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Lo scrigno delle emozioni: “Storia della seconda Caduta”, di Giusy De Nicolo racconto MM (Lo scrigno delle emozioni vincitore MM)

progetto grafico di Angelice

Il mio nome non ha molta importanza, come pure il lavoro che svolgo. Mi occupo di recupero crediti. È un settore impermeabile alla crisi e forse non dovrei lamentarmi, però a volte sento di ripetere gli stessi gesti dalla notte dei tempi. Tutto sempre uguale: mi scapicollo da uno sbattimento all’altro, il Capo non è mai soddisfatto e devo pure sciropparmi i piagnistei dei clienti, che alla scadenza del contratto implorano per una proroga. Neanche l’avessi inventata io, la clausola del Libero Arbitrio.

Scorro l’agenda sullo smartphone: le 2.04, è tempo di grattare l’ultima rogna di questa giornata infernale. Infilo il telefono nella tasca interna della giacca e drizzo la schiena. Ruoto il polso tre volte e traccio un ovale nell’aria fredda e immobile. Il varco si schiude con uno schiocco liquido. L’ultima rogna, sospiro avanzando, e poi potrò strisciare in qualche bar puzzolente per annegare nell’autocommiserazione fino a domani mattina.
Spingo la porta, entro nella camera. Le luci sono soffuse, i mobili di foggia antica ma perfetti, evidentemente oggetto di cure continue. L’aria, invece, è troppo calda e sa di disinfettante e di chiuso.
Mi avvicino al letto. Uno, due, tre passi. La sagoma ha un sobbalzo. Il vecchio mi ha riconosciuto. Mi accosto ancora e le sue dita ossute serrano la maschera per l’ossigeno.
«Dai nonno, è ora», annuncio. Gli afferro l’avambraccio ma quello si spiaccica la maschera sulla faccia spalancandomi davanti certi occhioni supplici da bambino buono. Sospiro, esasperato. La cravatta di colpo sembra un cappio. Lavoro di merda.
«Non così in fretta, creatura immonda!», tuona una voce da dietro.
Mollo il vecchio e ruoto sui tacchi. Ho la precisa percezione delle pupille che si dilatano mentre la sorpresa diventa incredulità, l’incredulità stupore e lo stupore un fastidio che mi si trasmette alle palle sotto forma di spinta rotatoria che definire furibonda è poco. Per due ottimi motivi.
Il primo è che la Concorrenza ha mandato qualcuno a reclamare il mio agonizzante incarico, in spregio alle regole stabilite dalla loro stessa Dirigenza. Il secondo motivo è che il qualcuno è di nuovo quel cocciuto, arrogante, insopportabile Hashmallim del cazzo.
«Quest’anima viene con me», dichiara tutto serio l’Hashmallim. Sbatte pure le alucce d’ordinanza, non sia mai a qualcuno sfugga la divina autorevolezza del comando.
Mi pianto a gambe larghe e allaccio le mani dietro la schiena. «E buonasera pure a te, celeste polletto. Campi ancora? Ne sono estasiato.»
Lo squadro da sotto in su. Quasi due metri di spocchia per novantacinque chili d’alterigia, infilati dentro jeans e camicia da straccione metropolitano e guarniti in cima da almeno cinquanta centimetri di capelli color oro. Completano il quadro un paio di zigomi che ci puoi grattugiare il pane duro e due occhi ricavati dalla fredda e trasparente perfezione di qualche lago islandese. Fossi meno scazzato, riderei.
«Se tenti di fermarmi, scoprirai che l’ultima volta è stato solo un avvertimento», prosegue il biondo pennuto. Mi punta contro un indice dritto e affusolato. «Arretra e vattene, putrido servo del Caduto.»
Piego la testa di lato mentre le palpebre fanno su e giù. «Ma chi te le scrive le battute, Tolkien sotto acidi?»
Quello pare proprio impermeabile alla mia straripante simpatia. Solleva una mano e manifesta la spada, emblema e suggello del rango angelico. Il bianco fulgore fiammeggiante della lama offusca d’ombre minacciose le superfici islandesi.
«Sono impressionato, davvero», commento fissandomi le unghie. «Bell’impianto luci. Sarà costato uno sproposito. Magari puoi aggiungerci qualche gadget. O due fumogeni. Con in sottofondo i Carmina Burana. Potenzierebbe la nota drammatica, no?» E tuttavia, mentre ancora ostento noncuranza, mi sfilo la giacca. Sottovalutare un Hashmallim è una stronzata troppo grossa persino per i miei standard. E questo Hashmallim in particolare…
La giacca atterra sul pavimento con un tratoc di plastica sbattuta.
