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Recensione: Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne

  Bruno: «Potresti venire a cena da noi una sera, ti va? » Shmuel: «No, io credo di no, come passo la rete? » Bruno: «Ma questa è per non far scappare gli animali, no?! » Shmuel: «Gli animali? No, è per non far scappare le persone! » Bruno: «Cioè, vuoi dire che tu non puoi uscire? Perché? Hai fatto qualcosa che non va? » Shmuel: «Io sono ebreo.» Leggere questo libro significa fare un viaggio. Prendere per mano, o meglio farsi prendere per mano da Bruno, un bambino di nove anni, e cominciare a camminare. Presto o tardi si…

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Bruno: «Potresti venire a cena da noi una sera, ti va? »
Shmuel: «No, io credo di no, come passo la rete? »
Bruno: «Ma questa è per non far scappare gli animali, no?! »
Shmuel: «Gli animali? No, è per non far scappare le persone! »
Bruno: «Cioè, vuoi dire che tu non puoi uscire? Perché? Hai fatto qualcosa che non va? »
Shmuel: «Io sono ebreo.»

Leggere questo libro significa fare un viaggio. Prendere per mano, o meglio farsi prendere per mano da Bruno, un bambino di nove anni, e cominciare a camminare. Presto o tardi si arriverà davanti a un recinto. Uno di quei recinti che esistono in tutto il mondo, uno di quelli che ci si augura di non dover mai varcare. Siamo nel 1942 e il padre di Bruno è il comandante di un campo di sterminio. Non sarà dunque difficile comprendere che cosa sia questo recinto di rete metallica, oltre il quale si vede una costruzione in mattoni rossi sormontata da un altissimo camino. Ma sarà amaro e doloroso, com’è doloroso e necessario accompagnare Bruno fino a quel recinto, fino alla sua amicizia con Shmuel, un bambino polacco che sta dall’altro lato della rete, nel recinto, prigioniero. John Boyne ci consegna una storia che dimostra meglio di qualsiasi spiegazione teorica come in una guerra tutti sono vittime, e tra loro quelli a cui viene sempre negata la parola sono proprio i bambini. Prefazione di Giuseppe Catozzella.

Età di lettura: da 12 anni.

attenzione spoiler

 

Bruno ha nove anni, vive a Berlino in una splendida casa a cinque piani dove trascorre il suo tempo a esplorare e scivolare sulla balaustra, senza mai annoiarsi. Ha una sorella che si chiama Gertrude, che lui definisce un “caso disperato” e tre amici che spesso lo vanno a trovare: Karl, Daniel e Martin.
Bruno non ha mai capito bene quale sia il lavoro del padre, sa solo che è uno da tenere d’occhio, che il Furio ha grandi progetti per lui e che ha una fantastica uniforme, fatto sta che un giorno, rientrando da scuola, scopre che a causa del misterioso lavoro del padre devono lasciare la casa e trasferirsi. Bruno pensa da subito che sia una pessima idea e cerca di far valere le sue ragioni in tutti i modi, ma come prevedibile nessuno dà retta a un bambino di nove anni, si trova così con grande tristezza in una casa più piccola (solo tre piani) molto più cupa, senza amici, e senza aree da esplorare.
Il rapporto con il “caso disperato” non aiuta e Bruno è sempre più triste. Il nuovo educatore poi, non gli permette di approfondire le materie da lui amate: letteratura e arte, ma gli impone lo studio della geografia e della storia.
Dopo qualche tempo capisce che o trova qualcosa da fare o a breve impazzirà. Dalla finestra della sua stanza ha notato, sin dal suo arrivo, un’altissima recinzione sormontata da filo spinato, dietro la quale si muovono tantissimi bambini e tante persone adulte, tutte con un pigiama a righe, e non comprende perché non possa giocare con tutti quei bambini.
Malgrado i divieti impostigli decide di esplorare la recinzione (da qualche parte dovrà pur finire), e proprio in occasione della sua prima esplorazione incontra, al di là di essa, Shmuel, un suo coetaneo triste ed emaciato.
Parlando scopriranno di essere nati esattamente lo stesso giorno. Da quella volta in poi Bruno dopo le lezioni andrà a chiacchierare con Shmuel e tra i due nascerà una profonda seppur strana amicizia, tanto da far apprezzare a Bruno la sua nuova vita ad Auscit, e non fargli avere più così tanta voglia di tornare a Berlino. Passano i mesi e anche sua madre diventa insofferente per tutta la situazione e decide di tornare a Berlino con i figli. Bruno sebbene da un lato sia contento dall’altro si sente triste a dover lasciare Shmuel. L’ultimo giorno prima di partire decide che almeno una volta lui e il suo amico devono giocare insieme, per dirsi addio.
Da quel momento Bruno scompare e nessuno lo troverà. A distanza di mesi sarà il padre a comprendere con orrore cosa è realmente accaduto e perderà la voglia di vivere, accettando con rassegnazione le decisioni dei suoi superiori.
Il libro è narrato in terza persona, ma sempre dal punto di vista di Bruno, ecco quindi che la scrittura sebbene fluente e corretta diventa infantile, o quanto meno sembra di entrare nei suoi pensieri e nella sua mente di bambino sveglio e intelligente, ma pur sempre bambino. Ecco che il Führer diventa il Furio e Auschwitz diventa Auscit, ma proprio perché lui certi suoni non li comprende e così li storpia. Viene trattato lungo tutto il libro un tema e un passaggio della storia assai terribile, ma visto dagli occhi innocenti di una creatura dal cuore buono: quando gli spiegano che dietro al recinto ci sono gli ebrei e gli ebrei sono nemici, lui con tutta la forza di volontà del mondo non comprende. Shmuel si chiede anche con un certo stupore come un bambino così buono possa essere il figlio del temuto comandante. È una storia di amicizia che travalica confini e differenze, pura come forse lo può essere solo a quell’età. Purtroppo non è una storia a lieto fine, vi assicuro che anche se forse in parte prevedibile, l’epilogo è un fulmine a ciel sereno.

Il modo tutto particolare di Boyne di trattare la tragedia dei campi di sterminio mi ha molto colpito.
Consiglio la lettura del libro, tenendo a portata di mano una confezione di fazzoletti.
Per quel che concerne il voto per la violenza sarà basso, perché per quanto ovviamente nel campo succedano le peggiori nefandezze, ciò che percepisce Bruno è solo una piccolissima parte.


ladykira

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