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Lo scrigno delle emozioni: “L’ultima notte di San Valentino” di Federica Leva

progetto grafico Chicolena

Copyright

Titolo del libro: L’ultima notte di San Valentino

Autore: Federica Leva

Selfpublishing

 

© 2015, Federica Leva

Grafica di copertina a cura di Federica Leva

TUTTI I DIRITTI RISERVATI. La riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo, non è consentita senza la preventiva autorizzazione scritta dell’Editore.

Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autrice e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o defunte, è assolutamente casuale.

 

 

 

 

Deserto. Solo la morte sopravviveva allo sfacelo del mondo, in quella notte di San Valentino. L’orizzonte oltre le pianure tremolava nell’oscurità lattescente, lavata dall’ansito cadaverico di una luna al primo quarto, un po’ più piccola del consueto, forse anche lei colpita dal morbo misterioso che aveva devastato la terra.
Un ruscello di rocce rotolò a valle e Sinfan si arrestò sulla cima del sentiero, ritirando sotto il mantello le seriche ali adunche, color del fumo scuro. Si guardò attorno, sondando la tenebra con occhi acuti e penetranti, di belva affamata. Ovunque erano sparpagliati i detriti lasciati dalla Morte, resti di corpi in putrefazione, villaggi disabitati, letti di fiumi e laghetti asciutti. Sinfan sibilò una bestemmia e batté un piede a terra.

Il mondo era morto; e anche quell’isola l’aveva tradito. Avrebbe dovuto aspettarselo. Era da giorni che vagava da un posto all’altro nella disperata speranza di trovare qualche essere umano, o anche solo un animale, di cui cibarsi, e quella era l’ultima zolla di terra abitata che gli era rimasta da esplorare. Se non avesse trovato qualche superstite, nascosto da qualche parte, non avrebbe più avuto scampo. Ma chi poteva essere sopravvissuto a quell’implacabile pestilenza?

Dannazione!

Sinfan serrò gli occhi per dominare la rabbia. Quella caccia era inutile. Ne aveva avuto certezza fin dal momento in cui aveva lasciato il cielo fuligginoso della notte ed era disceso su quella collinetta brulla. La Morte lo stava aspettando, perfida e paziente, per mostrargli orgogliosa il suo misfatto: lo scempio di una terra ricca, bruciata come carne viva e, laddove avevano verdeggiato parchi e viali, ora s’increspavano le rughe sofferenti di un’anima spogliata e violentata dall’arsura.

Era la fine. Senza vita, anche un potente Demone della Follia come lui, temuto da tutte le legioni degli Inferi, non avrebbe potuto sopravvivere.

Sangue, ho bisogno di sangue! E di qualcuno da infettare. Si passò una mano sugli occhi febbricitanti. Non si liberava della tossina della follia da alcuni giorni e iniziava a non sentirsi bene. Quel pensiero lo fece rabbrividire. Non posso rischiare di soccombere alle visioni e ai deliri, come se fossi il più impressionabile fra i mortali! No, per gl’Inferi, non avrebbe fatto la fine dei demoni della sua Congregazione! Li aveva visti morire tutti, uno dopo l’altro, urlando e martoriandosi la carne come topi in trappola. Puah, erano deboli come poppanti! Anche Gustav, con le sue arie da demone glorioso, mi ha deluso. Non era migliore degli altri, nemmeno di quell’idiota di Maradiel… Maradiel! Chissà dov’era, quel marmocchio! Aveva lasciato la Confraternita prima che il morbo appestasse la terra, ma la Morte doveva aver già squagliato le sue bianche membra da parecchi giorni, ormai.

Per tutti i diavoli, che gli succedeva? Stava diventando sentimentale! Ripensava ai vecchi amanti come se i fantasmi del passato lo stessero visitando per il saluto d’addio? Si guardò la mano, sporca della cenere che aveva gettato via quand’era atterrato sull’isola. Questo era Gustav. Di lui non resta che uno sbuffo di polvere. È morto come un miserabile, ma io vivrò.

Combattendo contro quella sensazione di ottundimento che tradiva i primi segni d’intossicazione, si strinse nel mantello e discese il sentiero, inoltrandosi nell’isola. Camminò nei villaggi silenziosi e spenti, frugò nelle case, nei letti, nelle culle, nelle stalle, e maledisse il fondo secco degli stagni, dov’erano scomposti gli scheletri invecchiati di pesci e anatre.

