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Recensione: Devora di Franco Buso

 

Parigi, 1314. Presso la cattedrale di Notre-Dame è allestita una pira e la folla si accalca, bramosa di assistere allo spettacolo: l’ultimo Maestro dei Cavalieri Templari sta per essere mandato al rogo. L’uomo sale sulla legna accatastata, il boia appicca il fuoco, le fiamme si levano. Ma un istante prima che lo avvolgano, il Maestro lancia una fiera invettiva contro il re Filippo IV il Bello, che ha voluto la sua fine. E una cupa profezia: il destino del sovrano è segnato, così come quello del papa e della stessa Chiesa, che tra settecento anni cesserà di esistere.
La folla è sbigottita. Solo una ragazza dai magnifici occhi color oro sembra credere per prima alle parole del Templare. Quella ragazza, che osserva il rogo silenziosa, ha il dono della chiaroveggenza.
Tutto era iniziato molto prima della sua nascita, quando sua madre, nata in Palestina, era rimasta orfana a seguito dello sterminio della sua famiglia da parte dei Mamelucchi. Ed era stata punta da uno scorpione del deserto, il cui veleno è in grado di compiere miracoli…
In un affascinante romanzo, i cui protagonisti sono legati da fili invisibili sempre più connessi, il viaggio di due donne eccezionali attraverso luoghi remoti ed epoche lontane. Ma più vicine di quanto non si creda: il gran finale vi lascerà senza fiato.

 

Romanzo a metà tra lo storico e il fantastico, Devora è essenzialmente una vicenda in cui la figura femminile è posta al centro della storia e rappresenta la vera forza che manda avanti l’universo e ne raccoglie tutti i fili.
La vicenda comincia in Terra Santa e racconta di una bambina, Miriam, unica sopravvissuta alla strage della sua famiglia e affidata, perciò, a dei Cristiani in viaggio per sfuggire alle persecuzioni dei Musulmani.
Il suo destino appare sin da subito segnato dalla puntura di uno scorpione nel deserto: rimessasi dal veleno, la bambina vedrà i suoi occhi mutare nel colore dell’ambra e svilupperà il dono della chiaroveggenza.
Legata a doppio filo con i Templari, e in particolare con il Gran Maestro Jacques De Molay, la giovane vivrà una vita avventurosa e tutte le sue scelte saranno sempre guidate dalla vocina che sente nella mente e che le permetterà di conoscere i destini e il futuro di quelli che incontrerà lungo la propria strada.
Persino la decisione di avere una figlia sarà guidata dalla voce che le parla nell’animo; sarà proprio questa figlia, che Miriam chiamerà Devora, a compiere il destino verso il quale entrambe erano state orientate sin dalla nascita.
Al di là del romanzo e delle vicende che intrecceranno i destini delle due donne a personaggi storici famosi e realmente esistiti, con altri di pura invenzione, lo scrittore ha saputo argomentare e miscelare abilmente il lato fantastico con la realtà storica, insistendo attentamente sulla figura delle donne, vere protagoniste della vicenda, portatrici di verità e giustizia.
Unico appunto che posso muovere all’autore è la freddezza che spesso prevale su interi capitoli della storia, che è invece piena di vita e di sentimenti.

 

 

 

 

 

 

Claudia

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