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“Un nero sorso di Vita” di Katrin WonderKat

UN NERO SORSO DI VITA

Il vento di ottobre era una carezza, dolce e fredda. Sui marciapiedi pochi colori, voci basse, qualcuno che camminava piano: il momento perfetto in cui perdersi. Su quel palcoscenico era lei la Signora: il rumore deciso dei tacchi sul selciato, il passo spedito come a vent’anni, la testa alta, la schiena diritta e due occhi grandi e scuri. Occhi profondi, pericolosi, potevano attirare un uomo come il canto delle sirene e poi lasciarlo annegare nel tormento. Mille passi alla meta, mille passi per l’accesso al suo piccolo spazio prezioso. Mille passi. Quelli che la separavano dalla soglia del caffè più rinomato della città, uno dei più noti al mondo. Entrava nel suo angolo privato sempre quindici minuti dopo l’apertura e, prima di sedersi ai piedi della Lucianella di Vincenzo Caprile, si girava a guardare oltre il marmo verde del bancone. Spesso trovava ad accoglierla un sorriso indifeso e allora la giornata iniziava bene, con lo splendore della giovinezza e l’inganno della speranza.

«Buongiorno, signora. Sempre il solito?»

«Buongiorno Michele. Sì, grazie. Me lo porti al tavolo?»

«Certamente. Un minuto e sono da voi.»

Poche frasi, sempre uguali. Quella rassicurante litania di un giorno qualunque le regalava serenità; mai troppa però, solo un assaggio, ché lei alla troppa serenità non ci avrebbe mai creduto. Avrebbe subito capito che era uno scherzo, un tranello o merce di scambio per altre delusioni. La cosa più insidiosa e terribile a cui potesse pensare, perché ormai nella sua vita le delusioni erano merce rara, perciò quando arrivavano non facevano prigionieri.

«Ecco il caffè. Amaro, come lo chiedete sempre, e questa è la sfogliatella calda.»

«Grazie, Michele, sei tanto gentile.»

«Figuratevi. Siete così bella che guardarvi è un piacere per gli occhi, da vicino poi siete ancora meglio.»

Il sorriso che riusciva a strapparle non durava mai più di un secondo, un’effimera scintilla di piacere che ancora si permetteva di provare. «Non dire sciocchezze. Potrei essere tua madre.» Ma il richiamo di una voce maschile stroncava ogni parola, così la risposta di Michele non arrivava mai. «Adesso torna dietro al bancone, altrimenti ti rimproverano.»

Poi il sipario si alzava. Una tazzina decorata con fiori e colori dal sapore antico compariva davanti a lei, spiccando sullo scenario color crema della tovaglia, mentre le invisibili volute dell’aroma si innalzavano sottili, arrivando a scaldare quel nocciolo nascosto così bene nell’angolo più buio della sua anima. Dalle quinte della memoria i ricordi uscivano impetuosi, come attori avidi davanti al pubblico, strappandole qualche fremito dalle labbra o un’ombra nello sguardo.

Giuliano la portava sempre lì a bere il caffè, nei pomeriggi d’estate, nelle mattine dei giorni di festa e ogni volta che voleva respirare la bellezza. «Il caffè è la mia pausa dai doveri della vita e quando lo bevo voglio sedermi in mezzo alle opere d’arte, circondato dalla storia di Napoli, insieme a mia moglie. Guardati intorno, sei più bella pure delle donne dipinte dai grandi pittori e ogni volta che ti guardo i miei occhi sorridono. Sono fortunato perché ti guardo e vedo la bellezza tutti i giorni e, quando sento questo profumo, la posso respirare.» Poi faceva un respiro lungo, catturando tutta l’aria fragrante di caffè, e le sorrideva come un bambino.

Era stato un buon marito, fedele e onesto, con una vita senza eccessi, forse perché il suo difetto alla gamba sinistra che lo faceva zoppicare vistosamente non gli aveva permesso di essere diverso. Un regalo della meningite, insieme a un grave danno dell’udito che lui aveva saputo compensare con la mirabile acuità della vista. Non poteva sentire tutto, però sapeva guardare il mondo minuziosamente e catturare la sfumatura delle cose. Quando era nata Elena e l’aveva vista per la prima volta, le sue parole erano state di meraviglia: «Questa sì che è un’opera d’arte.» L’unica obiezione che aveva fatto era stata per la scelta del nome della loro unica figlia. «Non la possiamo chiamare Teresa, come mia mamma?»

