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Dentro il libro: “Una donna indimenticabile” di J.R. Ward

 

Lo sguardo di Smith colse qualcosa. O qualcuno, piuttosto. Attraverso la folla, fissò la donna bionda che era appena arrivata. Indossava un abito di un color argento scintillante, e se ne stava in piedi sotto l’elaborato arco d’ingresso della sala da ballo con un’aria dannatamente troppo radiosa per essere reale. La riconobbe immediatamente. Chi non l’avrebbe fatto? La contessa von Sharone. Il tono delle conversazioni si abbassò a un brusio mentre le persone registravano la sua presenza. Lo stato sociale del gala, già alto, scattò al soffitto col suo arrivo, e l’approvazione della folla era palpabile. Se quei damerini non avessero avuto dei drink per le mani, sarebbe scoppiato un applauso, pensò Smith seccamente. Come se fosse lei l’ospite d’onore e non l’ambasciatore. Doveva ammettere che era proprio bella. Con i capelli biondi raccolti sul capo, era la classica bellezza dai lineamenti delicati e dagli splendidi occhi verdi. E quel vestito. Modellato sul suo corpo, fluttuava come le onde del mare mentre faceva il suo ingresso nella stanza. Cristo, era bellissima, pensò. Sempre che ti piacessero le tipe altolocate, fredde come il ghiaccio. E a lui non piacevano.

 

Grace aprì lo specchietto di cortesia per controllare il trucco. Le occhiaie erano ancora nascoste, ma il lucidalabbra era andato via. Cercò nella borsetta, lo trovò e lo avvicinò alle labbra. Il contatto la fece fermare, e invece del rossetto, si passò le dita sulle labbra. Riusciva ancora a sentire il suo bacio. Quell’incontro di bocche e lingue e corpi che l’aveva fatta rabbrividire fino nell’anima era ancora così vivido in lei, come quando si erano appena lasciati. Non poteva dimenticare come si era sentita afferrare con durezza e poi stringere contro il corpo di quello sconosciuto, il modo in cui l’aveva toccata, il tumulto che Grace aveva sentito nel sangue. In quel corridoio spoglio, Grace aveva avuto il suo primo assaggio di passione. Chiuse di scatto lo specchietto, turbata. Era terribile pensare che non lo avrebbe rivisto mai più. Non aveva idea di chi fosse o da dove venisse, e sapeva che fare delle domande riguardo a un uomo come quello avrebbe sollevato molte chiacchiere. Legalmente, Grace era ancora sposata, e lui era un uomo pericolosamente attraente. L’ultima cosa di cui Grace aveva bisogno era innescare dei pettegolezzi.

 

«È un piacere rivederla.» Non appena lui le afferrò la mano, Grace avvertì una sorta di scarica elettrica. La sensazione la percorse tutta, dalle dita, su per il braccio, fino a fermarsi nel suo petto. Si tirò indietro di scatto. Proprio come aveva fatto la prima volta che gli aveva stretto la mano. «Preferisci che rimaniamo con te?» chiese Carter. «Mentre parlate?» Una luce beffarda gli accese lo sguardo mentre si sedeva in una delle poltrone davanti al divano. Anche da seduto, sembrava comunque alto, pensò Grace. «Non sembra sorpreso di vedermi.» Grace si sistemò sul sofà, incrociando le gambe. Gli occhi di Smith seguirono ogni suo movimento, indugiando sui polpacci, prima di tornare sul viso. «Non mi lascio cogliere di sorpresa.» La sua voce era profonda e roca, e lasciava trasparire una totale sicurezza di sé. Era l’uomo più virile che avesse mai incontrato, pensò Grace, con l’indispensabile miscela di orgoglio, arroganza ed ego che gli derivava da un certo sovraccarico di testosterone. Certo, sembrava duro come la pietra, perciò la fiducia in sé stesso era giustificata. Di certo, Grace non avrebbe voluto irritarlo. Lo aveva già fatto una volta e tutto quel che ne aveva ricavato era una fantasia da cui non riusciva più a liberarsi. «Dunque, parliamo del perché mi trovo qui.» Smith incrociò le braccia sul petto. Emanava onde d’impazienza, che scorrevano attraverso la sua voce bassa. Le dita di Grace andarono al pesante anello di fidanzamento che portava al dito e iniziarono a girarlo avanti e indietro in circolo. Quando gli occhi pungenti di Smith si posarono con un guizzo sul movimento, si sforzò di rimanere seduta immobile. Avrebbe potuto dirgli di andarsene, come aveva in programma, e come avrebbe fatto se ci fosse stato uno sconosciuto seduto su quella poltrona. E lui era uno sconosciuto, ricordò a sé stessa. «Temo che abbia perso tempo.» Quando lei si fermò, Smith sollevò un sopracciglio. «Voglio dire, non penso che possa aiutarmi. Ehm… non penso di aver bisogno d’aiuto.»Mentre incespicava nelle parole, Grace si domandò dove diavolo avesse la testa. Probabilmente in quello stesso buco nero dov’era finita tutta la sua vita.«Posso rimborsarla per il suo viaggio sin qui» aggiunse velocemente. «Ne sono sicuro» disse lui lentamente, tornando a guardarle gli anelli. C’era un sottile sdegno nei suoi occhi, una certa durezza nelle sue labbra, che suggerivano ci fossero altri posti in cui avrebbe preferito trovarsi. Lei si stizzì di fronte a quel tono e a quell’espressione. Era chiaro che non l’avesse molto in stima. Allora perché era venuto? Per fare un favore a Nick? «E mi scuso per qualsiasi seccatura.» «Che gentile.»Il silenzio tra loro si prolungò. «È solo che non penso di essere tanto in pericolo da giustificare la presenza di una guardia del corpo.»

