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Lo scrigno delle emozioni internazionale: “Jezebel” di Tiffany Reisz

progetto grafico Federica

Jezebel
Questa storia si colloca nelle ultime pagine de “Peccato Originale. Il padrone.”
Parte 1
Una Jaguar poteva andare più veloce di una Ducati e Kingsley ringraziava Dio per questo. Sia lui sia Søren si stavano dirigendo verso la casa di Manhattan di Kingsley a velocità massima. La casa di Nora era stata violata, la sua camera da letto distrutta e adesso sapevano chi c’era dietro. In una situazione del genere, era probabile che Søren facesse qualcosa di sconsiderato, di pericoloso e avventato, come chiamare la polizia, una mossa che avrebbe fatto più male che bene.
Kingsley sfrecciò davanti a segnali di stop, semafori e autovelox. Non si preoccupò di fermarsi. A qualsiasi agente che avesse controllato la sua targa sarebbe stato detto di arretrare. Il commissario di polizia del Connecticut tradiva la moglie. Il vicegovernatore di New York aveva un ragazzo di quasi diciotto anni. Kingsley sapeva tutto della donna e del ragazzo. Lavoravano entrambi per lui e il commissario di polizia e il vicegovernatore lo sapevano.
Perciò nessun poliziotto gli avrebbe causato guai oggi, mentre correva dal Sacro Cuore a Wakefield, Connecticut, fino a casa sua a Manhattan, dove avrebbe provato tutto il possibile per tenere quell’incubo sotto controllo. Aveva sperato di poter gestire lui stesso la situazione senza che Søren scoprisse che la donna che aveva sposato e sepolto trent’anni prima era ancora viva. Ma la cosa era andata fuori controllo. Sua sorella Marie-Laure era in cerca di vendetta. Il tempo dei segreti, il tempo di lasciare il passato nel passato, era finito.
Kingsley si immise in autostrada e accelerò. Non vedeva più Søren nello specchietto retrovisore. Quel prete… Kingsley non lo avrebbe mai capito, neanche se fosse vissuto mille anni. Tempo prima, Søren aveva trovato pace diventando un prete cattolico che infrangeva il suo voto di celibato. Eppure quell’uomo non avrebbe attraversato con il rosso neanche se gli avessero puntato una pistola alla testa.
Prendendo il cellulare dalla tasca della giacca, Kingsley chiamò Sophie, l’assistente di Juliette che lavorava per lui in sua assenza. Chiese a Sophie di trovare qualsiasi cosa poteva su una ragazza di nome Camille Acosta, che era fuggita dalla sua famiglia in Quebec trent’anni prima. Sophie non gli aveva fatto domande riguardo quell’incarico – chi fosse la ragazza o perché Kingsley se ne interessasse. Sophie sapeva che era meglio non fare domande, ecco una ragione per cui era una sua impiegata da così tanto tempo.
Adesso era troppo tardi per Camille Acosta, ma forse poteva trovare la sua famiglia e fargli sapere che aveva scoperto cos’era capitato alla loro figlia in fuga. Le era capitata sua sorella. E se avessero voluto sapere dov’era sepolta Camille, avrebbero dovuto visitare un cimitero a Parigi e fermarsi a una tomba che portava il nome di Marie-Laure Constance Stearns.
Decidere quale nome mettere sulla lapide era stata la decisione più difficile della sua vita.
Era stato innamorato di Søren, e lo era ancora. Poteva aver finto che il matrimonio tra sua sorella e il suo amante non fosse mai avvenuto. Avrebbe potuto mettere Marie-Laure Boissonneault sulla pietra, ma invece aveva scelto Stearns. Era stato il suo ultimo atto di contrizione, permetterle di essere sepolta sotto il cognome di Søren. Era pieno di sensi di colpa e si accusava della sua morte. Dopo tutto, sapeva che Marie-Laure sarebbe tornata a breve nella piccola abitazione che condivideva con il neo-marito nella loro scuola. Sapeva che sarebbe potuta passare in qualsiasi momento e quindi, di proposito e senza rimorsi, aveva provocato, tentato, supplicato e implorato Søren.
