ciò rendeva ancora più ferrea la sua determinazione a salvare quel posto. C’erano troppi pochi porti sicuri al mondo e lui non avrebbe permesso che uno di questi venisse spazzato via quando toccava a lui proteggerlo.

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“Non meriti il suo perdono.” Lo sguardo ostile di Ian gli fece più male di una coltellata. “Credi che non lo sappia?” sbottò. “Sono un assassino a sangue freddo. È questo ciò che l’esercito ha preteso da me, fino a che, tre mesi fa, mi ha scaricato in mezzo ai civili. Perché credi che sia venuto nell’outback? Meno persone da ferire e più possibilità di proteggerle. Non mi libererò mai del sangue che mi imbratta le mani, ma forse, se contribuisco a salvare qualche vita, magari cancellerò una piccola parte del debito che ho nei confronti dell’universo.”

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“E tu?” chiese Thorne. “Tu cos’hai?” “Una casa.” Una casa. Thorne si sentì stringere il cuore a quelle parole, il desiderio di un posto da poter chiamare suo così forte da arrivare quasi a soffocarlo. “Se il signor Lang fosse stato vivo, ti avrebbe già offerto un posto qui con noi,” disse piano Ian. “E se conosco Caine, sta solo aspettando il momento giusto.” Thorne si alzò di scatto, quasi rovesciando la sedia nella foga. “Non so a cosa ti riferisci.” “Sei sicuro? I simili si riconoscono tra loro, Thorne. E io so riconoscere un’anima in pena quando ne vedo una.” “Non vuol dire che mi serva la tua pietà,” ringhiò lui a denti stretti. Non poteva mostrarsi debole. La debolezza conduceva alla morte. “Non è pietà,” disse Ian. “È empatia. Magari non sono stato un soldato, ma so cosa vuol dire essere preso a calci dalla vita e raggiungere il punto in cui ti chiedi se esiste un motivo per andare avanti, e forse hai ragione. Forse Lang Downs non è la risposta ai tuoi problemi, non come lo è stata per me, ma una cosa la so: vale sempre la pena di andare avanti.”

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“Sei venuto a salvarmi,” boccheggiò Ian scostandosi il fazzoletto dal viso. “Pensavo che sarei morto.” Thorne strinse la presa. Si sarebbe gettato in quell’inferno senza esitazione per ciascuno degli uomini che aveva conosciuto a Lang Downs e per i suoi colleghi pompieri, ma salvare Ian aveva un significato più profondo del semplice rispondere ai dettami del suo addestramento. Qualcosa aveva cominciato a germogliare fra loro tra la sera precedente e quella mattina, e Thorne era curioso di scoprire dove li avrebbe condotti. Più tardi avrebbe potuto ripetersi all’infinito che si conoscevano da troppo poco tempo perché ci fosse qualcosa di diverso dalla semplice curiosità, ma in quel momento, posto di fronte all’evidenza che Ian era accasciato a terra quando lo aveva trovato e che sarebbero bastati pochi minuti di ritardo perché lo perdesse per sempre, Thorne abbandonò ogni tentativo di razionalità. “Ci sarò sempre per te.” Ian inciampò e quando Thorne lo aiutò a rimettersi in piedi se lo trovò davanti, fra le braccia. Si disse che erano ancora in pericolo e che non era né il momento né il posto giusto, ma Ian aveva allungato una mano verso di lui e Thorne si arrese e chinò la testa così da poter appoggiare le labbra sulle sue. Ian sapeva di cenere e puzzava di fumo, ma a lui non importava. Stava rispondendo, solo quello contava. Approfondì il bacio con furia, godendosi la sensazione dell’uomo che praticamente gli si aggrappava addosso e gli affondava le mani nei capelli, liberandoli dall’elastico che usava per tenerli lontani dal viso. Lo sentì irrigidirsi quando gli afferrò le natiche per sorreggerlo, ma siccome Ian non interruppe il bacio per protestare, continuò a stringerle.