Stava per lasciare un cortile polveroso, quando un alito di vita gli solleticò i sensi, spirando dall’oscurità di un boschetto di noccioli. Una bambina piangeva, dove la tenebra era impenetrabile, e quel suono – un canto dolcissimo, per le sue orecchie! – gli fece sobbalzare il cuore. Si voltò di scatto e l’odore di carne viva gli inebriò le narici. Senza pensarci, prese a correre fra i rami ricurvi, inseguendo il richiamo della sopravvivenza. Per un momento il pianto si azzittì, e subito dopo riprese, più fievole, allontanandosi dal villaggio. Forse la piccola l’aveva visto e, impaurita, stava fuggendo lontano da lui.

La scia dei singhiozzi lo guidò su per una collinetta brulla. Sinfan corse al ritmo eccitato del suo respiro e non rallentò il passo neppure quando sospettò che quella corsa era stranamente troppo veloce per essere la fuga smarrita di una creaturina spaventata. D’un tratto il pianto cessò, e Sinfan si fermò sulla cima pietrosa, ansimando lievemente. Annusò l’aria con voracità e catturò l’odore caldo della bambina dietro a un orlo di rocce ammassate poco lontano. Doveva essersi acquattata là, piangendo piano per non farsi sentire.

Piegò la bocca in un sogghigno di trionfo. Per la bimba non c’era più salvezza: ovunque avesse tentato di nascondersi avrebbe fiutato il suo odore, e le sue gambe e le sue ali erano capaci di sopportare un inseguimento di molte ore senza sosta. Si avvicinò alle rocce, e subito qualcosa cambiò. Un altro odore, più forte e velenoso, si mescolò a quello della piccola e, ancor prima che realizzasse quello che stava accadendo, dal paravento roccioso emerse una figura pallida e spettrale, inumana, che stringeva a sé una bimbetta di forse sette anni, ammutolita dalla paura.

Il nuovo demone era fulgido, nella notte fumosa, una stella fredda e abbagliante, letale. Pochi altri potevano sostenere il confronto con la sua bellezza sicura ed elegante, di giovane gentiluomo.

«Sapevo che saresti accorso, Sinfan» disse, e nella sua voce musicale vibrava un astio indomito. «I tuoi appetiti sono sempre stati raffinati, ed io ho scelto con cura questa tenera esca. Una bimba forte e sana, solo per te.»

«Maradiel…» Sinfan si schiarì la voce, sbalordito. «Credevo che fossi morto. Sono tutti morti. Come hai fatto a salvarti, proprio tu

Maradiel si lasciò le rocce alle spalle e gli si avvicinò. Le ali spalancate gli ombreggiavano il volto, grandi e lucide, come se fossero state laccate d’inchiostro. Erano appariscenti, e Sinfan ricordava come brillavano, nelle notti di luna piena; ma erano fragili, e non sostenevano una lunga cavalcata nei cieli. La loro debolezza era il marchio del sangue impuro. Maradiel, nonostante l’avvenenza luminosa, non era altro che un bastardo mezzosangue. Sinfan sorrise con disprezzo, mentre lo guardava uscire dall’ombra.

Anche Maradiel sorrise; ma sulle sue labbra aleggiava un’insopprimibile amarezza.

«Lo credevi o lo speravi, Sinfan?» mormorò. «Mi rammarico d’averti deluso, ma forse sono più scaltro di quanto tu non abbia mai voluto ammettere, mio caro. Mi hai sempre considerato un idiota incapace di pensare, un pezzo d’amore da prendere e buttare a tuo piacere. Un grande errore, Maestro. Un errore che ti costerà la vita.»

Sinfan rise, d’una risata leggera. «Non essere ingenuo, ragazzo. Credi davvero di avere qualche potere su di me?» Si mosse verso di lui, e il chiarore della luna investì il suo volto. Sapeva di essere bello, e i suoi occhi neri dovevano rilucere come perle, nel candore etereo dell’incarnato. Vide Maradiel deglutire, incapace di distogliere lo sguardo dal suo. Sei ancora mio, bambino. Il suo sorriso divenne seducente.

«Che cosa vuoi fare, uccidermi? O sgozzare quella creatura e berla come un volgare vampiro, mentre ti guardo assetato? Sai che potrei portartela via quando ne avessi più voglia.»

Maradiel arretrò e strinse a sé la bimba, un gesto rude, possessivo. «Mai!»