Ma lei era stata irremovibile. «No. Nostra figlia si chiamerà Elena, come quella che si sapeva girare sulle dita gli uomini più potenti del suo tempo, tanto che per lei hanno fatto anche una guerra.»

«Ma tu stai parlando di Elena di Troia?»

«Sì. Lei si chiamerà Elena, per non dover mai essere una troia.»

Alla fine l’aveva avuta vinta, come tutte le piccole battaglie della vita senza troppa importanza. Loro due, per le cose serie, di battaglie non ne facevano mai. Lui avvocato di grande prestigio, figlio di un giudice della Cassazione, attico di proprietà a via Chiaia, rispettabile e ricco, poco attraente e senza troppe pretese di sentimenti profondi. Certo, avrebbe voluto che sua moglie lo amasse, ma era un uomo troppo pragmatico e intelligente per aspettarselo davvero. Così si era accontentato di averla al suo fianco gentile e bellissima, impeccabile in pubblico, presente e amorevole nelle mura di casa ma distante anni luce dietro la porta della camera da letto.

Quando l’infarto lo aveva stroncato a sessant’anni, era riuscito a dirle: «Sei stata la cosa più bella che abbia visto nella mia vita.»

Intanto il calore della tazzina le avvolgeva le dita e quel sorso bollente, nero e amaro, era la sua perfetta corrispondenza. Prima di gustarlo si lavava sempre la bocca, due sorsi d’acqua servita insieme al caffè, per preparare il palato al gusto e al piacere, spazzando via ogni contaminazione. Poi il liquido circondava la lingua, inondava la gola e, mentre scendeva morbido, le regalava il suo momento di pace. Un momento di solitudine, senza tempo e senza programmi, solo pensieri. Liberi, lontani, dolorosi, tutti suoi. Alla fine affondava i denti nella pastafrolla che cedeva inerme e si gustava la morbidezza del ripieno, ma quella dolcezza non era per quelli come lei e allora ordinava un altro caffè. Questo però lo andava a prendere al banco, perché intanto il bar era diventato affollato e caotico. Le voci si erano moltiplicate, alcune persone si muovevano velocemente, altre con indolenza, ognuno portava il suo bagaglio di tempo e progetti, ma per quanto gli odori si mescolassero non riuscivano mai a sopraffare il profumo inconfondibile, che aveva impregnato il legno, i tessuti, la pelle e la mente.

E proprio allora, mentre aspettava il secondo caffè, ritornava quell’immagine. I capelli ricci e neri, come gli occhi che non avevano mai fine, le mani grandi, i muscoli forti. Lei se li ricordava ancora bene perché vi si era aggrappata tante volte. Lo aveva circondato con le braccia mentre la portava in giro per le mille strade della città, su un motorino più vecchio delle vie che percorrevano, ma a quel tempo le era sembrata la carrozza di una principessa. Allora sì che voleva la dolcezza. La cercava, la bramava, la inseguiva e con lui la trovava sempre. Sebastiano la inventava con i baci e le carezze, la costruiva con le promesse e poi gliela regalava fra le risate e le parole sussurrate nelle sere d’estate. Anche lei gli aveva regalato qualcosa. La sua innocenza, la purezza dei suoi quattordici anni, le sue speranze e il desiderio di essere felice. Gli aveva donato tutto con devozione e fiducia, con la certezza che l’amore, se è così vero e profondo, non può morire mai. Era stato l’unico uomo che avesse mai amato, anche quando la rabbia e l’impazienza le offuscavano la mente e la gelosia strappava la razionalità in brandelli, anche quando nel suo cuore si era insinuato il sospetto che i suoi sogni si sarebbero infranti. Anche dopo che quel sospetto era diventato certezza.

«Tua mamma non mi sopporta.»

«Ma che dici? E poi ci devo stare io con te, mica lei.»

«Sì, però in fondo ha ragione. Devo cercare un lavoro, devo pensare a noi, altrimenti non possiamo sistemarci.»

«Vedrai che qualcosa troviamo.»

«E cosa posso fare se resto qui? Il manovale? L’imbianchino come mio padre? No. Io devo trovare qualcosa che ci faccia stare bene, che ci possa dare stabilità e sicurezza. Io voglio trattarti come una regina, non voglio farti mancare niente.»

