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Recensione: “Draw my soul” di Micol Manzo

Care Fenici, oggi Nayeli ci parla di “Draw my soul” di Micol Manzo

Quel giorno nulla sembra andare per il verso giusto. Deva sente dolore all’arto fantasma e nel suo studio di tatuaggi in Nuova Zelanda, un cliente le fa notare che sull’anulare non ha una semplice macchia della pelle, ma un tatuaggio dei Kayan, una tribù aborigena del Borneo. Il seme del dubbio è ormai piantato. Deva affida le redini dello studio alla collega Anita e viaggia verso quella terra sconosciuta in cerca di risposte. Ma si scontra con l’ultima persona che avrebbe dovuto inimicarsi: il capo dei Kayan. Tuan è il leader della tribù, un uomo fiero coperto da tatuaggi intricati come il suo carattere insondabile. I suoi occhi neri la mettono a disagio, sembrano scavarle dentro. I Kayan sono restii ad avvicinarla, la vedono come una minaccia. Deva è pronta a tutto pur di scoprire la verità sul suo passato, anche a costo di sfidare l’autorità di Tuan. Ma la situazione rischia di sfuggirle di mano perché non c’è nessuna difesa efficace, quando c’è di mezzo il cuore.

Diverso da tutto quello che mi aspettavo, si tratta di un romanzo di formazione in cui Deva, quasi quarantenne e disabile, compie un viaggio alla scoperta delle sue radici. Un percorso che la porterà a elaborare traumi che aveva rimosso crescendo, grazie alla pazienza, dolcezza ed empatia di Tuan, l’uomo virile e pericoloso a capo della tribù dei Kayan, e a una progressiva accettazione del misticismo che permea la sua cultura d’origine.

Molto belle le caratterizzazioni, che assumono uno spessore tridimensionale senza risentire della mancanza di capitoli dal punto di vista di Tuan.

Il racconto è davvero unico, particolare, inserito in un contesto ricercato, quello degli aborigeni indonesiani, con una protagonista che buca le pagine, e un tocco mistico che completa una storia dai risvolti quasi fantastici. Deva, infatti, non ha un carattere facile, è una donna indurita dalla vita, la cui forza emerge in modo prepotente senza che questa caratteristica appaia artefatta.

Lo maledii per avermi fatta sentire così inadeguata. Maledii tutti quelli che mi avevano trattata allo stesso modo.

E’ stato invece più difficile trovare realistico al cento percento un personaggio perfetto come Tuan: uomo di potere, alfa e dominante; affascinante, tatuato e alto (in una zona del mondo dove la statura media è di 160 centimetri); intelligente, istruito e, come non bastasse, anche profondo ed empatico. Proprio quest’ultimo aspetto è stato per me difficile da collocare, in un personaggio che si presentava come uno spietato aborigeno tagliatore di teste. Tuan incarna, al bisogno, moltissime qualità, e per poter incasellare pienamente tutti questi aspetti mi è mancato un approfondimento sulla sua storia personale.

«Cosa vedi?» il Paran abbassò lo sguardo su di me. Gli occhi neri mi inchiodarono anche da quella distanza.

Vedo un uomo di rara bellezza, irraggiungibile come il paesaggio che mi circonda. Sembrava scolpito nel bronzo e decorato con linee armoniose.

L’ambientazione nella foresta pluviale del Borneo è davvero suggestiva e particolare. Per questo, anche se elementi di caratterizzazione naturale, culturale e sociale non mancano, avrei desiderato una presentazione più avvolgente, quasi fosse un terzo protagonista. La storia, infatti, rende l’idea delle tradizioni, della quotidianità, dell’aspetto mistico, ma lo fa in modo leggero, senza annoiare e senza calcare la mano. In particolare, non vengono evidenziati grandi divari tra gli aborigeni e la straniera, né sotto il punto di vista linguistico né gestuale, per esempio.

In realtà, è interessante come siano gli atteggiamenti di Deva a ricordare quelli di un animale spaventato e istintivo, più che l’“incivile” popolo della foresta. Anche se probabilmente è stato un risultato cercato dall’autrice, mi è mancato sentire l’elemento “selvaggio” nei comportamenti della tribù, anche solo in una accezione positiva che vedesse questi nativi lontani dal conformismo di facciata del mondo occidentale.

«E allora perché non stai mangiando?»

Perché stava succedendo qualcosa. Era come se dentro di me fosse scattato un interruttore. I miei sensi erano più acuti: ero consapevole di ogni suo gesto, movimento e parola, come se avessi una lente d’ingrandimento puntata su di lui. Osservai la sua pelle tesa, i muscoli che si contraevano a ogni movimento. Ogni linea appariva più netta e definita.

La storia tra Tuan e Deva è passionale e intensa, con un climax dolcissimo. Il sesso è focoso e selvaggio, come dev’essere naturale per un maschio alfa capotribù.

Per concludere, nonostante i miei desideri di approfondimento per questo ambiente così diverso e dubbi sulla coerenza di questioni che non conosco (gli aborigeni sanno davvero lavorare il metallo in modo da poter fare concorrenza alla più evoluta ricerca medica occidentale?), questi personaggi hanno continuato a ruotarmi in testa anche nei giorni successivi la lettura, nonostante avessi già iniziato un altro libro. Mi sono entrati dentro, e questo attesta che il romanzo è stato in grado di toccarmi nel profondo.

«Il tatuaggio che ho al dito grida la mia appartenenza alla vostra tribù. È l’inizio di un disegno che deve essere completato con la mia storia.»

 

 

Kiki

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