Sinfan continuò a sorridere e si scostò dagli occhi una ciocca di capelli corvini. Quel moccioso giocava al demone ardito? Divertente…

«Sono stato io a far di te quello che sei e conosco i tuoi limiti» mormorò. «Non sei saggio a sfidarmi. Dammela e, se sarai accondiscendente, ti concederò di cibarti di lei, dopo di me.»

«Bugiardo!»

«Non solo, potrai liberarti del germe della follia e godere della sua disperazione. Io posso resistere ancora per un po’ e mi godrò lo spettacolo con te. Non è un dono generoso, questo?»

Maradiel si morse le labbra pallide con tanta foga da ferirsi e Sinfan sorrise. L’aveva in pugno, come sempre. Avrebbe solo dovuto insinuare un po’ di velluto nella voce e avvicinarsi di un altro passo ancora; e la bambina sarebbe stata sua.

 

 

 

Maradiel chiuse gli occhi. Ah, perché, perché per un fuggevole istante aveva provato l’impulso di cedergli la piccola? Sinfan mentiva… mentiva sempre. L’avrebbe usata per sé, e poi gli avrebbe riso in faccia, come la notte in cui l’aveva scacciato dal suo talamo per unirsi selvaggiamente con Gustav. No, non gliel’avrebbe mai ceduta! L’avrebbe messo in ginocchio, invece, costringendolo a supplicare di poter bere almeno una goccia di quel sangue saporito, e lui, crudelmente, gli avrebbe dato solo l’illusione di accontentarlo… Sì, avrebbe resistito alla tentazione della sua voce suadente. Voleva che Sinfan soffrisse, e magari che lo implorasse di condividere con lui l’ultimo pasto, come se fossero ancora amanti. Forse – un pensiero che gli faceva girare la testa! – avrebbe perfino pianto! Sinfan in lacrime! Era possibile che sapesse piangere? Non aveva mai visto piangere i demoni purosangue della loro razza, ma se lui l’avesse guardato con gli occhi inondati di disperazione… Si sentì tremare di pietà.

No! Doveva essere forte! Non avrebbe mostrato alcuna compassione per quel demone che lo aveva usato e gettato come un giocattolo rotto.

Oh, amore mio… perché l’hai fatto?

Il pianto gli soffocò la gola. Il ricordo di quella notte lo dilaniava ancora.

 

 

Era rientrato da una notte di caccia e, senz’attendere d’essere convocato, si era recato nelle lussuose stanze di Sinfan. Era un privilegio che gli era stato concesso fin da quando era diventato il suo Favorito e nessun Demone della Congregazione aveva mai osato frenargli il passo. Ma quella notte, non appena lo scorse avanzare fra le luci basse del corridoio, il Demone Guardiano gli andò incontro.

«Non andare, non adesso» Era più un suggerimento che un ordine. «Il Maestro non è disponibile a ricevere visite.»

Con noncuranza, Maradiel si sfilò il lungo soprabito nero e glielo lanciò fra le braccia. «Per me, ha sempre tempo!» rise. «Fatti da parte.»

«Il Maestro esige…»

Senza badargli, Maradiel lo spintonò lontano, afferrò la maniglia d’ottone ed entrò nell’appartamento di Sinfan. S’accorse che c’era qualcosa d’inconsueto, di terrificante, fin dall’anticamera. Un odore strano, caldo e pungente, simile a certi profumi che aveva respirato in Danimarca, quand’era ancora un mortale. Odore di sesso, passione e… disperazione. Udì il pianto di una ragazza e le risa di due uomini, e il sangue gli si gelò nelle vene. Avanzò di pochi passi e li vide. Se il suo cuore fosse stato ancora vivo, come quello dei demoni di razza, l’avrebbe sentito pulsare nella gola. Sinfan non era solo, nel letto. Con lui c’era un altro demone, e insieme, appena celati dalle cortine del baldacchino, si divertivano a tormentare una giovinetta nuda, che tremava e piangeva, implorando d’esser lasciata libera. Il fumo di dieci candelabri accesi screziava appena la loro nudità, carnale ed eterea a un tempo, esaltata dai tremuli chiari scuri della stanza.

