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Recensione serie Tv: Star Trek Discovery S2e05 “Santi dell’imperfezione”

Star Trek Discovery S2e05

Star Trek Discovery S2e05

 

Prima di cominciare la recensione della seconda stagione di Star Trek Discovery, avevo fatto un’introduzione all’universo Star Trek in generale (Qui), e a Discovery (la prima stagione, Qui) in particolare, e avevo concluso dicendo che, per il momento, questa nuova serie non mi stava convincendo molto ma che, essendo soltanto all’inizio, il beneficio del dubbio era doveroso.

Effettivamente, la seconda stagione mi sta piacendo più della precedente, anche se continuo a considerarlo un ottimo prodotto cinematografico, ma che conserva ben poco dello spirito della saga di Roddenberry.

Non so se il cambio di rotta sia stata una precisa scelta narrativa degli sceneggiatori ideata in partenza, o se abbiano aggiustato il tiro dopo i commenti alla prima stagione. Immagino la seconda, visto che l’industria di Hollywood si basa sul profitto e devono confezionare prodotti che vendono.

 

Michael Burnham, finalmente, lascia trapelare altre emozioni oltre al tormento interiore costante (per non dire, molto informalmente, scazzo) che l’ha contraddistinta nella prima stagione.

I personaggi iniziano a interagire fra loro in maniera più profonda, riprendendo quella coinvolgente rete di rapporti umani (e alieni) a cui le altre serie ci avevano abituati. In effetti sto iniziando ad affezionarmi ad alcuni di loro, tra cui il cadetto Sylvia Tilly (ragazzona dai capelli rossi, che parla troppo, che sogna di diventare capitano) e l’ufficiale scientifico Paul Stamets, quello, per intenderci, che ha reso possibile il viaggio attraverso la rete miceliare.

Permangono momenti inaspettati: in nessuna serie di Star Trek è mai morto un capitano e, d’altronde, in nessuna il capitano era stato sostituito dalla propria controparte malvagia dell’universo specchio per più di un episodio. Anche in questa seconda stagione scompaiono e riappaiono personaggi, ma non scenderò nei dettagli per non guastare la sorpresa.

Fa ritorno il famoso capitano Pike che nella saga di Star Trek non ha avuto fortuna. Era, infatti, il protagonista dell’episodio pilot della serie Originale degli anni Sessanta, che i produttori bocciarono in toto. L’unico a salvarsi, su pressante richiesta di Roddenberry, fu Spock, mentre tutto l’equipaggio venne sostituito con quello che oggi tutti ricordiamo, oltre a Majel Barrett, che divenne in seguito la moglie di Roddenberry, che tornò nel ruolo di infermiera, poi dottoressa, infine come ambasciatrice betazoide. Il Capitano Pike ha fatto, negli anni, qualche apparizione, soprattutto è tornato nel film Star Trek della nuova generazione giovane, e anche lì viene presto sostituito da Kirk.

In questa seconda stagione, dopo aver preso il comando dal facente funzioni di capitano, Saru, guida la Discovery alla ricerca di Spock, che sembra detenere un segreto molto importante.

Continuo a trovare forzata la connessione fra Michael e Spock, perché una saga lunga sessant’anni, in cui mai viene menzionata una sorella adottiva, non può risultare coerente; tuttavia funziona a livello narrativo per collegare la serie nuova a quella vecchia, anche se, finora, Spock viene menzionato e inseguito, ma nessuno lo ha ancora visto.

La trasformazione dei Klingon in creature che somigliavano di più all’Alien di Giger, è migliorata con la scusa che “la razza ha ricominciato a farsi crescere i capelli”, infatti in questa stagione li vediamo con le chiome fluenti a cui eravamo abituati.

Trovo poco azzeccata, dal punto di vista della trama, la trasformazione del Klingon Voq nell’umano Ash Tyler. Beh, far coesistere due anime nel corpo dell’umano, semplicemente per infiltrare una spia, di sicuro non è il modo migliore e meno invasivo, come ogni giallo che si rispetti ci ha insegnato. Esercita un suo fascino, invece, il triangolo amoroso tra Michael, (che si era innamorata di Ash prima di scoprire che in lui c’era anche il klingon Voq), Ash e la Klingon L’Rell, che continua ad amare Voq anche nelle sembianze dell’umano.

Anche la relazione omosessuale tra Paul Stamets e Hugh Culber è a mio parere troppo esibita. Non che io abbia qualcosa in contrario ma, come già scritto in precedenza, ritrovarla in praticamente tutte le puntate mi fa pensare troppo al politicamente corretto di quest’epoca, e poco all’ambientazione fantascientifica trekkiana, anche se, in questa quinta puntata, avremo una bella sorpresa riguardo al personaggio di Hugh che credevamo perduto.

Nella puntata di questa settimana, la quinta, la Discovery intraprende una missione pericolosa per tentare di salvare Tilly, che è stata rapita e portata nell’universo miceliare (quello delle spore attraverso il quale la nave può effettuare dei salti spaziali). Continua anche la sotto-trama, che probabilmente correrà lungo tutta la stagione, della ricerca di Spock. Scopriamo che Ash, creduto morto dai klingon, è in realtà entrato a far parte della segretissima Sezione 31, una specie di controparte oscura della Flotta stellare, come anche l’imperatrice Philippa Georgiou, passata dall’universo specchio a questo.

Anche questo episodio, come praticamente tutti quelli che l’hanno preceduto, continua ad avere, a mio avviso, una ambientazione claustrofobica, manca il respiro che davano l’esplorazione di nuovi pianeti e il ponte ologrammi; anche quando la scena si sposta in un esterno, i toni sono cupi, poco luminosi. Gli effetti speciali continuano a essere da film cinematografico.

Sperando che i sceneggiatori continuino ad aggiustare il tiro per rendere la serie più trekkiana, e non ci lancino soltanto qualche briciola ogni tanto come la comparsa, per pochi secondi, delle uniformi classiche all’arrivo del capitano Pike e di un paio dei suoi ufficiali. Vi terrò informati.

Lunga vita e prosperità!

Lostris

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