 

Smith prese un altro sorso dalla tazza. «E così hai trovato il caffè.» Grace sollevò il mento, pensando che non poteva obbligarla ad ammettere niente che lei non volesse. «Ne hai fatto abbastanza per due?» Chiamò a raccolta i propri sensi e sollevò le spalle per affrontarlo, preparata a evadere la sua domanda. Lui però le afferrò il braccio con un movimento veloce, e Grace sentì le sue dita attraverso la seta sottile, come se non avesse indosso alcunché. Abbassò lo sguardo sulla sua mano, affascinata dal fatto che quel contatto fosse sufficiente per mandarla in tilt. Quando lui non disse niente, riluttante, sollevò di nuovo gli occhi nei suoi. «Sono un uomo che gradisce la sua privacy, contessa.» Si portò la tazza alle labbra in un movimento disinvolto, come se non la stesse trattenendo affatto. Lei colse un sentore di tè alle erbe, non di caffè. «Non apprezzo le intrusioni nel mio tempo libero.» Non c’era ombra di rabbia nella sua voce o nella sua espressione, ma l’avvertimento era ovvio comunque. Lei si sforzò di mantenere lo sguardo fermo nei suoi occhi. «Ero solo curiosa di capire cosa stessi facendo.» «Davvero?» disse lui, il tono indolente non la ingannava. «Sì, davvero.» Grace cercò di divincolarsi, ma invece di lasciarla andare, lui l’attirò più vicina a sé. Strinse gli occhi sulle sue labbra, e Grace si stupì di notare che la sua rabbia si stemperava in qualcos’altro che non riusciva a riconoscere. Non c’era niente del suo abituale self–control in quello sguardo. Si passò la lingua sulle labbra, sentendosi la gola arsa, e dovette distogliere gli occhi. Quindi li abbassò sull’avambraccio che la tratteneva. I muscoli spessi le dicevano che avrebbe potuto trattenerla tanto quanto avesse voluto e che Grace non avrebbe potuto farci niente. «Lasciami andare.» Cercò un tono che sembrasse di comando. Era come se pensasse che facendo la voce grossa lui non si sarebbe accorto di ciò che stava succedendo davvero dentro di lei. Sfortunatamente, l’affanno nella sua voce era più un invito che un rimprovero.

 

Lei lo fissò per un lungo momento. «Sei serio?» Accidenti a lui, pareva proprio di sì. «Sì, sono serio.» Grace si tirò sedere e appoggiò la schiena alla testiera imbottita. Gli venne da pensare che era la tentazione fatta persona. Il suoi capelli, liberi sulle spalle in dolci onde, brillavano di riflessi biondi. La sua era una bellezza classica, ma con le labbra socchiuse e il naso un po’ arrossato dal pianto c’era in lei un che di vulnerabilità. Si sforzò di non fissare la scollatura della sua camicia da notte o quello che gli poteva rivelare. «Voglio sapere delle tue cicatrici» gli disse lei, brutale. Smith dovette fare uno sforzo fisico per non sobbalzare. Merda. Non era quello che aveva avuto in mente. Era stato pronto a darle un piccolo assaggio di quanto era difficile essere al comando di un plotone in battaglia. Magari raccontarle un piccolo aneddoto di guerra con un bel finale, tipo quando aveva salvato un vecchio e la sua famiglia. E l’intolleranza al lattosio non rappresentava qualcosa che potesse mettere sul piatto della bilancia. Ma le cicatrici? Non aveva mai parlato a nessuno di quelle, neppure a Tiny o Eddie. Non tutte le ferite che gli erano state inflitte appartenevano alla sua vita adulta.”

