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Recensione: “Nel giardino dell’orco” di Leila Slimani

Adèle cammina per le strade di Parigi la sera, dopo il lavoro al giornale, talvolta anche durante la pausa pranzo, in cerca di incontri. Ha trentacinque anni, un marito medico dedito al lavoro e un bambino di pochi anni; una vita cui in fondo manca poco per potersi dire felice. Eppure non può smettere di ribellarsi alla sensazione di vuoto che la assilla ogni giorno e che scaccia attraverso il corpo: è la fame per lo sconosciuto, da afferrare anche solo per un attimo. E non importa chi sia o dove, basta un incontro, un breve scambio di sguardi per trovare una veloce soddisfazione, o un’affinità che può trasformarsi in una vaga relazione. Dopo, Adèle sa tornare a casa, preparare la cena al bambino e infilarsi nel letto accanto a Richard, come sempre. Una febbre che non fa che salire e che trascina Adèle verso l’incapacità di gestire le due vite in cui si dibatte senza posa. Potrebbe essere facile giudicare Adèle, eppure seguiamo il suo cammino tortuoso con empatia, non riusciamo semplicemente ad accomodarci in platea, perché veniamo destati da un’impellenza, la sua, che capiamo, che da qualche parte forse abbiamo persino riposto. “Nel giardino dell’orco” non è la storia di una ninfomane, ma quella di una donna di oggi stretta nei lacci di una quotidianità come fossero spilli sul cuore.

Adèle vive a Parigi, è una giornalista di trentacinque anni, ha un marito medico, un bambino di tre anni e una doppia vita. Nelle mura di casa è una moglie accomodante e algida, una madre presente e distaccata. Il matrimonio, la vita famigliare, la maternità le sono necessari per dare sicurezza alla propria esistenza, quella sicurezza fatta di ipocrisia e infelicità che la avvolge nella sua certezza. Ma quando esce dal bozzolo che lei stessa si è costruita, Adèle cerca il sesso. Non importa se l’uomo che incontra sia piacente né se le circostanze o il luogo in cui succede siano appropriati, lei ne ha bisogno per mettere a tacere il dolore che le brucia dentro, per soddisfare il suo desiderio di essere guardata, ammirata, bramata. È l’unico modo che ha per lasciare la sua impronta nel mondo, la traccia della sua esistenza, il ricordo di lei negli occhi degli uomini che l’hanno posseduta. Così l’autrice dipinge una girandola di incontri clandestini, atti sessuali occasionali e talvolta brutali, senza sentimenti, al termine dei quali Adèle torna alla sua apparenza di vita perfetta, senza mai smettere di consumarsi in un’insoddisfazione che non conosce una causa vera, ma semplicemente esiste.

Vorrebbe essere solo un oggetto in mezzo alla folla, vorrebbe essere divorata, succhiata, inghiottita tutta intera. Vorrebbe che le pizzicassero i capezzoli, che le mordessero il ventre. Vorrebbe essere una bambola nel giardino di un orco.

Chi è l’orco di Adèle? La depressione, che la rende triste e inappagata? Suo marito, che non la conosce e si accontenta di guardare la superficie che lei gli mostra? Sua madre, alla quale è legata da un rapporto d’invidia e privo di affetto? Forse l’orco è la vita stessa, che la condanna a giorni d’infelicità e dipendenza sessuale, e che lei tenta di controllare rinunciando al cibo e godendo nel superare i morsi della fame, affermando così la supremazia sulle debolezze.

Il romanzo scritto in lingua francese, che ha vinto nel 2015 il più prestigioso premio letterario del Marocco, La Mamounia, è certamente un’opera coraggiosa. La storia di una donna che non definirei ninfomane, termine troppo riduttivo e sprezzante secondo l’accezione comune, piuttosto che vive della sua ossessione, narrata con stile essenziale e crudo, ma che purtroppo non ho trovato abbastanza coinvolgente. Al di là del finale che non mi è sembrato adeguato e che tronca la storia poco prima del risvolto conclusivo, dandomi la percezione dell’incompiutezza, mi sarebbe piaciuto farmi trasportare dall’inquietudine della protagonista, dalla sua angoscia e dal tormento che l’autrice racconta, ma mi è mancata l’empatia. Ovvero quella scintilla che mi avrebbe fatto entrare nelle pagine del libro, nel cuore di Adèle, nella sua anima straziata, e che mi avrebbe portato a comprenderla oltre che a leggerla.

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Adèle cammina per le strade di Parigi la sera, dopo il lavoro al giornale, talvolta anche durante la pausa pranzo, in cerca di incontri. Ha trentacinque anni, un marito medico dedito al lavoro e un bambino di pochi anni; una vita cui in fondo manca poco per potersi dire felice. Eppure non può smettere di ribellarsi alla sensazione di vuoto che la assilla ogni giorno e che scaccia attraverso il corpo: è la fame per lo sconosciuto, da afferrare anche solo per un attimo. E non importa chi sia o dove, basta un incontro, un breve scambio di sguardi per…

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