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Recensione in Anteprima “Widdershins” di Jordan L. Hawk (serie Whyborne & Griffin #1)

Uno studioso solitario. Un detective privato. E un libro d’incantesimi che potrebbe distruggere il mondo intero.
L’amore è pericoloso. Fin dalla tragica morte dell’adorato amico, Percival Endicott Whyborne ha spietatamente soppresso qualunque sentimento per altri uomini. Preferisce trascorrere le sue giornate a studiare lingue morte nel museo dove lavora. Così, quando l’affascinante ex-Pinkerton Griffin Flaherty lo contatta per tradurre un libro misterioso, Whyborne vuole solo finire il lavoro e sbarazzarsi del detective il più in fretta possibile. Griffin ha lasciato la Pinkerton dopo la morte del suo partner. Si è messo in proprio, e ora deve investigare sull’assassinio di un giovane benestante. Unico indizio: un libro in codice un tempo appartenuto alla vittima. Il progredire delle indagini fa avvicinare i due uomini, e il fascino dissoluto di Griffin rischia di far crollare il ferreo autocontrollo di Whyborne. Ma quando la coppia scopre le prove dell’esistenza di un potente culto determinato a dominare il mondo, Whyborne è costretto a scegliere: rimanere da solo e al sicuro, oppure rischiare tutto per l’uomo che ama.

Mi misi a pensare freneticamente. Di sicuro doveva esserci una qualche arma, un oggetto che avrei potuto usare per difendermi e dare una mano a Griffin. Ma non avevo altro che la lanterna al cherosene che stringevo in mano. L’orrore si lanciò su di lui con forza brutale. La lama della spada affondò dritta nella spalla della creatura, strappando diversi tumori squamosi e facendo sollevare una puzza nauseabonda. Con un ruggito colpì Griffin, strappandosi la lama dal corpo e mandandolo a sbattere contro il corrimano.

Dovevo tenerla lontana da lui. Con un urlo soffocato corsi verso di essa, mulinando selvaggiamente la lanterna nella speranza di farla arretrare. Invece le fauci seghettate scattarono verso di me. Mi ritrassi d’istinto, e invece di chiudersi sul mio braccio, i denti spaccarono la lanterna che tenevo in mano. Ne fuoriuscirono cherosene e fuoco. Avevo già lasciato andare la lanterna, ma il calore riuscì ugualmente a bruciacchiarmi i peli sul dorso della mano. La cosa barcollò all’indietro, urlando in agonia. Le fiamme si estinsero quasi all’istante, ma frammenti di vetro e metallo le erano penetrate in bocca, e il cherosene che aveva inghiottito di sicuro non le aveva fatto bene. Con un ultimo latrato si abbatté ciecamente sul corrimano, poi cadde di sotto, piombando sui bancali e sulle casse del piano inferiore. Mi girai verso Griffin ma lui si era già rimesso in piedi. Con un tacito accordo corremmo giù per le scale, attraversammo la stanza e uscimmo dalla porta.

Il primo capitolo di una serie che si preannuncia strepitosa, almeno per chi come me ama lo stile gotico, piena di luoghi oscuri e misteriosi dove si muovono strani personaggi dalle insolite capacità. Un museo che presenta una planimetria assurda, piena di corridoi e anfratti (ma del resto  l’architetto che lo ha disegnato alla fine dei lavori è stato chiuso in manicomio), la mummia di un faraone che la storia ha tentato inutilmente di cancellare per le sue arcane e malefiche conoscenze magiche, e una setta di uomini ricchi e potenti che possiedono conoscenze orrende e che ha radici molto lontane nel tempo. È questo lo scenario in cui un filologo comparativo di grande talento, che parla 13 lingue ma ne sa leggere molte di più, e un ex agente dell’agenzia Pinkerton danno via ad un indagine dai cupi scenari, aiutati da una donna fuori dagli schemi per il suo tempo.

Dopo aver aperto le prime pagine, il lettore viene risucchiato in un atmosfera piena di mistero, in luoghi bui e cantine in cui strani incantesimi danno vita  a creature innaturali e feroci. Ci si troverà a correre per lunghi corridoi e in camere colme di antichi reperti, cercando invano di intuire COSA li stia inseguendo, e quello che per Whyborne avrebbe dovuto essere solo una traduzione di un antico manoscritto si rivela la porta per apprendere cose inimmaginabili, e per scoprire che in sé stesso si cela la possibilità di usare la magia. Per Griffin il proseguire dell’indagine affidatagli è invece ritrovarsi in un incubo, anche nella sua ultima missione per la Pinkerton aveva sfiorato qualcosa di simile, ed oltre alla perdita del compagno di lavoro, la sua vita aveva preso una svolta da cui ancora non riesce a liberarsi, e la notte spesso gli incubi lo assalgono. Per Christine, invece, trovarsi coinvolta nelle indagini è un caso, è una donna forte, una delle prime egittologhe e la scopritrice della tomba ancora inviolata di Nephren-Ka un faraone ammantato di mistero, l’unica vera amica di Whyborne e l’unica che abbia intuito le sue inclinazioni.

Siamo infatti in America in epoca Vittoriana, gli uomini attratti da altri uomini non sono i gay odierni, ma vengono definiti “sodomiti” un termine ben più crudo e dispregiativo. Queste persone sono costrette al silenzio, alla riservatezza, si incontrano in luoghi nascosti e poi per la maggior parte, ritornano dalle loro mogli ed alla loro rispettabilità. Essere sorpreso in atteggiamenti simili è un reato, si rischia tutto, la prigione, la reputazione e il lavoro.  Whyborne ha sempre represso ogni suo desiderio, colpito da una tragedia successa durante la sua adolescenza. Nato in una famiglia molto ricca, vive solo con il suo modesto stipendio e se n’è allontanato tornandovi solo per vedere la madre gravemente ammalata. Per questo l’attrazione che prova per Griffin lo spaventa, e i loro primi approcci sono molto cauti, entrambi hanno troppo da perdere. Nessun coming out quindi, ma una relazione segreta, il massimo è avere agli occhi del mondo un rapporto padrone di casa inquilino, e in questo, ho trovato molto adeguato anche il modo di parlarsi fra di loro, niente amore mio o dichiarazioni eclatanti, ma un “mio caro” molto pacato, nonostante le scene di sesso siano davvero belle ed intense.

La caratterizzazione dei personaggi è molto accurata, sia riguardo il  loro passato sia nelle loro paure e nelle loro personalità, ma ciò che ho amato e apprezzato moltissimo è come l’autrice sia riuscita a portarmi in un ambientazione così precisa e particolare. Quando un libro riesce ad avvincermi mi trovo a visualizzarlo e mi sono accorta che lo vedevo in toni bianchi, neri e grigi  senza particolari colori, come se guardassi quei vecchi film in bianco e nero un po’ spaventosi, senza sfociare nell’horror, ma aspettandosi un pericolo dietro ogni angolo. Per chi come me ha raggiunto la soglia della mezza età, la corsa nel museo ha riportato alla mente lo spettacolare Belfagor.

Uno dei libri che più mi ha intrigato ultimamente, scritto benissimo, con indagini estremamente originali, e due protagonisti che ho adorato. Non posso che ringraziare la Triskell per avermi permesso di leggere questo libro in anteprima ed aver portato in Italia una serie così insolita e particolare. Ma mentre aspetto di poter proseguire nella lettura delle avventure del nostro detective del mistero e del suo dottore in filologia, una domanda mi è sorta spontanea; siamo sicuri che Sherlock Holmes e il dottor Watson fossero solo coinquilini?

 

Kiki

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