 

Grace aprì le porte e uscì sotto il portico del secondo piano, che correva tutto intorno alla casa. Al di sotto, oltre i giardini e il prato, l’oceano si abbatteva e si ritirava sulla spiaggia. Era un suono che Grace associava a quella casa, alla sua stanza. A un tempo felice. Quando udì dei passi dietro di lei, si irrigidì. «Vorrei solo che non fossi così bella…» Grace si voltò. «Jack!»Grace rise forte e gettò le braccia al collo dell’amico. Si stava staccando da lui, con un largo sorriso sul volto, quando colse l’espressione di Smith, che li guardava entrambi dal corridoio, con gli occhi stretti in due fessure. «Ehm, John» disse facendo un passo e tornando in camera. «Voglio presentarti un mio vecchio amico, Jack Walker.» Jack sorrise in direzione della porta, ma poi sollevò un sopracciglio. «Be’, questo è un piacere. Come va, straniero?» La tensione crebbe ancora quando Smith entrò nella stanza dal corridoio e i due uomini si strinsero la mano. Mentre si squadravano l’un l’altro, Grace ricordò della serata al Congress e si domandò che cosa avesse creato attrito tra i due. «Dov’è Blair?» chiese sperando di dissipare un po’ del testosterone nell’aria. Ma se quello era il suo scopo, probabilmente avrebbe ottenuto migliori risultati proponendo a tutti e due manicure e pedicure. Jack la guardò. «Blair si è rotta un molare e aveva bisogno di una devitalizzazione. È rimasta a casa per fare amicizia col suo odontoiatra e una gran quantità di Novocaina. Verrà qui, sotto l’effetto del Motrin, domani, non so bene quando.» Grace fece una smorfia. «Mi dispiace.» «E Ranulf?» «Non c’è. Impegni.» Quelle parole le uscirono in fretta dalla bocca. «È molto preso. È in Europa. Molto impegnato.» Oh, quello sembrava credibile, pensò, ricordando con una certa ironia che c’era stato un tempo in cui riusciva anche ad articolare un discorso. Jack le strizzò l’occhio e le mise un braccio intorno alle spalle con nonchalance. «È perfetto. Occhio non vede, cuore non duole.» Grace guardò Smith mentre uscivano dalla stanza. Sarebbe stato un week–end incredibilmente lungo, pensò.

 

«Sembravi sorpresa che fossi io alla porta. Aspettavi qualcun altro?» Lei corrugò la fronte. «No.» «Ne sei sicura?» «Chi intendi? Jack?» «Sembra proprio il tipo di uomo da fare il giocoliere con due donne allo stesso tempo. Probabilmente è anche discreto. Ottima scelta, se stai cercando un’avventura.» Grace si strinse i risvolti della vestaglia sotto la gola. «Non sto cercando un’avventura.» «Ne sei certa, contessa?» Gli brillavano gli occhi mentre la guardava e lei si sentiva confusa ma anche attratta da quel cambiamento in lui. Emanava energia sessuale come onde di calore. «John?» mormorò, consapevole che quello fosse una specie di invito. Lui scosse la testa, anche se Grace non fu sicura che fosse per rifiutarla o perché era deluso. «Sei maledettamente bella» le disse, gli occhi che si muovevano sul suo viso, giù per il suo collo, su tutto il suo corpo. «Quasi ti odio per questo.» «Io non voglio che mi odi.» «Già, be’, sarebbe più facile da gestire piuttosto che quello che provo adesso.» «Che cosa provi?» gli chiese quasi senza fiato. «Ti vorrei nuda e sotto di me.» Involontariamente, Grace fece un passo avanti e lui, confuso da quel movimento, la prese tra le braccia. Le chiuse le labbra con le sue in un bacio che era esigente e pieno di richieste. Schiudendo la bocca, accettandolo dentro di sé, Grace emise un gemito. Era questo ciò che aveva desiderato tanto a lungo, sin dalla notte in cui avevano quasi fatto l’amore. E quella notte, lei non si sarebbe tirata indietro.

 