“Mi vuoi ancora. Perché negarlo?”gli aveva detto Kingsley, tutti quegli anni addietro. E Søren non aveva negato.
“Dammi tempo,” era stata la risposta di Søren. “Dobbiamo pensare ai suoi sentimenti prima di dirglielo.”
“E i miei sentimenti? I nostri sentimenti?” Kingsley sapeva di suonare petulante e infantile. “Ti conosco. So che hai bisogno di me. Io ho bisogno che tu abbia bisogno di me.”
Kingsley aveva imparato che solo il velo più sottile separava l’aspetto civilizzato di Søren dai bisogni primari del suo cuore nettamente selvaggio. Sapeva che lui e Marie-Laure non avevano consumato il loro matrimonio. Erano passate settimane dall’ultima volta che Søren aveva colpito Kignsley e Kingsley sapeva che Søren sarebbe stato al limite del suo autocontrollo a quel punto. La più leggera delle brezze avrebbe scostato il telo della civiltà. Kingsley restò in piedi davanti a Søren e cominciò a sbottonarsi la camicia.
“Feriscimi,”disse Kingsley. “Ti prego.”
Il ‘ti prego’ aveva quasi lasciato le labbra di Kingsley quando la bocca di Søren incontrò la sua in un bacio violento. E la camicia di Kingsley colpì il pavimento in un sussurro di tessuto mentre le dita di Søren scavavano in profondità nelle sue scapole.
E poi Marie-Laure era entrata e li aveva visti.
Per trent’anni aveva evitato il ricordo dell’espressione sul suo viso nel momento in cui aveva visto suo fratello senza camicia che baciava suo marito. Aveva costruito un muro intorno al ricordo e lo aveva sigillato con il cemento della negazione. Ora abbatté il muro ed esaminò il ricordo. Trent’anni prima si era convinto di aver visto shock – shock e disgusto e orrore. Ma ora che incontrava il ricordo faccia a faccia, vide adesso quello che non aveva visto allora. Non era sembrata per nulla sconvolta quando li aveva visti insieme. Non sconvolta, non orripilata, non disgustata. Quando gli aveva voltato le spalle l’aveva vista nascondere un sorriso.
Sorriso? Sì. Un sorriso. Perché era arrivata nel momento perfetto.
Lui conosceva le sue abitudini, sapeva quando passeggiava nel bosco da sola, sapeva quando tornava. E lei sapeva che lui sapeva. Non era stato lui a giocarla quel giorno, come aveva pensato negli ultimi trent’anni. Li aveva giocati lei. E aveva vinto.
Perché durante la sua passeggiata quel giorno aveva spinto una ragazzina giù da una rupe e aveva fatto scivolare la sua fede nuziale sulla mano della ragazza morta. Quando Marie-Laure era fuggita alla vista di suo fratello e suo marito che si baciavano, non era corsa verso la sua morte, era corsa verso l’autostrada e aveva fatto l’autostop fino in Canada.
Mentre si avvicinava a Manhattan, Kingsley provò a concentrarsi sul presente. Cosa avrebbero fatto? Aveva lasciato Griffin a casa di Nora. Fin’ora, Marie-Laure aveva ucciso il suo cane Sadie e distrutto la stanza di Nora. Era stata a casa sua e a casa di Nora. Qual’era la prossima casa? Quella di Søren molto probabilmente, ecco perché lo aveva pregato di venire in città con lui.
Søren non riusciva mai a dire di no quando Kingsley pregava.
I pensieri sfrecciavano nella mente di Kingsley, veloci come la sua macchina che correva verso la città. Avrebbe dovuto mandare qualcuno a fare da guardia alla canonica.
Avrebbe chiamato alcuni dei suoi contatti per vedere se riuscivano a scoprire qualcosa su sua sorella e sul posto in cui si nascondeva. Più importante, voleva sapere chi lavorava per lei, chi aveva dalla sua parte. Se questa cosa si fosse trasformata in una guerra, Kingsley aveva intenzione di vincere e di non lasciare nient’altro che cadaveri dall’altra parte.
