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Rubrica Musica: “Intervista a Roberto Schiano”

 

Benvenute mie care Fenici alla nostra nuova rubrica dedicata al settore musicale.

Oggi non parleremo del solito cantante emergente, o di una qualche ben nota icona del panorama internazionale. Quest’oggi avremo il piacere di conversare con un notevole musicista jazz, tutto made in Italy, che nel corso degli anni ha sviluppato un modo tutto suo di fare musica, arrivando a concepire un nuovo livello di composizione che vede tratti pop, rock e jazz, miscelati insieme in un’unica armonia piena di verve con un sound denso e frizzante, mai banale e sempre sopra le righe. Un nuovo tipo di musica che, a detta stessa del suo creatore, non ha ancora una propria nicchia nel nostro paese. Ma non tergiversiamo e lasciamo spazio al nostro ospite: Roberto Schiano.

 

“Roberto, ti ringrazio per averci concesso quest’intervista”.

Roberto: “Sono un po’ preoccupato Francesca, che domande volevi farmi?”

“Tranquillo, niente di che, vogliamo soltanto conoscerti un po’ meglio. Cominciamo?”

Roberto: “Okay”.

“Quand’è nata la tua passione per la musica?”

Roberto: “La mia passione per la musica è nata da giovanissimo. Incominciai a suonare il trombone nella banda, a Napoli. Io e i miei amici, ci vedevamo il pomeriggio per suonare insieme. Da subito ho visto che nella musica c’era il mio futuro. La musica classica però non aveva molti sbocchi per uno strumento come il trombone, perciò m’indirizzai nella musica leggera. Al Conservatorio fui fortunato, perché trovai un professore che m’incoraggiò. All’epoca il jazz era visto più come una musica da piano bar; oggi è tutto diverso, i Conservatori si reggono su musiche moderne.”

 

“Qual è il ricordo che ti è più caro, legato al tuo percorso musicale?”

Roberto: “Un ricordo caro, non saprei, forse durante il Conservatorio, quando suonavo con diversi gruppi. Pino Daniele aveva fatto un’etichetta chiamata Bagaria, che comprendeva tante band tra cui Little Italy; abbiamo fatto anche un film intitolato Blues Metropolitano, nell’83/84. Io era l’unico a Napoli che suonava il trombone, con una musica che non era classica. Ho sempre fatto musica strumentale andando dal rock al blues, risentendo delle influenze delle persone con le quali entravo in contatto.

“Tu hai dimestichezza con diversi strumenti, qual è quello che preferisci?”

Roberto: “Io suono solo il trombone, gli altri più che altro li strimpello”.

“Parlaci della tua musica”.

Roberto: “Sono sempre stato lungimirante con la mia musica, sempre un po’ più avanti rispetto al momento storico. La mia musica in realtà non c’è, non è collocabile in un settore già esistente, perché ho sempre fatto dei pezzi che non sono ne jazz, ne pop… erano un po’ un insieme di diversi generi, nati da esperienze e da collaborazioni. La mia formazione jazz, è nata un po’ dalla frequentazione di locali e dalla vicinanza di persone che hanno determinato la mia crescita, il mio sound, come De Simone, che faceva pezzi egli stesso con molta contaminazione. Di conseguenza risentendo della sua influenza, mi veniva spontaneo avere uno stile molto eterogeneo. Rimaneva difficile quindi trovare dei gruppi specifici dove collocarmi. In Italia manca lo spazio per la musica originale, per questo alla fine ritornavo sempre a fare collaborazioni. I miei progetti, in realtà non hanno mai trovato terreno fertile; erano basati più che altro sulla sperimentazione, sulla raccolta di suoni, di stili, di combinazioni e quindi non funzionavano.”

 

“La tua storia ti vede accanto a nomi prestigiosi. Chi di loro ti ha dato di più durante un’esibizione?”

Roberto: “Difficile da dire. Sicuramente De Simone mi ha lasciato molto. Dava del lei a tutti e mi chiamava scherzosamente Trombone, dicendomi, Trombone, che ne pensa se facciamo quel passaggio così. ci riesce a farmi quel pezzo in questo modo. Mi hanno dato tutti tanto, ci sono stati tour con Biondi, Bennato, Senese, Baglioni. Molti musicisti, compagni di viaggio. Con la band di Biondi ci siamo trovati così bene, che finita la collaborazione con lui abbiamo deciso di continuare a suonare insieme facendo esibizioni in locali e apparizioni. Ultimamente è uscito un nostro CD, Dirty Six. Nel disco il pezzo che preferisco è Flying Horses. Facciamo più che altro musica strumentale. Non è un jazz collocabile, è molto più aperto, molto più moderno.”

“Hai mai avuto a che fare con un agente musicale?”

