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Recensione Serie TV: Blood & Treasure 1×3 “Code of the Hawaladar”

Bentornati Fenici nel mondo delle spie e dell’archeologia, del traffico e della cultura.

In questo terzo episodio, vi ricordo che i primi 2 sono stati trasmessi insieme, procede la ricerca di Karim Farouk e di riflesso del sarcofago di Cleopatra, infatti i Nazisti lo trafugarono dalla piramide negli anni ’40 e non è stato ancora ritrovato. Il terrorista vuole unirlo a quello di Antonio per farne un’arma, ancora non c’è dato sapere come intende fare.

Grazie all’aiuto del sempre riluttante Shaw, scopriamo che Farouk usa l’Hawaladar per versare somme di denaro ai terroristi del suo gruppo e agli uomini che vendono in sua vece le opere d’arte trafugare; questo antico sistema di scambio monetario si basa sulla fiducia e soprattutto sull’anonimato garantito dagli intermediari. Ho imparato, ed è proprio il caso di dirlo, che questa pratica ha una valenza morale molto forte, in quanto in un certo senso, è proprio l’onore la vera valuta, non il denaro in sé. Saranno proprio i mediatori Halawa a fornire quante più informazioni possibili sul terrorista proprio perché, come fatto capire da Danny, è il primo a essere privo di onore per tutto il male che sta facendo al suo popolo, alla sua terra e al mondo.


Purtroppo, scoprire il nascondiglio romano di Farouk costerà la vita all’agente egiziano Asim, inizialmente sospettato da Lexi e Danny di essere una talpa.

In una serie di eventi particolarmente sfortunati, se non fallimentari, i nostri due protagonisti troveranno un indizio fondamentale per il ritrovamento del sarcofago di Cleopatra, traccia che però era già nelle mani di Farouk da qualche tempo.

In questo episodio continua inoltre la sottotrama della società segreta, suppongo di base egiziana, ancora senza nome, ma che chiaramente non ha paura di uccidere tutti quelli che hanno informazioni utili a riunire i sarcofagi di Antonio e Cleopatra.

C’era qualcosa nella premiere che non riuscivo a identificare bene, me la sentivo addosso, ma non capivo cosa fosse. Oggi credo di aver capito: è la sicurezza. Guardando questa serie non ho bombe di adrenalina come in Game of Thrones, non mi emoziono come con The Walking Dead e non mi metto a ridere come una sciocca come con Future Man o Good Omens. Oh, no, con Blood & Treasure mi rilasso, mi sento a casa. Ha quel non so che di già visto ma nuovo nello stesso tempo, lo so, è un discorso abbastanza insensato, è stato realizzato bene ma senza la pretesa di fare un capolavoro. Questa è una serie in un certo senso umile, che rimane nel suo spazio e non cerca di fare pagliacciate o colpi di scena ma, ridendo e scherzando, ha fatto morire due persone in due episodi, non dimentichiamolo. Ma come fa?

È tutto così lineare, funzionale alla trama e perfettamente al suo posto che non ci sono congetture da fare a fine episodio: ok, i servizi segreti egiziani hanno una talpa di Farouk, non c’è problema, lo scopriremo nei prossimi episodi. Va tutto bene.

Adoro anche il fatto che i personaggi non sono degli indistruttibili Deus ex Machina che non sbagliano un colpo, anzi, si prendono botte bestiali, sbagliano spesso e volentieri, si lasciano sfuggire sospettati, perché di fatto, è normale così. Piccola menzione d’onore al mitico Padre Chuck, amico d’infanzia di Danny e alta carica al Vaticano, uomo dal cuore grande e dalla profonda empatia: spero di vederlo molto di più, anche se sicuramente non è un personaggio d’azione.

Lucilla

Lucilla
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