Tremando, Maradiel afferrò i drappi del letto e li scostò bruscamente. «Sinfan…» ansimò. «E tu, Gustav…»

Fissò sbalordito il nuovo adepto venuto dalla Francia, discinto fra le lenzuola di seta dorata. Era bruno e provocante, e le scaglie delle sue grandi ali rilucevano come una miriade di stelle di ghiaccio. Maradiel sentì la propria bellezza nordica dissolversi, davanti ai suoi tratti decisi e mascolini, e anche il lucore liquido delle sue ali sembrò appannarsi, in quell’accecante sfavillio di luci. Approfittando di quell’attimo di distrazione, la ragazza cercò di scivolar giù dal letto e di fuggire, ma con gesto rapido Sinfan l’afferrò per la vita sottile e la scaraventò fra le braccia di Gustav.

«Non così in fretta, dolcezza» sussurrò, con voce sensuale e terribile a un tempo. «A noi piace divertirci, prima di cena.»

«E anche dopo» sorrise Gustav, allusivo, e Sinfan annuì. «Sarai tu ad avvelenarla, mio splendore. Voglio vedere quant’è atroce il tuo Potere.»

«Oh, sì, lo vedrai.» Gustav gli passò una mano fra i capelli e Sinfan accettò la carezza con un accenno di abbandono. Si era già dimenticato di Maradiel, che seguitava a fissarli respirando a fatica.

«Sinfan… ti prego, no…»

Senza ascoltarlo, Sinfan si chinò a mordicchiare l’amante sul collo, per gioco. «Porta due calici di cristallo, ragazzo» ordinò a Maradiel, le labbra ancora incollate alla pelle di Gustav. «I migliori, sai quali sono» E poiché il vecchio amante esitava, lo incalzò: «Svelto, idiota! Che cosa stai aspettando?»

 Trattenendo a stento le lacrime, Maradiel obbedì. Sentiva lo sguardo trionfante di Gustav inseguirlo, tagliente come la sua risata, tanto forte da sovrastare il pianto disperato della ragazza. Portò due flûtes vecchie di trecento anni e, incapace d’andarsene, rimase accanto al letto anche quando Sinfan offrì al nuovo amante il collo della sventurata, un dono d’amore quasi sacro, ereditato dalla Stirpe dei Vampiri da cui discendevano. Perché lo faceva? A lui non aveva mai offerto nessuna vittima, in tutto il tempo in cui era stato il suo prediletto! Cercò di non ascoltare il grido della fanciulla, mentre Gustav la mordeva e colmava i calici con il suo sangue vermiglio. Aggrappato al baldacchino, li guardò bere alla moda degli umani e poi gettarsi alle spalle i bicchieri, che si frantumarono in mille schegge.

Era frastornato. I singhiozzi della ragazza, ancora viva, gli laceravano il cuore. Quanto spreco di bellezza, quanto spreco di vita! Sussultò, quando Gustav l’afferrò e le iniettò la tossina della follia con un  secondo morso. Lei, povera creatura mortale, impazzì quasi subito, vittima di visioni terribili, che le facevano spalancare gli occhi e schiumare la bocca. Non era più bella mentre, ormai moribonda, s’aggirava per la stanza come una farfalla intrappolata in un vaso senz’aria. Lacerò i tendaggi, si strappò i capelli e camminò sui cocci di vetro ferendosi i piedi nudi, gli occhi sbarrati su un orrore inesistente. I due amanti la guardarono ridendo, mentre si seviziava le braccia e la gambe, masticava i capelli strappati e alla fine crollava in ginocchio, esausta.

«Ora basta» decise Gustav e schioccò le dita. «Fallo!»

La ragazza sembrò ritornare lucida; ma fu solo un attimo. Con una mossa lesta, afferrò l’attizzatoio rovente del camino e se lo piantò nel cuore. S’accasciò sul pavimento con un lungo gemito, gli occhi ancora aperti nella pozza vermiglia del suo sangue mortale.

«Eccellente» si complimentò Sinfan, battendo le mani. «Una formidabile padronanza della follia. Non è così, cucciolo?»

Maradiel tacque, impressionato. Pochi demoni avevano un simile controllo sulla tossina della pazzia. Gustav, che il suo sangue potesse diventare fango, doveva discendere da una stirpe illustre di diavoli, per avere un simile potere. Maradiel ingoiò un nodo di pianto. Lui non poteva vantare di discendere da una schiatta eletta. Era soltanto un semplice mortale, ritornato alla vita quando la Morte gli aveva già strappato l’anima, molti anni prima; e per quanto il bacio di Sinfan fosse stato intenso e gli avesse donato un potere rispettabile, non avrebbe mai potuto competere con l’abilità del demone francese. Se almeno il Maestro avesse mostrato di apprezzare ancora la sua sfolgorante bellezza! Ma senza neppure guardarlo, Sinfan gli ordinò di portar via il cadavere e di ripulire la stanza. Poi tirò le cortine trasparenti e affondò nell’amplesso lussurioso e vorace di Gustav.