Quando raggiunse la casa, parcheggiò la macchina in strada e lanciò le chiavi a Sophie.
“Non interrompermi a meno che non ne valga la pena,” le disse mentre saliva le scale verso il suo ufficio. Glielo diceva spesso ed era sempre una battuta stenografica per ‘Scoperò Juliette per le prossime tre ore. Non interrompermi a meno che la casa non sia in fiamme.’ Ma quel giorno non era una battuta. E doveva ammetterlo, avrebbe preferito che casa sua fosse in fiamme piuttosto che affrontare quel nuovo orrore. Ora sembrava che Marie-Laure tenesse una torcia vicino al suo mondo e non vedesse l’ora di guardarlo bruciare.
Era a casa da soli dieci minuti quando entrò Søren.

Parte 2
“Succede raramente che io possa dire di averti battuto,” disse Kingsley e Søren quasi sorrise.
“Sei fortunato a essere vivo dato il modo in cui guidi,” disse Søren mentre prendeva posto davanti alla scrivania di Kingsley.
“Siamo tutti fortunati a essere vivi, suppongo,” disse Kingsley. “La mia dolce sorella ha ucciso Sadie.”
Gli occhi di Søren si spalancarono lievemente.
“Quando?”
“La scorsa notte. Dopo che sei andato via ho fatto una lunga doccia. Quando sono uscito…”
“Perché non me lo hai detto immediatamente?” domandò Søren.
“Perché volevo gestire la cosa da solo. È mia sorella. È una mia responsabilità.”
“Non puoi gestirla da solo. Io non ho potuto. Tu non hai potuto.” Søren appoggiò la schiena contro la spalliera. “Mi dispiace per Sadie.”
Kingsley fissò Søren. Trent’anni prima era rimasto vedovo, quando aveva creduto che sua moglie fosse caduta, o saltata, giù da una rupe verso la sua morte. E adesso era tornata e stava causando una terrificante mole di problemi. Eppure, Søren aveva offerto a Kingsley le sue condoglianze per la morte di un cane.
“Merci,” disse Kingsley e non aggiunse altro.
“Cosa pensi che farà dopo?” chiese Søren.
“Il prossimo sei tu, je pense,” disse Kingsley. “Ha ucciso il mio cane, distrutto la casa della tua Piccola…”
“È su di me che deve concentrare la sua rabbia. Su nessun altro.”
“Sta’ attento,” disse Kingsley. “Potrebbe farlo davvero.”
“Dobbiamo chiamare Eleanor e Wesley.”
Kingsley vide il sussulto negli occhi di Søren. Il più lieve dei sobbalzi. Dire i loro nomi insieme in una frase – Eleanor e Wesley – faceva più male di quanto Søren avrebbe mai ammesso.
“Lo farò.” Kingsley decise che avrebbe fatto più di una telefonata. Nora avrebbe dovuto lasciare il paese come aveva fatto la sorella di Søren, Elizabeth. Era ancora furioso con Nora per essersela svignata in Kentuchy con quel suo ragazzino ricco. Søren l’amava eppure lei cercava la felicità altrove? Kingsley avrebbe ucciso per essere amato così dall’uomo seduto davanti a lui. Ma non era Nora la donna che li aveva separati trent’anni prima. Lui sapeva – che la amasse o che la odiasse – che non era Nora il nemico. Lo era Marie-Laure. “La troverò e la fermerò.”
“È tua sorella,” gli ricordò Søren. “Ha fatto cose orribili, ma è tua sorella. Non fare niente che potresti rimpiangere. Hai sofferto abbastanza.”
“È anche tua moglie,” gli rammentò Kingsley. “Non provi più niente per lei?”
“Non ho mai provato niente per lei,” disse Søren. “Ora provo soltanto rabbia perché sta cercando di fare del male a voi.”
“E a te,” disse Kingsley. Poi rise e scosse la testa. “Ai tempi della scuola pensavo che Jezebel sarebbe stata l’unica femmina che avrei mai condiviso con te.”
“Mio Dio, Jezebel.” Søren sorrise. “Non pensavo a lei da anni.”