 

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“E credo che a Ian piaccia. In quel senso.” Macklin lo guardò perplesso. “Ian?” “Sì, Ian,” rispose Neil. “Lo frequento da tre lustri e non l’ho mai visto dimostrare interesse verso nessuno. Non conosco Thorne, quindi non saprei dire se lo ricambia, ma gli ha salvato la vita. Credo che il minimo che possiamo fare sia concedergli la possibilità di fare chiarezza nella sua testa.” “Senza contare che ti piacerebbe vedere Ian finalmente felice,” aggiunse Caine. “Sì, anche quello. Ha sempre il sorriso sulle labbra e una parola gentile per tutti, ma avete mai guardato i suoi occhi?” spiegò Neil. “È sempre solo, anche in mezzo a una folla. Anche con me. Se Thorne riesce a far sparire quello sguardo, avrà tutto il mio appoggio.”

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Thorne fece un verso di gola tipo fusa per la bellezza di ciò che stava accadendo: una stanza singola dietro una porta chiusa, la bocca di Ian soffice e arrendevole sotto la sua mentre si abbandonava alla carezza, le mani affondate nei suoi capelli, che lo blandivano e lo massaggiavano come se non sapessero fare altro. Si staccò e appoggiò la fronte a quella del jackaroo. Ian aprì gli occhi e incontrò il suo sguardo e Thorne avrebbe pianto nel vedere la felicità e lo stupore che si contendevano la sua espressione. Un bacio, un normale e casto bacio, gli aveva regalato quello sguardo e lui avrebbe fatto di tutto per custodirlo.

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“Io e Thorne non potremo sposarci, lo sai.” Neil alzò gli occhi al cielo. “Non è questo il punto, scemo. Potrò anche non essere una cima, ma se c’è una cosa che Caine e Sam mi hanno insegnato è che l’amore non è definito dal sesso della persona che ti interessa. Certo, se ci rifletto a fondo, sento ancora una puntura di disagio, ma l’amore di Sam per Jeremy è uguale a quello mio per Molly. E se hai la fortuna di provare un sentimento simile per Thorne, ti consiglio di afferrarlo con entrambe le mani e non lasciarlo andare mai più.”

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Prese un sorso di caffè e deglutì lentamente mentre veniva colpito da un’epifania improvvisa, che gli piombò addosso con la delicatezza di una mandria inferocita: si era innamorato del massiccio guerriero ferito che gli sedeva accanto sul divano.

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Aveva creduto di sapere cos’era l’amore, una lontana notte di primavera di tanti anni prima, in una camera all’ultimo piano, con il suo migliore amico, eppure quel sentimento impallidiva rispetto a ciò che provava per Ian.

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Era stato una specie di vagabondo per due decenni, andando dove lo mandavano e combattendo quando gli veniva ordinato. Non sapeva ancora cosa provava esattamente all’idea di avere di nuovo una casa, ma di una cosa era certo: l’avrebbe difesa a costo della vita. Apparteneva a quel posto. Caine stesso l’aveva detto. Dani lo chiamava zio Thorne. Jesse l’aveva invitato per una birra con la stessa naturalezza con cui aveva invitato Ian. Sam aveva detto che si era integrato. Si voltò verso Ian, il quale neanche stava provando a nascondere quanto il discorso di Caine lo avesse toccato. Sorrise e gli strinse la mano, lì sul tavolo, davanti a tutti, anche se a nessuno importava. O meglio: nessuno sembrò farci caso, perché Thorne era sicuro che a un sacco di persone importasse che lui e Ian stessero insieme, e se quella non era una ragione per restare a qualunque costo, allora Thorne non sapeva quale avrebbe potuto esserlo. Aveva la possibilità di rifarsi una vita lì, insieme a un uomo meraviglioso e all’interno di una comunità che li accettava. Aveva trascorso vent’anni a combattere per la patria e pensava di trascorrere i successivi venti a combattere per la sua nuova vita.

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StaffRFS

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