No… non poteva accettarlo!  Sinfan l’aveva già tradito con altri demoni e demonesse, ma non si era mai dato con tanta carnale passione, e mai l’aveva trattato come se fosse uno sguattero. Di solito, quando lo vedeva imbronciato, dopo essersi dato ad altri, lo attirava a sé, gli accarezzava i capelli e rideva, per fargli capire che era pur sempre il suo prediletto. Ma questa volta era diverso. Sinfan era affascinato dal suo nuovo amante, e non aveva più bisogno di lui. Prima che l’alba sorgesse, Maradiel era già stato spodestato al rango di demone inferiore e l’intera Congregazione aveva riconosciuto Gustav come il nuovo favorito del Maestro.

Nei giorni seguenti, Maradiel strisciò più volte ai piedi di Sinfan, supplicandolo di ripensarci.

«Puoi avere anche lui, ma tienimi con te!» singhiozzò una sera, mentre aiutava Sinfan, profumato e scaldato dal bagno, a indossare una vestaglia ricamata.

Sinfan sospirò, annoiato. «E che cosa me ne dovrei fare di te, bambino? Il tuo tempo è sorto e tramontato.»

Disperato, Maradiel cadde in ginocchio, stringendosi alle sue gambe. «Sarò il tuo servo, verrò da te solo quando mi chiamerai, ma non buttarmi via» lo implorò, mentre le lacrime aprivano macchie scure sul velluto bordeaux della vestaglia. «Non posso vivere, senza di te.»

Si era aspettato che Sinfan acconsentisse; dopotutto, erano stati amanti fino a pochi giorni prima. Invece, il Maestro scoppiò a ridere e lo scalciò via, infastidito. Maradiel ricadde all’indietro sul pavimento e, attraverso il velo delle lacrime, lo vide avvicinarsi alla mensola del camino e prendere un bicchiere ricolmo di sangue fresco. Gliel’aveva procurato lui stesso, quella sera, uccidendo un cacciatore che si era perso nei boschi. Sinfan lo sorseggiò appena e gettò il resto nel fuoco acceso.

«Se non puoi vivere, muori» mormorò, senza neppure voltarsi. «Per me, sei già cenere. Rimani nella Congregazione o vattene, la cosa non mi riguarda più.»

Una porta laterale cigolò e si aprì, ed entrò Gustav, inumidito dai vapori del bagno e coperto solo da uno straccetto, più per gioco, che per pudore. Gli occhi di Sinfan brillarono di eccitazione.

«Sparisci» ordinò a Maradiel, andando incontro al suo amante. Mentre camminava, sciolse la cintura della vestaglia, e con un lieve movimento delle spalle la spinse a terra.

«Hai fame, mio adorato?»

Maradiel lo vide emergere dalla stoffa preziosa, svelando quel corpo che tanto desiderava e che non sarebbe mai più stato suo. Le sue ali scure si aprirono, magnifiche. Anche Gustav spalancò le sue, in un corteggiamento affascinante e primordiale. Maradiel non poté fare a meno di ammirarli. Erano crudeli e splendidi e, per quanto lo volesse, non sarebbe mai stato come loro. Vide Gustav cadere in ginocchio davanti a Sinfan, e afferrargli le natiche, un gesto sensuale e prepotente insieme.

«Ho fame di te, come sempre» sussurrò, lascivo. Poi lanciò un’occhiata trionfante a Maradiel e scoppiò in una risata cattiva. Maradiel si sentì morire. Non poteva restare e assistere a… quello! Dilaniato, corse fuori della stanza e si precipitò sulla terrazza, per riprendere fiato. Come un volgare umano, realizzò, disfatto dall’amore e dall’umiliazione d’essere stato respinto. Si passò una mano sulla faccia, per asciugare le lacrime. Si sentiva il cuore – o quello che ne restava – a pezzi, e per la prima volta, da quand’era diventato un demone, provò il desiderio di morire. E di uccidere Sinfan.

Un giorno, giurò a se stesso, si sarebbe vendicato. Oh, sì, l’avrebbe fatto! Non era il demone più potente della Congregazione e forse nemmeno il più astuto, ma il grande Maestro avrebbe scoperto quanto potevano essere diaboliche, le fragili menti umane, quando invocano giustizia! 