«Non mi manca niente, se stiamo insieme.»

«Eh, già. Lo dici adesso che siamo giovani, che abbiamo i sogni e le speranze, ma quando saremo noi due e la realtà che ci sta stretta, con la voglia di scappare e i dubbi delle scelte che abbiamo fatto, cosa farai?»

«Che cosa mi stai dicendo, Sebastiano? Mi vuoi lasciare?»

«Non pensarlo mai. Mi sto solo preoccupando del nostro futuro, ma se resto ancora fermo tra questi vicoli non riesco a vederlo.»

Allora lei aveva chinato il capo sull’asfalto consumato dalla pioggia, per nascondere le lacrime, ma lui aveva trovato le parole per tenerla ancora stretta a sé. «Devo pensare a noi ed è quello che farò, ma tu non dimenticare mai che ti amo. Io senza di te non vivo.»

Invece poi aveva vissuto. A vent’anni era partito per una città lontana dove si diceva che abbondassero la fortuna e le opportunità, aveva seguito suo zio ed era andato a prendersi il suo destino. Lei però era rimasta tra i vicoli lunghi e stretti, illuminati a malapena dal sole che si faceva strada ad ogni costo tra le lenzuola stese, insieme a sua madre che diventava ogni giorno più piccola e stanca. La casa in cui vivevano era minuscola, il letto matrimoniale in cui dormivano entrambe occupava quasi tutta la stanza e si intravedeva dietro la tenda che faceva da divisorio con l’angolo cottura. Aveva finto di non sapere che cosa succedeva in quella stanza e sul quel letto, mentre era a scuola. Ricordava chiaramente quando ritornava a casa ed era lei stessa a preparare il pranzo, mentre sua madre, Maria, cambiava le lenzuola e faceva entrare l’aria, lasciando aperta l’unica finestra e la porta che si affacciava sulla strada. A volte però il letto rimaneva sfatto, Maria lo accomodava senza troppo impegno, prima di dirle: «Oggi pomeriggio vai da Assunta.»

«Mamma, ma devo studiare.»

«Portati i libri e studia da lei.»

«Ma i bambini litigano di continuo e lei ha sempre qualche cliente che deve fare la prova vestito. Non capirò niente.»

«È solo per un paio d’ore, non mi sembra una tragedia e poi non capisco questo amore per lo studio. Non hai ancora capito che per gente come noi studiare non serve a niente? Sarebbe meglio che imparassi un mestiere. Quello ti sarà sicuramente utile.»

In quel tempo trascorso dalla sua vicina aveva fatto i compiti, preparato l’esame di terza media, le interrogazioni delle superiori e la maturità, ma aveva imparato anche a cucire, rammendare e prendere le misure del corpo femminile per confezionare abiti su misura. Poi, però, era cresciuta e non aveva più potuto fingere di non vedere gli uomini che uscivano da casa sua, strisciando lungo il muro di pietra per non farsi notare, come ladri che scappano dopo aver commesso il loro crimine. Perché quegli uomini qualcosa rubavano davvero. A Maria rubavano la dignità e le speranze di una madre di dare a sua figlia un futuro; a lei rubavano la reputazione e l’orgoglio, quando si obbligava ad ignorare le piccole e affilate risate di scherno dei suoi coetanei, lasciandole cadere alle sue spalle, che rimanevano diritte e rigide come una lastra di vetro. E intanto dentro di lei metteva radici un piccolo nucleo nero, che nutriva con la rabbia e l’ostinazione a voler cambiare le cose, con la furia che l’accecava ogni volta che rientrava in casa e sua madre distoglieva lo sguardo per non mostrarle la vergogna di quello che era. Un giorno Assunta non era in casa e lei aveva camminato tanto fino a piazza Cavour, proseguendo per via Foria e Via Duomo. Era passata da San Domenico Maggiore e Piazza Bellini, poi per via Costantinopoli fino a risalire alla Sanità, ma quando era arrivata nei pressi di casa sua aveva capito che il giro non era stato abbastanza lungo. Sulla soglia aveva incrociato lo sguardo di un uomo sulla quarantina, non attraente però distinto e ben vestito. Sua madre gli stava aprendo la porta, mentre lui non staccava gli occhi da lei. Maria gli parlava ma lui non l’ascoltava, fino a che fu costretta a strattonargli la manica della giacca per farsi sentire. Lei rimase ferma nell’incertezza, ma poi sua madre le fece segno di avvicinarsi e lui le parlò. «Buongiorno. Non sapevo che Maria avesse una figlia così bella. Sono molto lieto di fare la sua conoscenza». La voce era calda e gentile, come gli occhi che le sorridevano, le dita erano spoglie, senza alcuna ombra di un legame coniugale. Fu per questo che lei allungò la mano e lasciò che lui la portasse alle labbra, come se fossero una dama e un cavaliere d’altri tempi. Quando si voltò per andarsene, lo vide zoppicare. Era la prima volta che incontrava suo marito.