Kingsley ricordava la prima volta che aveva visto la gattina nera con i luminosi occhi verdi.
Era rannicchiata ai piedi di Søren in cucina, mentre padre Aldo cucinava e insegnava a Søren il portoghese.
“L’ho quasi portata con me in Europa,” disse Søren. “Ho considerato sul serio l’idea.”
“Padre Aldo ti avrebbe perseguitato. La adorava.”
“Questa è l’unica cosa che mi ha fermato.”
Kingsley ricordava ancora la notte in cui avevano portato Jezebel con loro all’eremo. Anche dopo che lui e Søren lo avevano ripulito e lo avevano reso abitabile, scoprirono di avere della compagnia topesca. Allora Søren aveva fatto sgattaiolare Jezebel, la gattina nera da cucina di padre Aldo, nell’eremo e ve l’aveva lasciata girovagare una notte. Jezebel si era distesa accanto al camino e li aveva ignorati mentre Søren lo picchiava e lo scopava. Avevano dormito per un po’ sul lettino singolo, Kingsley dalla sua parte con Søren alle sue spalle. Quando si era svegliato circa un’ora dopo, aveva trovato Jezebel raggomitolata sul basso ventre di Søren.
Kingsley sollevò la mano per accarezzare la piccola palla di pelo che faceva le fusa, ma Søren lo fermò con una parola.
“No…”
“Purquoi pas?” aveva chiesto Kingsley.
“Se avrò segni di graffi addosso, voglio che sia tu a farmeli, non lei.”
Kingsley fece un gran sorriso a quella proposta. Di solito Søren lo legava o lo teneva fermo durante il sesso. Una notte avrebbe liberato una mano e avrebbe fatto a Søren tutti i graffi che voleva. “Sembra abbastanza tranquilla.”
“È violenta, brutale e sadica e non ci si può fidare di lei.”
“Deve essere per questo che sei l’unico che le piace,” lo stuzzicò Kingsley. Appoggiò la testa sul gomito e fissò la gatta. Neanche Søren accarezzava la gatta, che stava distesa in modo tanto comodo, quasi possessivo, sul suo stomaco piatto, una zampa avvolta intorno al suo fianco destro. Si era messa comoda a circa quattro centimetri di distanza da una zona piuttosto sensibile della sua anatomia . Persino Søren non sarebbe stato così coraggioso o stupido da rischiare di farla arrabbiare con nient’altro che un sottile lenzuolo tra lui e quattro serie di artigli.
Nessun osava mai far incazzare Jezebel. Secondo i pettegolezzi a scuola, un giorno era semplicemente saltata fuori e non se ne era più andata. Bazzicava soprattutto la cucina e la teneva sacrosantamente libera dai parassiti. Ma Jezebel spesso girovagava altrove. Era stata individuata in biblioteca, era stata vista vagare per i corridoio dei dormitori, a volte persino fare capolino nelle classi. Ragazzi che provarono a diventare suoi amici furono messi in guardia con brutti graffi. L’unico studente o prete che potesse accarezzarla era Søren, non che lo sapessero altri a parte Søren stesso. Kingsley lo aveva beccato a lisciarle la pancia un giorno, in un angolo nascosto della biblioteca. Quando Kingsley era rimasto sconvolto dal fatto che la ‘puttana feroce’, com’era comunemente nota tra il corpo studentesco, aveva lasciato che Søren la accarezzasse, Søren aveva ammesso che lui la coccolava tutto il tempo quando non c’era nessuno in giro. Non voleva che nessuno sapesse che Jezebel aveva fatto di lui l’oggetto della sua esclusiva attenzione. Gli altri studenti lo odiavano e lo temevano abbastanza già così. Non c’era ragione di aggiungere altra benzina sul fuoco.
Perciò Kingsley fece il bravo e non toccò Jezebel, anche se la sua soffice pelliccia nera e il caldo fare le fusa lo invitavano ad accarezzarla. Invece fece scorrere la mano tra i capelli di Søren.
“Non ti è permesso accarezzare neanche me,” disse Søren, lanciando un’occhiata a Kingsley.
