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Lo scrigno delle emozioni: Dorothea di Patrizia Ines Roggero

Progetto grafico:Franlù

Titolo: Dorothea

Autrice: Patrizia Ines Roggero

Genere: romance storico

Spin Off di Paradise Valley

1

Agosto 1892, Coloma, California.

Il rombo sordo di uno sparo, un urlo straziante e poi solo il silenzio della notte.

Dorothea rimase immobile nel letto in ascolto. Non si sarebbe mai abituata a quel genere di brusco risveglio. Imprecò tra i denti, mentre il sonno l’abbandonava. Iniziava a detestare Coloma e tutti i suoi abitanti.

Ma che diavolo ci faceva, in quel posto dimenticato di Dio?

Scostò una ciocca bionda dal volto, nell’alzarsi dal letto per raggiungere la finestra socchiusa e si lasciò accarezzare dall’alito fresco del vento, mentre percorreva con lo sguardo la via polverosa sulla quale si affacciava la stanza.

Cos’era accaduto? Lui dov’era? Un brivido la percorse: l’idea di restare lì da sola senza Ray, era anche peggio che restare al suo fianco.

«Al diavolo…» mormorò chiudendo la finestra. «Al diavolo questa vita schifosa!»

Si buttò a sedere alla toeletta e sollevò lo sguardo verso lo specchio, solo per scontrarsi con una se stessa che non riconosceva più. Di lei, della sua bellezza prorompente, non restava che un’ombra, ormai non era altro che un fiore travolto dal lento appassire.

«Ma che diamine…» borbottò, nel tastare le occhiaie che spiccavano sulla pelle pallida. «Cosa mi sta succedendo?»

Che domanda inutile. La risposta stava davanti a lei, lo sapeva, eppure, resistere alla tentazione di soffocare la depressione tra le spire del laudano era troppo forte per poter resistere. Un sorso di liquido amaro e già le pareva che l’ansia andasse scemando, pur consapevole d’aver appena inferto l’ennesima ferita al proprio fisico provato.

Si lasciò andare in un profondo sospiro, come se l’aria le fosse mancata fino a un’istante prima. Ora doveva solo trovare il modo per riprendere in mano la propria vita, perché non aveva alcuna intenzione di finire i suoi giorni in quel buco di pensione, nel letto di un fuorilegge che non le riservava il minimo rispetto.

Era stata una prostituta, una tenutaria e l’amante di molti uomini, ma solo Ray Tanner riusciva a farla sentire come l’ultima delle puttane.

Udì la chiave girare nella toppa e la porta aprirsi in uno spicchio di luce che illuminò la stanza per la frazione di un secondo, poi l’alta figura di Ray oscurò il chiarore proveniente dal corridoio e lei si trovò a fissarlo attraverso il riflesso dello specchio. Era tornato e pareva sobrio, questo stava a significare che la serata non era andata come lui avrebbe voluto. Non c’era stato motivo di fare baldoria.

«Non dormi?» domandò brusco.

«Mi ha svegliata un colpo di pistola.» rispose, mentre posava gli occhi sul cinturone che lui stava appendendo alla spalliera del letto. I soliti gesti di sempre. Quasi le scappò da ridere mentre lo osservava estrarre la colt per posarla sul comodino, “a portata di mano”.

«Erano due.» fece Ray, con fare distratto.

«Cosa?»

«I colpi di pistola.» Le rispose, nell’aprire il tamburo e inserire i due proiettili mancanti.

«Sei stato tu a sparare?» Gli domandò, mentre avvertiva il panico travolgerla. «Hai ammazzato qualcuno?» non sapeva spiegarsi perché la cosa la sconvolgesse tanto, nemmeno fosse stata la prima volta. Eppure, in quella notte dove tutto le appariva sotto una luce diversa, anche lui non le pareva più eccitante come prima.

Era stanca.

«No, l’ho solo ferito, tesoro. Se la caverà con poco.»

«È disgustoso.» mormorò, quasi incapace di restare nella stessa stanza con lui. «Non voglio sentire altro… Non voglio più sapere niente.»

«Cosa succede, piccola? Un’altra delle tue crisi di coscienza?» il tono era strafottente, lo sguardo d’avvertimento. Non avrebbe sopportato una scenata, questo era più che ovvio.

«No, nessuna crisi.» mentì, sforzandosi di non dare sfogo alla paura e alla rabbia che avrebbe voluto urlargli in faccia. «Ma questa vita non fa per me, Ray.»

«Ah, no? Eri più felice quando te ne stavi lassù nel Montana a gestire un bordello da quattro soldi?»

«Il Silver Moon era molto di più.» rispose con malinconia. «E anche io ero più di quel che sono diventata.»

«Non eri altro che la puttana di un mezzosangue… e lui nemmeno ti voleva.» Ray si spogliò della camicia e sciacquò il viso nell’acqua del bacile. I capelli scuri a sfiorargli le spalle e un’ombra di barba a rendere il suo aspetto trasandato.

A ferire Doro fu più il tono usato, che le parole stesse. L’allusione alla sua storia con Jonathan era stato un colpo basso, perché lui sapeva quanto l’altro avesse significato per lei.

«Ero ciò che volevo essere.» disse, stufa di quella discussione e, ancor più, di tutta quella faccenda.