 

 

***

 

Maradiel trasse un profondo respiro, per scacciare i ricordi.

«Non avrai la bambina» dichiarò. «Gustav non avrebbe esitato a obbedirti, ma io non sono come lui. Non lo sono mai stato.»

«Neppure un pallido riflesso» convenne Sinfan, con un sorriso cattivo, e Maradiel sentì un’insopportabile sofferenza bruciargli il cuore.

«Lo so» sussurrò. Eri il suo dio, e lui il tuo, tuo e della Congrega dei Demoni…

Il sorriso di Sinfan s’aprì, irresistibile e maligno.

«Allora sei meno sciocco di quanto non ricordassi» sogghignò.

«Come potrei non saperlo?» Maradiel trattenne a stento le lacrime. «Prima dell’alba lo vedevo con te, nella Sala delle Candele, dove avevi portato anche me» La voce gli si spezzò, al ricordo. «Lo riconoscevo, anche sotto il sangue. Lui non era come tutti gli altri, era l’amante ideale, il più ambito…» Gli parve di morire. «Il più amato».

Tacque un istante, e nel silenzio sentì il cuore della bambina battere all’impazzata contro il suo. Sta’ tranquilla, piccola. Presto riposeremo entrambi in pace, te lo prometto.

Sinfan taceva, limitandosi a guardarlo con quel sorriso odioso e affascinante a un tempo. Come poteva essere così calmo e indifferente? Maradiel accennò a porgergli la piccola con un gesto di scherno.

«La vuoi? Oh sì, so che ti piace. È un bell’esemplare, ma non te la concederò facilmente, amor mio. E anche se la bevessi, moriresti lo stesso. Non c’è più vita, sulla terra. Presto o tardi, avrai bisogno di bere ancora sangue vivo e la tossina t’avvelenerà la mente. Oh, già la scorgo, che ti annebbia gli occhi… Di te non resteranno neppure le ossa e non ci sarà nessuno a rimpiangerti. Nessuno.»

«Neppure tu?»

Io ti rimpiangerò sempre!

Sospirò, e la sua voce si fece più bassa, più grave. «Ah, Sinfan! Ho sopportato tutto, per te: le beffe, i tradimenti, gli insulti! Ma ai tuoi occhi non contavo niente, e anche Gustav… In fondo mi fa pena, quel disgraziato. Che ne è stato della tua passione per lui, se non l’hai neppure pianto, quand’è morto? Hai buttato via i suoi resti come se fossero gli avanzi di una candela consumata. Che ne è stato del tuo amore per lui, quand’era in vita, e di quello per me?»

Scosse la testa, esasperato, e con un solo sguardo abbracciò la devastazione dell’isola. Un’ombra velava l’azzurro delle iridi cristalline, ma nella sua tristezza non c’era rabbia: solo rassegnazione, e rimpianto per un passato che avrebbe voluto vivere in modo diverso.

«Tutto questo» riprese. «Non è un caso o il mero capriccio della Morte. È il mio trionfo su di te e sugli altri demoni che in poco meno di una notte mi hanno dimenticato per uno straniero dallo sguardo perverso.»

Sinfan agitò una mano, sprezzante.

«Sciocchezze. Da solo non puoi aver stravolto le leggi dell’universo. Non so come sia successo, ma una pestilenza ha invaso la terra e…»

Maradiel gli s’avvicinò con passo leggero, sorridendogli. Sinfan lo fissava sbalordito.

«Quanto poco mi conosci, Maestro» sussurrò Maradiel, la voce tagliente. «Sei stato tu a parlarmi del Patto contro la Morte, non ricordi? Dicevi che se tutti i Demoni fossero stati uniti, la Morte non si sarebbe mai impossessata delle loro vite. Ma bastava che un anello della catena si spezzasse perché la forza del vincolo fosse infranta. Io volevo vendetta» Avanzò di un altro passo e Sinfan indietreggiò, più pallido della luna. «Vendetta per il mio amore ferito e per la tua indifferenza – perché tu sei Indifferenza! Volevo che l’offesa degli altri demoni fosse scontata nella morte. Ma più di tutto, volevo che tu soffrissi, che vedessi agonizzare il tuo amante – quell’amante per cui mi avevi scacciato dal tuo letto! -, e ti struggessi nell’impotenza di non poterlo salvare, e che, alla fine, ti arrendessi alla sconfitta.»