Il secondo caffè aveva sempre un gusto più intenso. La dolcezza della sfogliatella, che le era rimasta sulla lingua, amplificava l’amaro della miscela ed era lì che si ritrovava con sé stessa. Lo sorbiva con più lentezza, lasciando che l’essenza del liquido nero si fondesse con lo stesso colore della sua anima. Amaro come quel caffè era il sapore dei ricordi, ancor di più lo era il sorriso che le piegava le labbra mentre derideva se stessa. Giuliano non era mai più andato da sua madre e, dopo due anni di corteggiamento, lei aveva accettato di diventare sua moglie. Quel matrimonio le era costato tutte le lacrime che aveva, le aveva chiesto come pegno il suo cuore e il suo sorriso, e lei aveva ceduto tutto perché aveva perso ogni speranza e sapeva che ormai non ne avrebbe avuta altra. Aveva indossato il vestito bianco tre mesi dopo aver saputo che Sebastiano era andato a convivere con la sua compagna, una donna alta e bionda, le avevano detto, figlia dell’imprenditore proprietario della ditta di costruzioni per cui lavorava. Adesso abitava in una villa con giardino e forse si sarebbe sposato, chissà. In fondo in quelle città così lontane non era necessario legarsi davanti a Dio per costruirsi una famiglia, lo sapevano tutti. Così era entrata lentamente nella piccola chiesa di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, in vico Tre Re a Toledo, percorrendo la breve navata a testa alta e con il viso asciutto. Della celebrazione non ricordava nulla, nemmeno della cena che avevano consumato con pochi ospiti in un ristorante accarezzato dalla brezza del mare. L’unica cosa che le era rimasta in mente era l’infinita preghiera che aveva rivolto alla Santa per avere un figlio al più presto, per dare un senso alla sua vita e a quel matrimonio. Un figlio che, al contrario di lei, avrebbe avuto anche un padre; un figlio che avrebbe potuto accudire e far crescere con amore e senza vergogna. Quel bambino sarebbe stato il suo riscatto e le avrebbe donato una ragione di vita. A lei che ormai di ragioni non ne aveva. Elena era nata dopo un anno e da allora il tempo aveva iniziato a volare. Aveva fatto in fretta ad abituarsi alla donna di servizio e agli agi della sua nuova casa, le piacevano le vacanze al mare, le cene con i colleghi di suo marito e le rispettive mogli, che la guardavano con benevolenza e finta complicità, perché lei aveva nascosto a loro e a se stessa Maria e il suo passato. Intanto sua figlia cresceva, bella e determinata come lei, gentile e pacata come suo padre, mentre aveva nella testa i sogni dei vent’anni, che aveva deciso di realizzare a Roma, all’Accademia d’Arte Drammatica. Era appena diventata una donna quando Giuliano se n’era andato, lasciando a entrambe quell’attico grande e prezioso, ma senza alcuna entrata a garantire un futuro. Allora lei aveva fatto ciò che aveva giurato davanti a quell’altare, mentre il prete celebrava il rito di un matrimonio di rispetto ma senza amore. Si era fatta carico della felicità della cosa più cara che aveva, rinunciando alla sua che tanto non avrebbe mai avuto. Aveva licenziato la domestica, aveva tirato fuori dall’armadio i suoi vecchi abiti e li aveva ritoccati per indossarli ancora, aveva venduto la casa al mare e aveva messo in pratica gli insegnamenti di Assunta, mentre cuciva e prendeva le misure alle clienti. Aveva compreso che i suoi sforzi non sarebbero stati abbastanza quando, due anni dopo, era arrivata a vendere anche l’ultimo gioiello che le aveva regalato suo marito. Nonostante tutto non aveva mai pensato nemmeno per un attimo di negare a sua figlia la possibilità di costruirsi la vita che sognava, né di rinunciare all’affitto dell’appartamento a Roma, né alle tasse da pagare per farla studiare. Elena sarebbe ritornata a Napoli solo se fosse stata lei stessa a deciderlo, intanto l’avrebbe sostenuta e incoraggiata, perché è questo che fa una madre.

