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Recensione: “Anna” di Cetta De Luca

 

Trama arancio

 

Le radici della storia di Anna affondano nei riti antichi, quelli che le donne si tramandano per generazioni, quelli della natura che fa il suo corso, anche nei rapporti umani. E c’è sempre un destino segnato da combattere o assecondare per far sì che il rito sia propiziatorio. Quando però al destino si sommano gli eventi di una guerra, allora la storia spariglia. Anna Lojacono è una ragazza caparbia, ribelle, che mal si adatta alle convenzioni di una famiglia del Sud, tanto meno con l’imposizione di un fidanzamento con uno sconosciuto. Angelico Buonomo, più per fortuna che per merito, riesce a compiere il miracolo e a sposare la donna che ama. La guerra, la prigionia, la distanza saranno alcuni degli ostacoli che si frapporranno alla riunificazione dei due giovani, dopo dieci anni. Anna dovrà districare fitte trame e custodire importanti segreti, rivelazioni che rischieranno di distruggere il fragile equilibrio che, nonostante tutto, bisogna mantenere, specie durante una guerra mondiale. Dal ‘37 al ‘47, sullo sfondo dell’Italia fascista e della guerra nelle colonie, un viaggio che sorvola Africa, India e Australia, e una storia d’amore e di guerra con un finale per nulla scontato.

Recensione arancio

 

Anna è la storia di un’adolescente durante il ventennio fascista. Una ragazza che ha dei sogni, ancora a metà tra le illusioni infantili e quelle romantiche di una giovane alle prime esperienze.

È una ragazza ribelle (cavalla selvaggia, la chiamano i genitori) che lotta contro l’imposizione di qualcosa che non vuole, che non accetta di svendere la sua vita solo per accondiscendere alle tradizioni o salvaguardare le apparenze. E tuttavia, com’è stato per tante altre prima di lei, è costretta a rispettare le convenzioni sociali a causa del contesto storico e culturale in cui è nata, non senza qualche strategia messa in atto dal padre e dal futuro marito.

Il racconto è una finestra che si apre sul ventennio fascista e sul periodo della guerra, focalizzandosi, in particolare, sulle vicende di un gruppo familiare come tanti, alle prese con problematiche talmente comuni da essere ancora oggi attuali, quali tradimenti, confidenze fraterne, omosessualità, gelosia, desideri inespressi o irrealizzati.

Anna deve crescere in fretta, giovane sposa con un figlio da crescere, poiché il marito parte per la Guerra d’Etiopia, e in seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale viene imprigionato e deportato.

È la storia di un’attesa. Attesa di un marito non voluto ma accettato. Di un rapporto mai davvero nato, che viene sospeso per dieci lunghi anni e che di colpo si trova a dover essere ricucito. Di ricordi centellinati, e illusioni che si è imparato a non alimentare.

Nel romanzo ci sono trame secondarie interessanti, che a mio avviso avrebbero meritato maggior respiro e approfondimento, e che contribuiscono a rendere il romanzo vivo, veritiero, come uno spaccato di una realtà che verosimilmente appartiene alla nostra storia. Non mi ha stupito scoprire che il racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto.

Le macro vicende storiche e politiche rimangono invece solo come sfondo, e personalmente ho apprezzato questa scelta, che ha mantenuto la narrazione incentrata sulla fatica di vivere del nucleo familiare allargato.

Lo stile narrativo è corposo, pieno, comunque elegante e piacevole.

Ho trovato invece insolito che, anche se narrato in terza persona, l’autore passasse da un personaggio all’altro mostrando i pensieri dei vari protagonisti. Tuttavia, lo fa in modo ordinato, senza creare mai confusione in chi legge, pertanto lo trovo un aspetto curioso ma non negativo.

Concludendo, il romanzo mi è piaciuto. Non molto pregno di azione, né di romanticismo, è uno storico ben orchestrato, che racconta storie che s’intrecciano, come quelle che si narravano nei fienili. Racconta di donne solide, che pragmatiche diventano per forza, a contatto con una vita difficile, e di amori che nascono con dedizione, ma anche alimentando il desiderio.

Alcuni assaggi:

La vita ha la brutta abitudine di imprimersi per bene tra le pieghe sottili dell’anima, come quando si stira col ferro caldo un vestito macchiato. Quel segno rimane per sempre, e potrai coprirlo, mimetizzarlo agli occhi degli altri, ma tu sai che c’è. E lui lo sapeva bene che era così, perché se le guardava ogni giorno le sue macchie e viveva nel terrore che, da un momento all’altro, anche gli altri potessero vederle.”

Ci vuole attenzione, ci vuole pazienza e tanta cura. Questo serve. Tu parli di passione, ma ciò che più conta è la dedizione.

“E tu cosa ne sai? Tu, tu che ti nascondi, tu che non hai il coraggio mi parli di amore e dedizione?

Annina intuiva, Annina sapeva.

Pensa quanta dedizione ho io. Proprio per questo, proprio perché mi nascondo.”

Che piccole cose siamo davanti a tanta magnificenza! Passiamo la vita a rincorrere sogni, desideri, a combattere la sofferenza perché sia più lieve, a lottare per conquistarci quel posto che, secondo noi, ci spetta nel disegno della vita. E ci arrovelliamo per trovare risposte ai nostri perché, e ci sentiamo grandi quando qualcuna la troviamo, come se ci fossero risposte univoche alle domande del quotidiano vivere. E andiamo avanti, minuto dopo minuto, a costruire pezzi di un destino futuro, in cerca della felicità che ci spetta, e aspettiamo l’intera nostra esistenza, magari, affinché quel destino si compia. Dimenticando di viverci il presente.”

Ah, se gli uomini e le donne la smettessero ogni tanto di cercare risposte e cominciassero ad ascoltare le domande!”

Fiamme-Sensualità-Nulla NUOVA

Recensione a cura di:

Aina

Editing a cura di:

Gioggi

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