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Recensione: “L’ultimo treno per Istanbul” di Aişe Kulin

 

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Selva è la figlia dell’ultimo pascià ottomano della Turchia e può avere qualunque uomo desideri. Eppure ha occhi solo per Rafael Alfandari, un ragazzo ebreo, figlio del medico di corte. Nonostante l’opposizione delle loro famiglie, che non vedono di buon occhio l’unione tra due mondi così diversi, i giovani amanti si sposano di nascosto e scappano a Parigi per farsi una nuova vita. Ma quando i nazisti occupano la Francia, la coppia in esilio imparerà sulla propria pelle che niente – né la guerra, né la politica, né la religione – può spezzare gli antichi legami di sangue. Grazie all’aiuto dei coraggiosi diplomatici turchi, infatti, organizzeranno un piano per mettere in salvo i membri della famiglia Alfandari e molti altri ebrei. Insieme, saranno costretti ad attraversare un continente in guerra, a entrare in territorio nemico e rischiare tutto nel disperato tentativo di ritrovare la libertà. Da Ankara a Parigi, dal Cairo a Berlino, L’ultimo treno per Istanbul racconta un’appassionante storia d’amore e avventura, scritta da una delle autrici più famose della Turchia.

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La Newton Compton Editori ci regala una pubblicazione di pregio su un capitolo della seconda guerra mondiale sconosciuto ai più: un vagone speciale organizzato dalla Turchia su un treno da Parigi a Istanbul, allo scopo di salvare gli ebrei turchi dai nazisti.

L’autrice ha raccolto la testimonianza di diversi diplomatici turchi, dislocati durante il governo di Vichy, per tratteggiare la situazione politica di quegli anni e le dinamiche internazionali che vedevano gli inglesi spingere verso un coinvolgimento della Turchia nel conflitto e i sovietici pressare per ottenere basi militari negli Stretti Turchi. Un braccio di ferro che l’autrice delinea magistralmente nelle pagine di L’ultimo treno per Istanbul e che il lettore si trova a vivere come se fosse presente nella stanza dei bottoni.

La Turchia resterà neutrale per la maggior parte del conflitto, sebbene schierata simbolicamente con gli Alleati, e nel 1945 diventerà membro originario delle Nazioni Unite. Ma non siamo davanti a un libro di storia. L’ultimo treno per Istanbul è, e resta, un romanzo con una marcata vena sentimentale.

Centrale è la storia d’amore tra Selva, turca musulmana, e Rafo, ebreo turco, osteggiata da entrambe le famiglie. I due giovani, innamorati e decisi a non lasciare che le convenzioni sociali prendano il sopravvento sulle loro vite, si sposano e partono per Parigi nella speranza che un Paese laico e tollerante sia la loro nuova casa, il posto dove crescere il figlio, Fazıl, che Selva ha chiamato come suo padre, quel genitore la cui assenza giganteggia più degli altri membri della famiglia cui ha detto addio. E che tanto le assomiglia: determinato, fiero, sicuro di sé e di ciò in cui crede.

Lontano dalla figura di un padre padrone e reazionario, Fazıl Reşat, ultimo Paşa ottomano, ha donato a lei e all’altra figlia, Sahiba, un’istruzione di altissimo livello, cosmopolita e aperta all’Europa: per questo Selva non comprende la sua chiusura nei confronti di Rafael Alfandari, ragazzo gentile e figlio di un rispettabile medico. La religione diversa è l’unico motivo per cui quel matrimonio non può essere accettato, e addirittura diventa motivo di esclusione.

Selva e Rafo vengono banditi dai rispettivi contesti familiari e Sahiba, che aveva giocato un ruolo nel favorire la frequentazione della sorella con il giovane Alfandari, sviluppa una depressione per il senso di colpa. Sahiba, infatti, non ha agito per sorellanza, ma per insicurezza: malgrado sia consapevole di essere la figlia “bella” teme che Macit, il giovane diplomatico che sta frequentando, possa essere attratto da Selva, più “alta”, “interessante” e “intelligente” di lei. Un paragone continuo che la dilania e che inquina l’affetto che prova nei confronti della sorella.

Quando Selva fuggirà a Parigi con Rafo, Sahiba si sentirà responsabile della situazione, tanto da intraprendere delle sedute di analisi con uno psicoterapeuta, un uomo così attraente da diventare un rischio per Macit, diventato il suo sposo. Sahiba tenterà in ogni modo di rendere viva la presenza di Selva nelle vite dei suoi genitori, specie in quella del padre, mostrandogli le foto del piccolo Fazıl.

Dopo l’occupazione nazista in Francia la situazione sembra precipitare. Sahiba cerca di convincere Macit a usare i suoi contatti per proteggere Selva e quando un amico comune, Tarık Arıca, verrà inviato a Parigi come secondo segretario al consolato turco, gli chiederà espressamente di salvare la famiglia Alfandari.

Gli Alfandari non sono, però, gli unici in pericolo: uomini, donne, bambini vivono una paura costante e, anche i ragazzi che pensavano alla guerra come una cappa che avrebbe avvolto la loro vita per un po’, senza modificarla, dovranno ricredersi. La dicitura “ebreo” viene apposta sui documenti personali, i rastrellamenti dei nazisti cominciano, molti ebrei vengono caricati sui veicoli nazisti per campi di lavoro da cui non torneranno più. Un passaporto turco non vale più un’immunità da Paese neutrale se sulla prima pagina c’è quel bollo: “ebreo”.

Così, tra negoziazioni turco-tedesche, giochi di potere e fragilità dovute ad affetti personali, si concretizza tra i diplomatici consolari turchi un progetto folle: mettere a disposizione un vagone su un treno per Istanbul che attraverserà la Germania nazista per cercare di salvare quante più vite possibili, turche e non solo.

Una pagina della Storia poco nota ai più che è giusto raccontare, ma che nel complesso qui appare apologetica e a tratti forzata. Bello, comunque, il ritratto di una Turchia che appare, come oggi, divisa fra tradizionalismo e apertura alla modernità e che compensa in qualche modo la traduzione, purtroppo, rozza e poco curata (la concordanza dei tempi è spesso errata e mi chiedo come una casa editrice di questo calibro possa scadere in certe ingenuità e non predisporre una verifica seria prima della pubblicazione).

L’ultimo treno per Istanbul resta, comunque, un romanzo più che valido, consigliato a chi ama le storie delicate con un pathos medio e un finale edulcorato. Non adatto a chi cerca un romanzo storico con colpi di scena e una ricostruzione minuziosa dell’epoca.

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Recensione a cura di:

KailaSwarte

Editing a cura di:

Miky

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