«È folle! Hai distrutto tutto, morirai anche tu…»

«È vero» Maradiel tentò ancora un sorriso, ma fallì. «Moriremo insieme, Sinfan. Almeno, questo non mi verrà negato.»

Sinfan ebbe una smorfia di disprezzo. «Sei patetico, ragazzo! Il mio primo maestro mi aveva messo in guardia dal restituire la vita agli umani. I vostri cosiddetti sentimenti vi perseguitano anche dopo la morte. Siete deboli e destinati a soccombere in eterno!»

«Oh, taci!» La bambina si lasciò sfuggire un singhiozzo spaventato e Maradiel le accarezzò i capelli per confortarla. La sua voce divenne un sibilo. «Come puoi non capire? Per tutti i secoli in cui sei vissuto hai conosciuto il possesso e la passione, ma mai l’amore. Io non ho potuto fare a meno d’amarti fin da quando mi hai soffiato l’alito della vita fra le labbra… Maledetto te, per avermi voluto, e maledetto me, per non aver avuto la forza di fuggire, di uccidermi subito!»

«Hai preferito me, nonostante tutto.»

Sinfan aveva parlato con voce bassa e profonda, e Maradiel fu costretto ad annuire. «Allora, come ora. Sempre.»

«Naturalmente» Sinfan tese una mano. «Su, ragazzino, non sfidarmi. Dammi quella creatura. Sai che mi appartiene già. Per prenderla non dovrei far altro che farmi più vicino e guardarti negli occhi.»

Maradiel balzò all’indietro, trasalendo. «Sta’ lontano!» abbaiò, quasi soffocando la piccola contro il suo petto. «Non ti avvicinare!»

Ma gli occhi neri di Sinfan si facevano sempre più grandi, più abbaglianti, più irresistibili. Oh, per uno sguardo d’amore gli avrebbe dato tutto, tutto…! No, il tempo del perdono era passato. Lanciò un grido d’agonia, da belva ferita, e si curvò sulla bambina tremante, azzannandola con violenza sul collo, dilaniando la morbida carne d’avorio e recidendo i vasi gonfi fra i muscoli. Succhiò con rabbia, senza assaporare il gusto del sangue delicato, mentre Sinfan rideva, e lui si chiedeva perché non cercasse di strappargliela di mano per nutrirsi di lei. Non la infettò neppure con la tossina della follia. Non ne aveva le forze e non era mai stato molto abile, come dispensatore di pazzia. Idiota! Aveva sprecato la sua ultima occasione, ed entro qualche giorno sarebbe morto, divorato da visioni orripilanti. Gettò a terra il corpicino straziato della piccola. La sua faccia era una maschera di sangue, e Sinfan rideva ancora.

«Ti spavento ancora tanto, eh, ragazzo?» lo sbeffeggiò.

«Bastardo!» Maradiel ansimava, cieco di rabbia. «Perché volevi che l’aggredissi così? Era il tuo ultimo pasto! Morirai, Sinfan. Morirai!»

«Anche tu, dolcezza. E forse prima di quanto non immagini.»

Indicò l’Oriente, dove i primi fumi dell’aurora schiarivano la pennellata funebre del cielo. Stava per nascere un altro giorno, lungo e torrido, in un mondo senza più mortali di cui cibarsi.

«Resta con me» lo supplicò Maradiel. «Muori con me.»

«Non intendo morire. Io scelgo la vita.»

Mentre parlava, i primi raggi del sole scavalcarono l’orlo aspro dell’orizzonte e scesero a sfiorare la terra. Maradiel sentì il sole accarezzargli il volto bianco, e si sentì tremare.

«Non c’è più vita. Vieni con me» insistette, tendendogli una mano, ma Sinfan ebbe un gesto infastidito.

«Vattene, umano» gl’intimò. «Sei stato il mio più grande sbaglio, ma non ne commetterò un altro, attendendo la morte con te. Va’!»

Lo respingeva ancora. Per Sinfan, era soltanto un fantoccio, inutile sia come amante che come demone. Sperare di trascorrere le ultime ore insieme era stata una follia.

«Allora muori da solo!» soffiò rabbioso. «E che la tua immonda razza possa svanire per sempre!»