Lo smartphone. Nuovo.
Inspiro, molto piano e molto a fondo. Perché oggi non mi sono dato malato?
Alzo le braccia e assumo l’assetto da combattimento più per abitudine che per convinzione. Infatti tento un: «Polletto, freniamo i bollori!», visto che ho voglia di combattere come di mangiare uno stufato di ratto. Ma se stanotte non mi presento con l’anima del vecchio bella e impacchettata, il Capo mi scortica vivo. In senso letterale.
«Riflettici un secondo, hai idea delle porcate che ha combinato la sanguisuga?», domando, puntando il pollice nella generica direzione del vecchio. «Usuraio, ladro e corruttore. Vuoi davvero che sgualcisca quel tuo bel faccino per un insetto del genere?»
Va bene, l’approccio non è stato un capolavoro d’oratoria, però il Polletto assottiglia i laghi islandesi e avanza puntandomi contro lo spiedo sfavillante.
«Che giornata del cazzo», ribadisco tra i denti. Soffio dalle narici ed estraggo gli artigli. L’aria intorno ai polpastrelli vibra quando le dieci creste cornee scattano in fuori. Le punte sono tanto acuminate da brillare.
Gli vado incontro. Ci scambiamo un paio di colpi. Niente di troppo deciso, ancora, finché la spada picchia sugli artigli con abbastanza forza che indietreggio di un passo. Abbasso il baricentro, giro il polso e spingo in giù per incastrare la lama, ma l’Hashmallim scatta indietro prima che la trappola si chiuda.
Il Polletto non è diventato più fesso, purtroppo.
Avanzo. Mi sposto a destra, lui a sinistra. Sono basso sulle gambe. L’Hashmallim stringe la spada all’altezza dello sterno, lo sguardo islandese che non mi lascia un istante, la bocca una linea dritta e ostinata. Descriviamo una semicirconferenza e di nuovo ci facciamo sotto.
Scarto di lato prima di affondare con la sinistra. Gli artigli gli lacerano camicia e braccio. L’Hashmallim però non arretra, la spada ruota a spazzare, risale e mi apre uno squarcio poco sotto la clavicola. La lama torna indietro e solo una gomitata al petto, che porto a segno più per culo che per destrezza, lo allontana e mi evita di essere aperto in due tipo cocomero.
Tocco la ferita, le dita si bagnano di rosso. Ora sono seriamente incazzato.
Alzo gli occhi, le labbra del Polletto sono arricciate a scoprire i denti. A quanto pare il sentimento è reciproco. Infatti inspira e mi si lancia contro. Facendo una cazzata: anticipa troppo e gli chiudo un braccio tra gli artigli. Che io, invece di stringere com’è ovvio e giusto e meritato, riapro.
Lo mollo.
Lo lascio andare.
Ricevendo la ricompensa adeguata sotto forma di una testata che mi fa stramazzare a terra.
Per un tempo imprecisato la realtà diviene un rave cosmico di palloncini al neon, che cercano di sfondarmi il cranio.
Riapro gli occhi. Il Polletto è dritto su di me. Preme la lama sul torace, all’altezza del cuore. Sento la punta pungermi la carne. Quasi non oso respirare. E mi è venuto pure un mal di testa porco.
«L’hai fatto di nuovo, perché?», chiede lui, la bocca arricciata all’ingiù e il mento alto, l’immagine stessa della freddezza sdegnosa.
Intanto il flusso del sangue al cervello è ostruito dal bernoccolo che mi sta crescendo in fronte. Dev’essere questo. Altrimenti perché me ne sto sdraiato come uno scarafaggio rovesciato, zitto e senza reagire?
«Perché non mi combatti mai davvero?», insiste. Ringhia.
«Fottiti!» esplodo. Rotolo sulla schiena, mi rimetto in piedi e insieme lo aggancio alla nuca per assestargli una ginocchiata in faccia che ricorderà fino al giorno del Giudizio. «E tu invece? Perché non vai mai fino in fondo, eh? Ipocrita e vigliacco!»
Dovrei gioire, e invece vederlo indietreggiare grugnendo dal dolore non mi fa sentire affatto meglio, perciò sussurro la Litania Impura e invoco le fiamme.
«Vuoi fare sul serio? Ti accontento!», abbaio.
Gli artigli, ora rossi e roventi, diffondono un tetro bagliore.
L’Hashmallim mastica parole incomprensibili, mi guarda le mani e sputa sangue.
Sorrido compiaciuto. Scommetto che non se l’aspettava. Questa non è roba che vedi tutti i giorni nel nostro ambiente. È un trucchetto che mi è tornato utile un paio di volte. Un ricordino che porto da casa per le situazioni peggiori.