Roberto: ”Io personalmente no, gli agenti musicali ci sono quando c’è business, quando c’è un personaggio di rilievo come per esempio Alessandra Amororso. Devono gestire il loro tempo e in quel caso si tratta di nomi di richiamo. Ma nel caso di musicisti o artisti di piccolo o medio calibro, è difficile vederne in giro. Nel caso del jazz poi, non li vedi, deve trattarsi di un personaggio di particolare rilievo. Nel panorama musicale italiano è difficile comunque realizzare qualcosa. Portare avanti i propri progetti è complicato, non ci sono molti sbocchi per la musica leggera. Per la musica classica ancora c’è qualcosa, come per esempio per i violinisti, che ancora possono trovare qualcosa simile a un posto fisso, forse per la lirica, ma per il resto, i giovani sono costretti a sperimentare il panorama internazionale, più aperto alle novità. Lo stato mette a disposizione, poi, fondi per il cinema, per il teatro, per la lirica, ma per la musica leggera non c’è niente. Se ti rimbocchi le maniche ancora qualcosa puoi fare, ma è molto difficile e poi devi fare i conti con la vita di tutti i giorni, con la famiglia e allora ti ritrovi a fare delle scelte.”

“Registrare un pezzo proprio è una grande emozione. Qual è il percorso che un musicista deve fare, per raggiungere quel risultato?”

Roberto: “Registrare un pezzo è molto importante e al giorno d’oggi è sicuramente più semplice. Basta un PC, una scheda e via. Ascoltare la musica che si produce, fa crescere; la sperimentazione ti aiuta a evolvere. Chissà quanti progetti originali ci saranno in giro, nascosti agli occhi di tutti. Ho lavorato con Daniele Seta che fa dei dischi incredibili, anche assurdi. Un artista molto stimato, che ha ottenuto diversi riconoscimenti. Diceva sempre che l’importante è fare musica, bella o brutta che sia. La musica è espressione, un modo per rappresentare se stesso dall’emulazione all’evoluzione.”

“Secondo la tua esperienza, qual è l’alchimia che rende grande un gruppo?”

Roberto: “Ciò che rende grande un gruppo… non so perché, ma mi fai pensare ai Police. È  il fatto di non essere individualisti. Il problema per un musicista sta nella gestione del suo ego. Sta tutto nella creazione del suono, nel creare un sound degno di nota, che si crea con prove e concerti. Deve funzionare la meccanica dei musicisti; la condivisione crea il gruppo, che diventa come una famiglia, la musica non va solo provata, ma anche pensata. Al giorno d’oggi è difficile che nasca un gruppo; la vita quotidiana è piena di complicazioni.” 

“Al giorno d’oggi secondo te, che prospettive ha un ragazzo che vuole fare il musicista?”

Roberto: “In qualche modo abbiamo già risposto a questa domanda vero?”

“Sì, anche in questo caso sei stato molto lungimirante… eheheh”

Roberto: “C’è poca prospettiva in Italia per un ragazzo che vuole fare musica. Puoi insegnare, ma per il resto è difficile aver una continuità. Dal punto di vista fiscale e legale è complicato. Le spese sono superiori ai guadagni, quasi sempre. Ci sono i concorsi, ma non sono molti e le supplenze sono sporadiche. Molte orchestre sono state chiuse, per esempio quella sinfonica della Rai. Quindi qualcosa si trova nelle orchestre giovanili, ma in genere ti ritrovi a fare il free lance. Anche i proprietari dei locali, devono affrontare spese enormi, per la Siae e altro.”

“Roberto Schiano e la Play Music Art. Parlaci della tua scuola”.

Roberto: “La mia scuola la conosci, cosa vogliamo dire? Che ha come obiettivo quello di portare i nostri allievi ad appassionarsi alla musica, avvicinarli in modo positivo. I ragazzi sono già oberati di lavoro, noi dobbiamo fare in modo che per loro sia un momento piacevole, vogliamo accendere la fiammella, essere una guida. La cosa che potrebbe portare la scuola a un altro livello, potrebbe essere un locale per fare esibire gli studenti. Purtroppo i ragazzi al giorno d’oggi, mancano un po’ di vera cultura musicale.”

“La nostra intervista sta volgendo al termine. Prima di lasciarci, vuoi lanciare un messaggio ai ragazzi che intendono avventurarsi nel tortuoso mondo della musica?”

Roberto: “Continuate a credere, non arrendetevi. Le cose sono così purtroppo, ma bisogna reagire, tirare fuori le proprie opinioni e lottare per esse. Esprimete il vostro dissenso, fate sentire la vostra opinione.”

“Ti ringrazio Roberto, per il tempo che hai concesso a tutti noi. Un grande abbraccio da parte mia e da tutti noi di Romanticamente Fantasy”.

Care Fenici, speriamo di avervi allietato con questa intervista. Per oggi è tutto, un saluto dalla vostra affezionata, Cassandra Gold.

 

 

Dasys

Dasys

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