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Una Serata al Cinema: “Tolo Tolo” di Checco Zalone

Tolo Tolo

Titolo: Tolo Tolo

Lingua originale: italiano

Anno: 2019

Data di uscita: 1° gennaio 2020

Genere: commedia

Regia: Luca Medici/Checco Zalone

Casa di produzione: Medusa Film, Taodue

Dopo il fallimento del “Murgia e Sushi”, il sognatore incallito Checco decide di emigrare verso lidi migliori lasciando la sua famiglia immersa nei debiti. Così, arriva in Africa dove trova lavoro come cameriere in un villaggio turistico. La vita procede alla grande, fino a quando alcuni attacchi terroristici portano scompiglio e lo costringono a scappare: ha inizio il “grande viaggio” di Checco accompagnato dal suo amico e collega Oumar, dalla bella Idjiba e da Doudou, un bimbo molto vispo e coraggioso. Naturalmente, dove c’è Checco ci sono pure i guai: sarà un viaggio pieno di (dis)avventure…

Un nome, una garanzia? Questa volta mi permetto di dissentire.

In Tolo Tolo, Checco incarna un uomo arrogante, superficiale e ignorante in maniera disarmante. Tutto ciò sembra giustificare la satira nei confronti dei temi, molto forti, proposti: razzismo, immigrazione, terrorismo, evasione fiscale.

Siamo abituati a un Checco già avvezzo a tematiche spinose quali: terrorismo, diversità culturale (Che bella giornata) e omosessualità (Cado dalle nubi). Tolo Tolo rappresenta invece la volontà di sperimentare e osare di più, forse troppo… vediamo perché.

Il film è definibile come un ibrido tra comicità nell’inconfondibile stile zaloniano e serietà per l’importanza dei temi trattati. Elementi positivi sono, come già accennato, la sperimentazione, ma anche il confronto con eventi storici del passato e i messaggi di umanità all’interno della vicenda.

Ad esempio quando le cose si mettono male, al nostro protagonista “sale, letteralmente, il fascismo”: nella mente di Checco riecheggiano alcune parole dai discorsi di Mussolini e questa sorta di immedesimazione viene vista come una “malattia che si sconfigge solo con l’amore”. Un bel messaggio, ma forse troppo semplicistico…

Sembra paradossale, ma Checco non è così radicale: fascismo a parte, si innamora di un’avvenente donna africana, ha per amico il suo collega Oumar e si affeziona particolarmente a Doudou e, nonostante si rivolga al bimbo con frasi come: “qua la zampa…”, si preoccupa per lui, dimostrando di possedere un briciolo di umanità. Infine, si ritroverà pure a combattere per i diritti dei migranti, dopo esserlo diventato lui stesso.

Durante il viaggio della speranza dei nostri personaggi, non mancano equivoci e guai provocati, come al solito, da Checco (episodi nel complesso divertenti). Una cosa che però mi ha infastidito è l’inserimento di alcune parti “drama” che sembravano “tanto per… perché ci sta”.

Il tradimento, totalmente a caso, di Oumar, la storia di Idjiba come ex-militare di una sorta di “esercito della ribellione” e quella del bimbo appena accennate, che ai fini della trama servivano solo come espediente per sfuggire dalla condizione di ostaggi e forse per aggiungere un pizzico di girl power e per dare un lieto fine a Doudou, li ho trovati mal integrati nella storia. Ovviamente, in soli 90 minuti  di film, non era possibile sviluppare sottotrame, ma mi ha lasciata un po’ allibita questo atteggiamento un po’ “speedy” e superficiale (forse perché il fulcro del film è un altro, ma io parlo di sensazioni…).

I due aspetti che lasciano maggiormente di stucco sono il finale e il rapporto tra trailer e il film stesso. Andiamo con ordine.

Per quanto riguarda il primo, tocca davvero il picco dell’assurdità: dopo aver riunito il bimbo e suo padre, in lontananza si scorge Idjiba vestita da sposa che dal mare sbarca sul suolo italiano. È tornata dal suo Checco rinunciando alla vita nel suo Paese d’origine… Il tutto non è altro che una scena ripresa dalle telecamere: un film dentro un film! Nonostante abbia apprezzato il “sano trash” del ritorno della donna, non ho ben compreso l’utilità di questo coup de théâtre. Non è tutto: il film si conclude con una canzone cantata dal protagonista che cerca di spiegare come mai alcuni bambini nascono più fortunati e altri no. Da una parte è divertente, ma dall’altra mi ha lasciata un po’ stranita: cosa c’entra? Perché? A proposito di canzoni, ho apprezzato invece gli intermezzi canori dei personaggi africani.

La genialità di Luca Medici è indiscussa: possiede l’acume e la cultura necessari per fare satira. Tuttavia, in questo caso, è come se avesse voluto “strafare”: ha tirato in ballo tanti, forse troppi, temi di un certo spessore molto difficili da sviluppare. In particolare, non ho gradito le battute sul terrorismo, che oserei definire di pessimo gusto. Certo, la satira non deve essere morbida, ma ritengo che un limite ci debba sempre essere.

Passiamo infine al trailer. Sostanzialmente, la scena-canzone della pubblicità non ha niente a che vedere con il film: ci aspettiamo una cosa e ce ne ritroviamo un’altra! Neanche il ragazzo di colore che “duetta” con Checco è tanto presente nella vicenda, se non per qualche scambio di battute. Anche qui si sottolinea l’elemento spiazzante e di novità. L’ho interpretata come una specie di provocazione nei confronti del pubblico: voi vi aspettate una determinata cosa? E mo’ io vi frego! Ingegnoso, direi.

Nel complesso, c’è molto da discutere e su cui riflettere: dietro ogni battuta e allusione si cela un mondo. Sebbene ci siano elementi buoni, non credo che l’esperimento sia completamente riuscito. Ad ogni modo, che sia positivamente o negativamente, il nostro Checco ci ha stupiti e credo che il suo scopo fosse proprio questo.

Magari, è necessario vederlo una seconda volta per riuscire a capirlo meglio e apprezzarlo di più, ma per ora a livello di sensazioni non mi ha pienamente soddisfatto…  sono però fiduciosa per il futuro.

 

Fulvia Elia

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