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Recensione Serie Tv: Mindhunter – Stagione 2 –

Mindhunter

Recensione con spoiler

Cast principale:

Jonathan Groff: Holden Ford

Holt McCallany: Bill Tench

Anna Torv: Wendy Carr

Il 16 agosto 2019 è tornata sulla piattaforma Netflix la seconda stagione di Mindhunter. Non più con 10 episodi ma con 9; i primi tre diretti da David Fincher, che è ancora il produttore della serie insieme a Charlize Theron.

Non siamo più nel 1977, ora la serie ha avuto un piccolo salto temporale. Le vicende dei nostri tre protagonisti si svolgono negli anni in cui sono avvenuti i tremendi omicidi di Atlanta, dove tra il 1979 e il 1981 sono stati uccisi all’incirca trenta bambini di colore.

Se nella prima stagione Holden, Tench e la Carr, tramite le loro interviste, davano forma ai primi profili di assassini seriali, ora mettono in pratica quanto appreso, per dare la caccia ai Serial Killer che sono in libertà.

Come nella prima stagione, alcuni minuti di ogni episodio si concentrano sul famigerato BTK che ha iniziato a uccidere, ma è ancora libero, nessuno sa chi sia. L’unica cosa che si sa è che è un uomo perverso e senza morale; (questa scena, nella foto, mi ha fatto venire l’ansia).

Nella seconda serie ci vengono mostrate alcune interviste, ma non sono più il focus centrale della storia. La serie, è molto più simile a un crime story, ma resta sempre unica nel suo genere; non ci sono dettagli sugli omicidi, non ci vengono mostrati, il che rende tutto più inquietante, cupo tanto da lasciarti col fiato sospeso. Gli agenti Holden e Tench vengono chiamati ad Atlanta per catturare (aimè senza successo) l’assassino di bambini neri e poveri, che ancora oggi non hanno avuto giustizia.

Questa è la trama principale della seconda serie, ma al tempo stesso verranno approfondite le storie dei tre protagonisti; nella prima stagione ci si concentrava maggiormente su Holden; ora l’attenzione si sposta su Tench, la cui prova attoriale è strabiliante. L’uomo oltre ad essere immerso nella caccia al Killer di Atlanta deve risolvere i suoi problemi in famiglia, che non sono affatto semplici. La moglie è stanca, si sente sola e non riesce a gestire il figlio, che i due hanno adottato. Ad “alleggerire” il tutto si verificherà una tragedia che farà crollare la loro famiglia. (Non vi dico niente, dovete vederla e rimanere sconvolti, come è successo a me).

La psicologa Carr, invece, non essendo un membro dell’FBI, non può partecipare alle indagini, quindi la vediamo in una storia a mio avviso noiosa, dove l’attrice purtroppo non riesce ad esprimere il suo potenziale; il suo personaggio si limita a fare due interviste e a intrecciare una relazione senza futuro con una barista. Spero che nella terza serie abbia un ruolo e una storia di maggior spessore, in questa stagione non è stata “sfruttata” al meglio.

Ma veniamo al pezzo forte della stagione, tutti si aspettavano il fatidico incontro con Charles Manson…e finalmente è ARRIVATO!!!

E non ha deluso le aspettative, bravissimo l’attore (che è lo stesso che ha interpretato sempre Manson nel film di Tarantino C’era una volta a Hollywood); sono pochi minuti ma davvero INDIMENTICABILI!

Se non avete ancora recuperato questa serie vi consiglio caldamente di farlo, vi garantisco che Netflix con Mindhunter è andata a segno, non si può dire lo stesso per altre serie presenti nel catalogo che (“non se possono proprio guardà per quanto so brutte”); scusatemi è uscito fuori il dialetto che è insito in me. Da qui è tutto gente ci becchiamo alla prossima recensione.

 

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