L’Hashmallim si raddrizza, rinserra la presa sull’impugnatura e sibila: «Vigliacco io? Credi non veda quando mi segui per ore, strisciando tra le ombre come è tua natura?»
Apro la bocca. La richiudo. Ci metto qualche secondo a riprendermi. Qualche secondo di pura, soffocante, gelida vergogna. Digrigno i denti e mi stampo in faccia la più riuscita espressione da psicopatico. «Non darti l’importanza che non hai, Polletto. Volevo farti il culo ma m’è passata la voglia.» Mi lecco il labbro superiore con la punta della lingua. «Adesso la voglia è tornata. Contento?»
Quando gli artigli si schiantano di nuovo contro la spada mi ritrovo a immaginare la prospettiva orizzontale del vecchio, che è sempre abbarbicato alla maschera per l’ossigeno. Due esseri di materia eterica roteano e combattono e sanguinano tra luce e fiamme. Chissà se percepisce anche la puzza di penne bruciacchiate.
L’Hashmallim para col piatto della lama e sposta il peso di lato, sbilanciandomi. Annaspo mentre per un soffio mi proteggo il fianco dalla stoccata che arriva puntuale. Mi manca il respiro. Indietreggio, la spada mi insegue. Sembra voglia affondare nel petto e invece aggira gli artigli per dilaniarmi la carne della coscia.
Ululo di dolore. Dal taglio cola calore rosso.
L’Hashmallim alza la guardia per colpire ancora.
La alza troppo.
Urlo e con un calcio allo stomaco lo mando in volo a sfasciare il comò di legno massello, l’autentica icona bizantina e quindi a testare la robustezza della parete retrostante. Le finestre di tutto l’appartamento tremano per lo schianto. Una ragnatela di crepe si diffonde dall’Hashmallim fino al soffitto, mentre il muro sbuffa una nuvoletta di polvere. Intonaco e calcinacci rovinano a terra.
Non gli do tregua. Gli piombo addosso e lo libero con una zampata della spada fiammeggiante. Certo anche lui cadrebbe se non mi curassi d’inchiodarlo col mio peso contro la parete danneggiata. La sua mano destra è abbandonata e sanguina. Ha lo sguardo sfocato. Inclina la testa stordita dalla botta, porgendo la gola ai miei artigli. Sollevo il braccio. Stasera Pollo alla diavola!
L’Hashmallim scivola in avanti, la guancia inerte mi finisce sulla spalla nell’assurda parodia di un abbraccio. Non gli vedo più il volto, nascosto dalla cortina dorata, eppure sento contro il petto l’affanno e il cuore impazzito. Ne annuso l’odore acceso dalla lotta. Mi blocco. Ho la mano ancora sollevata a colpire ma chino il viso. Infilo il naso tra i suoi capelli, troppo morbidi per appartenere a un guerriero, e inspiro. Sanno di erba bagnata dalla rugiada e di sole, del primo, perfetto, incontaminato sole del mattino. Mi solleticano la faccia. Non è vero, sono io che mi sto strofinando come un gatto infreddolito e triste, affamato e solo.
Riassorbo il fuoco infernale, gli sollevo la testa ma non ritraggo gli artigli, che anzi gli chiudo intorno alla gola. Stringo abbastanza da sbarrare ogni possibilità di fuga ma non troppo da ferirlo, e attendo.
Attendo, calmo come non sono stato mai.
Attendo, la ferita alla coscia che pulsa ma la mente una tavola bianca, piatta e sgombra, dove c’è posto solo per quell’odore tiepido e pulito e per il battito del cuore premuto contro il mio.
Attendo, e finalmente torna in sé. Sbatte le ciglia, dietro alle quali coscienza e consapevolezza sono di nuovo integre e piene. Non mi aspettavo nulla di meno, del resto.
Scruto i laghi islandesi e non trovo paura né ribrezzo. Sbigottimento sì, e forse sfida. Ma non dice una parola, non si dibatte, non mi insulta nel solito modo pomposo e non mi ordina di lasciarlo.
Allungo il collo. Piego la testa. Mi fermo a un respiro dalle sue labbra. L’Hashmallim è immobile ma il cuore corre e corre, e non so più se sia il mio o il suo. Lui ingoia aria e schiude appena la bocca.
Annullo la distanza. Seguo il contorno della sue labbra con la punta della lingua, lecco la ferita che gli ho inferto, e mi insinuo. Lo cerco con delicata lentezza, carezzandolo come un amante deferente. Un sospiro esile e roco striscia dalla sua gola per corrermi dentro al cervello, e poi giù, giù fino all’inguine teso.