“Lo so,” rispose *Kingsley, lisciandogli il bicipite. “Ma sei intrappolato sotto il gatto e se la spaventi ti graffierà senza pietà. Quindi stavo pensando che non la spaventerai. Anche se faccio questo…”
Kingsley lo baciò dritto sulle labbra.
“Non mi starà addosso tutta la notte,” lo avvisò Søren. “E appena sarà andata via…”
“Lo so. Sarò un uomo morto,”disse Kinglsey con fare filosofico. “Ma nel frattempo…”
Kingsley gli baciò il petto, il collo e la clavicola, mentre Søren stava steso lì, incavolato nero.
“Che c’è?” chiese Kingsley. “Non ti piace? Tu mi fai questo tutto il tempo.”
“A te piace,” disse Søren, dandogli un’occhiata di ghiaccio. “A me no.”

Parte 3
“Il nome di questo gatto calza a pennello,” disse Søren, mentre Kingsley passava cinque minuti a baciargli l’orecchio e dall’orecchio alla clavicola e di nuovo indietro. “Jezebel fu una regina che si legò al re Ahab e fece voltare le spalle a molta gente al vero Dio. Eccola qua, reincarnata, unita di nuovo a un re pagano (gioco di parole tra la parola inglese re = king e il nome di Kingsley. Ndt). Siete entrambi dei falsi profeti. Vi farò volare tutti e due dalla finestra e lascerò che i cani vi mangino.”
Kingsley rise così forte che dovette seppellire la faccia nel cuscino per evitare di spaventare Jezebel e sfregiare Søren .
Anche con il viso sul cuscino Kingsley sentì irrigidirsi tutto il corpo di Søren. Sollevò lo sguardo e vide che Jezebel si era sollevata sulle zampe. Si mise in posizione per saltare. Ogni parte di lei reagì con prontezza felina.
“Topo,” bisbigliò Søren.
Kingsley guardò oltre il petto di Søren e vide un piccolo punto grigio che squittiva nell’angolo dell’eremo. Jezebel si lanciò dallo stomaco di Søren, lasciando otto piccole punture sanguinanti sulla pelle.
“Straordinario…” disse Kingsley fissando il sangue.
“Cosa?”
“Sei umano. Stavo iniziando a chiedermelo.”
Søren lo punì per quel commento prendendo la camicia di Kingsley dal pavimento e usandola per togliere il sangue. Insieme guardarono Jezebel che cacciava. Prese il topo facilmente, ma altrettanto facilmente poi lo lasciò andare. Dopo lo riacciuffò. Lo sbatacchiò in giro. Ci si mise persino sopra una volta, prima di permettergli uno scatto di libertà. Con una zampata veloce lo prese per la coda.
“Ha solo intenzione di giocarci, vero?” chiese Kingsley.
“È una sadica. Ci giocherà finché non le andrà più. E poi…”
Kingsley lanciò un’occhiata mentre Jezebel affondava a fondo i denti nel collo del topo e si allontanava con passo saltellante, il suo premio che ancora si dimenava tra i suoi denti.
“E poi questo,” terminò Søren.
“Il tuo sadismo mi piace di più,” disse Kingsley. “Devo vivere per essere morso un altro giorno…”
“Sarai fortunato a sopravvivere, stanotte,” disse Søren, ribaltando Kinglsey sulla schiena e affondandogli i denti nella spalla.
“Uccidimi se vuoi uccidermi,” sussurrò Kingsley tanto piano da dubitare che Søren lo avesse sentito. “Lascia che muoia per te.”
“Sta giocando con noi, vero?” chiese Kingsley mentre usciva dal bellissimo ricordo del passato e tornava al terribile presente. “Come Jezebel con quel topo. Così Marie-Laure con noi.”
“Pensi che ci piomberà addosso?”
Kingsley annuì. “La domanda è, chi è il suo topo oggi?” Søren lo fissò, gli occhi freddi e glaciali.
“Stai pensando di ucciderla, giusto?” chiese .
“Lo farò se devo.”
“No. Deve esserci un altro modo.”
“Il tuo pacifismo non va bene in momenti come questi,” disse Kingsley.