Era estate la prima volta che un uomo entrò in casa sua, ricordava chiaramente di aver acceso il ventilatore in camera da letto perché attraverso le finestre chiuse non entravano né aria né sole. La voce si era sparsa in fretta e in poco tempo e i soldi non erano più stati un problema. Ad ogni mano che la sfiorava, ogni bocca che la baciava, ogni sguardo che la bruciava, perdeva piccoli frammenti d’anima. Il viso si induriva, la voce diventava aspra, il suo corpo le sembrava estraneo. Aveva toccato il fondo quella volta in cui si era vista sulla porta un collega di Giuliano, con cui aveva cenato e conversato tante volte, seduta accanto a sua moglie, in una vita appena passata. Si era irrigidita ma l’aveva fatto entrare, poi lui era tornato ancora. Lì aveva toccato il fondo, ma era risalita, senza illusioni e senza luce negli occhi, senza nemmeno vergogna. A poco a poco aveva compreso sua madre, le spalle curve, la testa china e l’ostinazione di vivere, nonostante tutto. Per anni le era stata lontana, odiando con tutto il cuore quello che faceva. Grazie a suo marito l’aveva sostenuta per permetterle di trascorrere in pace il tempo che le rimaneva, ma alla fine la vita aveva voluto divertirsi e le parti si erano invertite. Quando era andata a trovarla, poco prima che un cancro uterino se la portasse via, Maria le aveva parlato con una durezza che non riusciva a mascherare la commozione negli occhi. «Io so quello che fai.»

Lei l’aveva guardata con tenerezza, tutta quella che c’era voluta per trasformare il suo rancore. Le parole erano uscite con riguardo e delicatezza, le sole cose che potevano nascondere la sua rassegnazione. «E tu non mi hai fatto continuare a studiare, che potevo fare di diverso? Lo sai come vanno queste cose, l’hai fatto anche tu.»

«Hai avuto la fortuna di sposare un uomo per bene, con tanti soldi, che ti ha dato una vita migliore di quella che ho avuto io. Lui ti manteneva e tu dovevi fare solo la signora, però un marito così dovevi tenertelo stretto e non potevi trascurarlo per lavorare.»

La pace per entrambe era arrivata quando lei aveva sfiorato i capelli grigi di sua madre e aveva risposto. «Va bene mamma. Ho capito perché l’hai fatto.» Sì, l’aveva capito ma questo non cambiava la realtà.

Fu in quello stesso giorno, uscendo dalla piccola casa della sua infanzia, che lo aveva incontrato per caso. Aveva riconosciuto i riccioli scuri ora striati d’argento e gli occhi intensi, uguali al caffè che rimane sul fondo della tazzina, quello che nessuno beve perché abbraccia le pareti di porcellana con tenacia e scivola verso il basso, a testimoniare la piccola pausa di vita appena consumata. Quella volta, dopo troppi anni, aveva sentito il cuore che inciampava e aveva distolto lo sguardo per non incontrare quegli occhi. Quella volta si era vergognata di ciò che era diventata. Sebastiano invece l’aveva vista e le aveva sorriso, come se lui fosse ancora l’uomo che le aveva promesso l’amore, come se non fosse trascorsa una vita intera, e quando aveva allungato la mano tentando di salutarla, lei si era allontanata senza eleganza.

«Speravo di incontrarti. Ti trovo bene.»

«Sì, grazie. Anche tu stai bene.»

«Che mi racconti? Ho saputo che ti sei sposata e hai una figlia. Sono felice per te.»

«Mi sono sposata dopo che ho smesso di aspettarti perché tu eri andato a vivere con un’altra donna. Adesso sono vedova e comunque non abito più qui.» Poi aveva commesso uno sbaglio. Aveva alzato la testa e aveva visto il modo in cui la guardava, un attimo prima che l’imbarazzo le chiudesse la gola e le gambe la riportassero a terra. Ci aveva pensato tanto e anche allora ci pensava ancora. Seduta al tavolino del bar, con la tazzina vuota davanti a sé e ancora sulle labbra il sapore del caffè, ricordava quello che aveva visto. Lui l’aveva guardata come se lei fosse ancora sua.