Spingo coi fianchi, è eccitato quanto me. Eppure ora sbarra gli occhi e forse smette di respirare. Gorgoglia una protesta e tenta di divincolarsi, ma io premo più forte. Schiaccia i palmi contro il mio petto, ma la morsa al collo lo paralizza.
È solo un istante, tuttavia, perché a ciò che faccio dopo può opporsi come e quando vuole.
Ritraggo gli artigli e scivolo in ginocchio.
Una vocina isterica urla dal fondo della mia testa di fermarmi, cazzo!, fermarmi adesso! Vai a capire perché, è la voce di un pupazzo dei Muppets, quello arancio e schizzato a forma di carota. Però le mani sono sorde e brancolano intorno al bottone dei jeans. Tirano giù la lampo.
La vocina strilla ancora ma è facile fingere che le mani sappiano ciò che è giusto. Basta ignorare che non possono avere paura. La mani vogliono e basta.
Le dita afferrano il tessuto e spingono in basso, denudandolo fino alle cosce.
O forse nessuno ascolterebbe l’istinto di sopravvivenza con la vocina di un pupazzo animato. Nessuno sano di mente.
Sollevo lo sguardo. I laghi islandesi sono immensi, cupi e sconvolti. Della quiete fredda e perfetta che conoscevo non c’è più traccia.
Riabbasso la testa. Il respiro dell’Hashmallim si spezza quando accosto le labbra al suo corpo. Stringe i pugni tanto da sbiancare le nocche. Alito e trema. Gli afferro i fianchi. La vocina sbraita che sto infrangendo qualunque legge regoli l’Equilibrio e che in un modo o nell’altro sarò fatto a pezzi.
Come se non lo sapessi già, ghigno.
Piego il collo e lo percorro lentamente con la lingua, dalla base alla punta e giù di nuovo. Sa di buono e di pulito. Lo lecco ancora prima di avvolgerlo tra le labbra.
I fianchi dell’Hashmallim scattano ma la mia presa è salda. Quando inizio a muovermi avanti e indietro mormora qualcosa che non capisco. La vocina invece s’è azzittita, arresa.
Lascio che la lingua lo accarezzi ancora, prima di prendere a succhiarlo con più forza. Lui s’inarca e geme, il respiro accelerato.
Vorrei che mi parlasse. Che mi toccasse.
Lo afferro alla base, in sincronia con la bocca. Il suo fiato si scioglie in un grugnito scomposto e un palmo caldo e saldo come l’acciaio mi copre la nuca.
Continuo a dargli piacere con determinazione spietata. Lo affondo fino alla gola e mi ricambia con un grido. Ho gli occhi chiusi, e non so se li aprirò mai più.
La verità è che non ho mai ambito al potere. Sono solo una piccola stupida pedina in una guerra di cui non ricordo neanche più le cause.
Accelero il ritmo. Il suo corpo si tende e sussulta.
Conosco il dolore e la paura da quando ho tradito e sono caduto con la faccia nella polvere, ma il senso di colpa è un problema che ho risolto.
L’Hashmallim grida e viene. Grida come se gli stessi strappando l’anima e viene come se non dovesse smettere mai.
Mi stacco solo dopo che ha finito. Apro gli occhi. È piegato in avanti, il viso contratto e una mano a sorreggerlo contro il muro.
Mi alzo in piedi. Forse ha già orrore e sta per smembrarmi.
Indietreggio. Può farmi ciò che vuole perché non sopporto più il tetro privilegio di una solitudine infinita.
Afferra i jeans e li tira su senza chiuderli.
Chi non è mai finito nel fango fatica a capire che a volte scopare somiglia ad abbracciare il dolore.
I laghi islandesi sono di nuovo calmi. Lui si china a raccogliere la spada.
Muovo un altro passo indietro. Come abbracciare il dolore, vorrei spiegargli, perché rimette insieme i pezzi, anche quelli che non vuoi.
L’Hashmallim solleva il braccio armato.
Chiudo gli occhi. Tutti i pezzi insieme, neanche possa durare per sempre.
Espiro.
Sono nudo. La spada è di nuovo a terra, sopra i miei vestiti tagliati. Il Polletto mi accarezza una guancia mentre m’infila le dita dell’altra mano tra i capelli. Si china verso le mie labbra e sussurra: «Ora mi dici il tuo nome?»

Lo scrigno delle emozioni: “Storia della seconda Caduta”, di Giusy De Nicolo racconto MM (Lo scrigno delle emozioni vincitore MM)
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baby.ladykira

Oltre ad essere l' Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^
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