Appiattì le ali sulla schiena e se ne andò quasi correndo, inoltrandosi in quel che restava del bosco spoglio. Non sarebbe morto per qualche giorno ancora e, prima di lasciarsi sopraffare dalla pazzia, sarebbe ritornato per raccogliere le ceneri di Sinfan. Le avrebbe fiutate ovunque, e almeno avrebbe avuto qualcosa da conservare, di quel nefasto amore.

 

 

 

Sinfan si sentiva stanco e si guardò un braccio. Oltre il velo che gli offuscava la vista, gli sembrava che fosse rattrappito in un artiglio deforme. Trasalì, ma era consapevole ch’era un’allucinazione. Doveva fare in fretta, se voleva salvarsi dalla sua stessa pazzia.

Si avvolse più strettamente nel mantello e indugiò ancora un istante nella luce del sole nascente. Guardò verso il cielo del sud e cercò un granello luminoso che di notte vestiva la luna di luce e splendore. C’erano altri mondi, laggiù, mondi dove il Patto dei Demoni non era stato ancora infranto e dove la morte non poteva braccarlo. Maradiel, così giovane e ingenuo, non poteva saperlo, e nemmeno gli altri, troppo stolti e spaventati per ricordare i vecchi insegnamenti. Ma lui era nato in un’epoca in cui certi segreti venivano ancora tramandati e gli allievi demoni erano più guardinghi e meno avventati.

Il suo corpo si dissolse in una nube sulfurea e volò lontano, attraverso l’etere del cosmo, e fu attratto dalle ombre calanti di un crepuscolo bambino, luccicante di diamanti e zaffiri. Prese di nuovo forma su una collina adornata di querce e aspirò a fondo il profumo brulicante della vita: menti inquiete di uomini e donne, sangue, un tripudio di emozioni, gioia, paura e – sorrise – pazzia.

Si passò la lingua sulle labbra sottili. Era l’ora della caccia.

 

 

FINE

 

 

 

Racconto originale pubblicato sul supplemento dedicato ai Vampiri – Fanzine Yorick, 1999. Curatore: Enrico Rulli. Titolo originale: “Crepuscolo”.

©Federica Leva, 1999. Ogni diritto riservato. Vietata la riproduzione in ogni sua forma senza l’autorizzazione dell’autore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note biografiche dell’autrice

  “Medico internista, psicoterapeuta e scrittrice. Scrive da quand’è ragazza e ha all’attivo numerose partecipazioni a premi letterari fantasy e mainstream, con una trentina di premi conseguiti e una dozzina di primi posti. Talvolta è stata richiamata per diventare membro onorario o presidente di giuria – Piero Chiara, Artenuova, l’Olandese Volante.  Predilige i generi fantasy, mainstream, storico e umoristico.

Sul finire del 2002 ha pubblicato con Zecchini Editore il romanzo a tema musicale, Radici di sabbia – Andante, Allegretto, Largo, Animato con fuoco”, nell’ambito della collana “I racconti della Musica”, in cui già compaiono il critico musicale Rattalino, Nava e Zignani. Il romanzo si è aggiudicato cinque premi letterari, nazionali ed europei. È prevista una sua nuova pubblicazione nel 2015, in una veste più ampliata e approfondita rispetto a quella originale.

Nel 2006, ha pubblicato il romanzo a tema musicale Cantico sull’Oceano, edito da Ennepilibri di Imperia e ripubblicato nel 2013 dalla Sesat Ed. di Bologna. Il romanzo si è aggiudicato tre premi letterari.

Nel 2014 ha pubblicato il romanzo fantasy “Echi dalle Terre Sommerse”, Sereture Ed., primo volume de “La Saga del Rinnegato”.

I suoi lavori – numerosi racconti di varia lunghezza, interventi, recensioni e articoli letterari e di cronaca – sono stati pubblicati su fanzine, bisettimanali regionali, riviste letterarie, raccolte letterarie e portali Internet. Nel 2012 ha pubblicato il racconto Sacrilege sull’antologia The Gage Project edita dalla casa editrice Inkbeans, Los Angeles.

Nel 2015 sono previste le pubblicazioni di racconti inediti di genere fantasy e umoristico.

Amministra un blog personale www.federicaleva.it, un blog fotografico e un forum di consulti psicologici www.chiediallopsicologo.it.

Le sue grandi passioni sono: leggere, scrivere, il fantasy, la musica e i gatti.

 

 

 

 

Lo scrigno delle emozioni: “L’ultima notte di San Valentino” di Federica Leva
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baby.ladykira

Oltre ad essere l' Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^

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