Ma lei non era di nessuno o forse era di tutti. Dopo quel giorno, passando davanti allo specchio si era sempre voltata, per non vedere gli occhi stanchi appoggiati sui cerchi neri e le linee profonde intorno alla bocca, per non disprezzare l’indifferenza dei suoi lineamenti e il sorriso cinico che tiene lontano tutto, anche il dolore. Gli uomini la guardavano ancora, ma lei non si guardava più perché non avrebbe sopportato l’immagine di quello che era diventata o che forse era sempre stata destinata ad essere. Non era importante, si diceva. Quello che conta è Elena, solo lei e la sua felicità. Solo per questo ancora sopravviveva, era questa l’unica cosa che aveva.

Nel momento in cui qualcuno, appena entrato, si avvicinava al bar affollato, era risalita dal pozzo dei suoi pensieri e aveva lanciato un’occhiata alla porta. Nel giro di un istante le sue certezze si erano sgretolate e aveva iniziato a tremare. Il cuore, che batteva furioso contro le costole, era affamato di qualcosa che lei non aveva nemmeno osato immaginare, mentre il suo cervello la esortava con freddezza a non lasciarsi andare, ché quelle come lei non potevano permettersi di sperare. Eppure la speranza era la cosa che più le era mancata, l’unica in grado di renderle ancora sopportabili i giorni e le notti, il solo motivo che poteva consentirle di vedersi di nuovo riflessa in uno specchio. Se avesse iniziato a sperare si sarebbe data un’opportunità, ma quanto le sarebbe costato? Sperare avrebbe significato rischiare un’altra delusione, ma se vi avesse rinunciato avrebbe annientato quello che rimaneva di se stessa.

«Posso sedermi?»

Un piccolo spostamento d’aria e due parole pronunciate in sussurro, che rischiavano di perdersi nel brusio dei clienti che riempivano il locale. Quella voce profonda e avvolgente lei non l’aveva mai dimenticata. Subito era rimasta con gli occhi bassi e aveva visto le mani grandi e abbronzate, le vene in rilievo sul dorso e le dita lunghe, che indicavano la sedia accanto alla sua. Poi si era fatta coraggio e aveva alzato lo sguardo, catturando le cuciture della giacca pregiata e il candore della camicia, fino ad arrivare alla bocca morbida, ai lineamenti decisi e agli occhi di caffè.

«Certamente. Stavo andando via.»

«No, per favore non te ne andare. Ho tante cose da dirti e tante ancora da chiederti. Anche l’altra volta, quando ci siamo incontrati, avrei voluto parlarti ma sei scappata.»

Ecco la sua occasione. L’aveva riconosciuta in quello sguardo che la voleva, nel viso duro che si era addolcito mentre le parlava, nel corpo proteso in avanti, per impedirle di allontanarsi se lei ci avesse provato.

«È passato tanto tempo Sebastiano. Che cosa potremmo dirci adesso?»

Ma il suo cuore, appena ritrovato, sapeva cosa dirgli e, se lei si fosse concessa il lusso di rimanere, avrebbe avuto la certezza che Sebastiano era lì per lei.

«Potremmo parlare di tutto e di niente. Se tu lo volessi potresti anche solo ascoltarmi, mi basterebbe.»

L’aveva visto sedersi accanto a lei con cautela, come per evitare gesti bruschi per non farla muovere, e sempre con lentezza le aveva preso la mano abbandonata al sicuro sulla tovaglia. Questa volta però lei non si era allontanata. Aveva intrecciato le dita piccole e pallide a quelle più scure e forti di lui, mentre con un profondo sospiro il petto si allargava e il suo cuore si liberava. Quando aveva mosso gli occhi nei suoi, era riuscita perfino a regalargli un nuovo sorriso.

«E adesso?»

Lui aveva risposto con la voce che un po’ gli tremava. «E adesso, intanto, ci prendiamo un caffè.»

“Un nero sorso di Vita” di Katrin WonderKat
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baby.ladykira

Oltre ad essere l' Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^
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