Smith uscì dalla doccia pensando che era un vero peccato che non l’avesse fatta con Grace. Anche se avevano fatto l’amore tre volte durante il corso della notte, ne voleva ancora. Non riusciva a credere di aver pensato che una notte sola con lei gli sarebbe bastata. Avrebbe avuto bisogno di mesi, forse anche di anni.Era una tragedia che non avessero tutto quel tempo.Svegliarsi al suo fianco era stata un’altra rivelazione. Dopo anni in cui aveva lasciato le donne non appena era riuscito a rimettersi i pantaloni, raggomitolato accanto a Grace non aveva avuto alcun interesse a trovarsi da qualsiasi altra parte. L’aveva guardata dormire, avvinto dal modo in cui le sue ciglia si posavano sulla guancia, dalle sue labbra leggermente aperte, dai suoi capelli sparpagliati sul cuscino.Smith gettò via l’asciugamano, si mise dei vestiti e aspettò che lei uscisse dallo spogliatoio. Quando non lo fece, guardò il letto, perdendosi per un attimo nel ricordo di ciò che lei gli aveva fatto nella notte. Grace aveva acquistato fiducia in sé ed era diventata più disinvolta, sfrontata, esigente… creativa. Smith iniziò a sentirsi eccitato.Il giorno dopo avrebbe fatto la doccia con lei, questo era certo.Smith stava uscendo dalla stanza per cercarla in cucina quando vide gli anelli del conte sul cassettone. Prese quello di fidanzamento. Era pesante, la pietra di uno splendido blu, i diamanti sui lati che brillavano come infuocati.Che razza di anello avrebbe potuto darle lui? Non avrebbe avuto niente a che vedere con i carati e carati di quello zaffiro. Sarebbe stato semplice. Una fascetta, forse…Scosse la testa. Non avrebbe comprato anelli per nessuno.E di certo non per lei.Era un ex teppistello cresciuto in riformatorio, ex militare e spia. Sicuro come l’oro non era la persona adatta a diventare il secondo marito di Grace Woodward Hall, conosciuta anche come la ex contessa von Sharone.Punto. Fine della storia.

 

«Non hai idea di come sia stato quando eri scomparsa.» Lei sollevò le braccia.«Mi dispiace. Ti ho detto che mi dispiace.» Strinse le mani in pugni. «E sono tornata.» Lui la interruppe. «Mi sono già trovato di fronte alla morte, Grace. E immaginare la tua mi ha fatto arrivare alle lacrime per la prima volta in trent’anni.» Lei chiuse la bocca, stupefatta. «Non so cosa avrei fatto,» le disse con dura enfasi «se ti fosse successo qualcosa. Le mie più profonde paure mi dicono che ti devo lasciare sotto la protezione di qualcun altro. E che non devo più rivederti.» D’impulso, lei cercò di prendergli le mani. «No, ti sbagli. Se t’importa così tanto di me, non dovresti andartene.» «Grace, non illuderti. Quelle tre donne che sono state uccise non sono state abbastanza caute. Devi essere spietata per quanto riguarda la tua incolumità, spietata tanto quanto quell’uomo che taglia la gola alle tue amiche. Tu non mi vuoi per controllarti e non mi vuoi attorno a te nella tua vita. Credimi.» «E allora lascia che Tiny o chiunque altro venga. Ma questo non significa che tu te ne debba andare. Possiamo avere un futuro, insieme.» Lui scosse la testa. «Un taglio netto è la cosa migliore.»Lei lasciò ricadere le braccia e si voltò, sentendo che non c’era più modo di negoziare. John se ne stava andando e non c’era niente che lei potesse fare. All’improvviso, una sorta di intorpidimento calò su di lei, alleviando un po’ il dolore. «Non voglio Tiny» disse. «Non voglio lui.»Perché non farà altro che ricordarmi te, pensò.

 

Smith corrugò la fronte. «Di quello parleremo dopo.» «Non c’è un dopo per noi.» «Sì che c’è.» Le si avvicinò e la indusse a voltarsi. «Non ho idea di come faremo a far funzionare le cose, ma non posso lasciarti. Allontanarmi da te questo pomeriggio mi è sembrato sbagliato, come se stessi lasciando indietro una parte di me stesso. Non voglio stare senza di te. Non so se posso… vivere senza di te.» Gli occhi di Grace erano sospettosi. «E che mi dici della Black Watch? Del tuo passato?» «Come ti ho detto, ci lavoreremo insieme.» «Oh, davvero?» Lei si scostò. «Ti preoccupava molto prima. Cos’è cambiato?» John scosse il capo. «Niente. Tutto.» «Ora, questa sì che è una risposta.» Gli fece un sorriso triste. «A dire il vero, era proprio quello che volevo sentirmi dire prima.» Lui la guardò accigliato. «Grace, io…» La voce di lei era stanca quando lo interruppe. «Mi dispiace John. Ma non penso che ci sia niente che tu possa dire in grado di convincermi che tutti i problemi che vedevi tra noi siano scomparsi.» «Che ne dici di questo.» John aspettò finché Grace lo guardò negli occhi. «Ti amo.» Lei spalancò gli occhi e la bocca si aprì leggermente. «Ti amo. E non voglio vivere senza di te.» Fece una pausa. «Non ti dirò di aver saputo gestire bene la cosa. Ma ti prometto di migliorare col tempo. E sono addestrabile. È così che ce l’ho fatta nell’esercito.»

 

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baby.ladykira

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Admin Founder del gruppo ROMANTICAMENTE FANTASY SITO

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