“Non va mai bene. Ma è giusto. Dobbiamo trovarla, parlarle, mettere pace.”
“E se lei non volesse la pace? Che faremo allora? Sei un prete e lei sa della tua Piccolina. Una fotografia, una telefonata, ed è fatta.”
“Allora così sia. Meglio che muoia la mia carriera nella chiesa piuttosto che un essere umano.”
“Grazie a Dio non eri un pacifista trent’anni fa. Mi avresti annoiato a morte invece di scoparmi fino quasi a uccidermi.”
“Non è uno scherzo, Kingsley. Avrei potuto ucciderti allora,” disse Søren. “Penso di esserci andato vicino alcune notti.”
“È per questo che l’hai sposata? Pensavi che mi avresti ucciso se avessimo continuato a giocare?”
All’inizio Søren non rispose, un segno certo che Kingsley aveva toccato un nervo scoperto.
“Non ho mai fatto tanto male a qualcuno quanto a te,” disse Søren alla fine. Kingsley sapeva che parlava solo del dolore fisico che gli aveva provocato quando erano adolescenti. La loro prima volta insieme lo aveva mandato in infermeria. E ci furono molte mattine in cui era riuscito a strisciare fuori dal letto a fatica, una maglietta nera e dei pantaloncini a coprire i segni e i lividi peggiori.
“Volevo che mi facessi del male. Sposarla è stata l’unica sofferenza che mi hai causato che non mi sia piaciuta. Ti amavo e amavo il dolore. Lo faccio ancora. Persino questo dolore.”
“Il dolore che ti abbiamo causato io e Marie-Laure?”
Kingsley scosse la testa. “Il dolore che mi avete provocato tu e Nora. Perché ami lei di più.”
Søren sollevò improvvisamente lo sguardo su di lui. “Prima che questa cosa vada oltre,” iniziò Søren, “c’è qualcosa che dovrei dirti. Qualcosa che volevo dirti da moltissimo tempo. Non l’ho detto solo perché pensavo che avrebbe fatto più male che bene.”
“Cosa?”
Søren iniziò a parlare e Kingsley ebbe la sensazione che il peso del mondo si sarebbe bilanciato sulle prossime parole che sarebbero uscite dalla sua bocca. Ma poi Kingsley sentì un suono – un telefono che squillava. Søren tirò il cellulare fuori dalla tasca e rispose al primo squillo.
Doveva essere Nora. “Eleanor?” disse Søren.
Søren si fermò e ascoltò.
“Wesley, che c’è? Dov’è Eleanor?” chiese Søren.
Seguì un’altra pausa. Il cuore di Kingsley batteva tremendamente forte contro il petto. Wesley che chiamava Søren? Non sarebbe mai potuta essere una cosa buona.
“È francese. Significa ‘ucciderò la puttana’. Wesley, dov’è Eleanor?”
Ucciderò la puttana… trent’anni prima, Marie-Laure aveva giurato di perseguitare chiunque avesse osato rubarle l’affetto di Søren. Aveva detto proprio quelle parole, le aveva dette in francese. Non le aveva mai dimenticate. Uccidere la puttana? Sapeva che il suo nemico era suo fratello? Sicuramente. Doveva averlo saputo tutto il tempo…
Per la prima volta da anni, Kingsley sentì sgorgare una preghiera dal suo cuore: che fosse tutto un errore, che sua sorella fosse morta, che Nora stesse bene, che fosse viva, e che il mondo non stesse per finire.
“Che significa che qualcuno ha preso Eleanor?” chiese Søren e il suo tono era così freddo e crudele da spaventare persino Kingsley.
Tre secondi dopo chiuse la chiamata senza salutare.
“Che c’è?”domandò Kingsley mentre Søren si metteva in piedi.
“Marie-Laure ha preso Eleanor.”
Kingsley lo fissò e poi annuì. Era sconvolto, ma non sorpreso. L’aveva visto accadere prima, quella notte all’eremo. E ora era accaduto di nuovo.
Jezebel aveva attaccato.

 

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traduzione a cura di:Hera88

editing:Vecchiastrega

Tayla

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