Era tempo per lei di cambiare ancora strada. D’un tratto, le fu impossibile resistere al bisogno di fuggire.

In un paio di passi raggiunse l’armadio e ne tirò fuori la valigia, i suoi abiti più eleganti erano ancora riposti lì dentro, a ricordarle la misera vita aveva condotto da quando aveva incontrato lui.

Fuggire da un luogo all’altro, in continuazione, senza nemmeno avere il tempo di affezionarsi a un posto. No, non era ciò che voleva.

«E adesso che fai?» c’era divertimento nel tono di Ray, quasi come se avesse scambiato quel gesto per una messa in scena.

«Me ne vado.» Doro si spogliò della veste da notte e infilò il primo abito che le capitò a tiro. «Non resterò un giorno di più in questo posto.»

Chiuse la valigia e si portò allo specchio per spazzolare i capelli. Sentiva un’energia nuova scorrerle nelle vene. La smania di ricominciare da capo riusciva a farla sentire di nuovo viva.

Rapidi colpi di spazzola sulla chioma bionda, due pizzicotti per infondere un po’ di colore alla guance e, mentre si voltava per afferrare il bagaglio, si scontrò con lo sguardo incredulo di Ray. C’era dispiacere in quegli occhi color muschio, o erano solo il riflesso del suo orgoglio ferito? Per un attimo la sua fermezza vacillò. Possibile che dovesse sempre innamorarsi dell’uomo sbagliato?

Spostò l’attenzione alle spalle dell’amante, richiamata dal movimento percepito con la coda dell’occhio. Un grosso scarafaggio passeggiava beato sul legno scuro della spalliera del letto, l’ennesimo schifoso insetto che scovava in quella stanza lurida.

Non poteva più vivere in quelle condizioni, nemmeno per amore.

2

«È Tutto qui il vostro bagaglio?» borbottò il conducente della diligenza, strappandole quasi la valigia dalle mani.

«Sì, tutto qui.» a parte un pezzo del suo cuore che restava impigliato negli occhi di Ray, fermo sulla soglia della pensione.

Non avevano dormito affatto quella notte. Lui non le aveva chiesto di restare, si era limitato a trattenerla mettendo in piedi un assurdo battibecco che li aveva tenuti impegnati fino all’alba. E adesso eccolo lì, a fissarla senza aprire bocca, senza muovere un muscolo. Eppure, per la prima volta in tutti quei mesi, Doro ebbe l’impressione di scovare rimpianto in quegli occhi di solito tanto risoluti.

Cosa stava pensando? Gli rivolse un ultimo sguardo prima di salire sulla diligenza. Una parte di lei pregava perché la fermasse, che gettasse la maschera e le dichiarasse il suo amore. L’altra pregava invece perché la lasciasse andare. C’erano amori destinati a far soffrire e uomini nati per stare soli.

Lo sportello si chiuse sollevando una nuvola di polvere all’interno dell’abitacolo. Da un lato sedevano una donna con il figlioletto e una giovane dallo sguardo pensieroso, dall’altro una matrona dall’aspetto pingue.

«Buongiorno.» salutò, con un accenno di sorriso, mentre prendeva posto. «Anche voi diretti a Sacramento?»

«Sì.» rispose la matrona, nel riporre il ventaglio. «E finalmente ripartiamo dopo una notte infernale nella più scadente delle pensioni.»

«Suppongo foste ospiti di Lucy Parker, allora. Non credo di aver mai visto una bettola peggiore.»

«E grazie a Dio ci abbiamo trascorso solo una notte.» commentò l’altra, mentre il figlio sbadigliava mostrando i denti mancanti.

Beati voi, pensò Dorothea, nello sfilare i guanti in tinta con l’abito azzurro. Lei aveva trascorso un mese intero, chiusa nella stanza dell’ultimo piano, tra il caldo, l’umidità e gli scarafaggi. Al solo ricordo, un brivido le attraversò la schiena, ma ciò non bastava a rendere meno dura quella partenza. Lasciare Ray era più doloroso di quanto avesse creduto. Infilò la mano nella borsetta di stoffa e strinse le dita attorno alla bottiglietta del laudano. Sapere di averlo con sé la rendeva meno nervosa.

«Avete famiglia a Sacramento?» s’informò la donna più giovane, distogliendola dal suo rimuginare.

«No, mi sto solo trasferendo.» rispose, consapevole della curiosità che aveva acceso nelle compagne di viaggio. Una donna da sola che viaggiava per il paese…

Gli sguardi di entrambe indugiarono sul suo abito, sull’eleganza della stoffa così in contrasto con il taglio troppo audace per essere indossato da una signora per bene. Il silenzio che cadde su di loro e l’imbarazzo con cui la più giovane distolse lo sguardo, lasciò intendere ogni cosa. Solo la matrona, seduta al suo fianco, pareva ancora interessata a lei e a ciò che aveva da dire.

«E cosa farete una volta giunta a Sacramento?»

«Per ora mi godrò un po’ di riposo, poi vedrò.»

Non intendeva fermarsi a Sacramento, ma evitò di farne parola alle due donne. Sorrise, mentre pensava che una volta raggiunta San Francisco avrebbe riagganciato vecchi rapporti sui quali sapeva di poter contare.

Eppure qualcosa stonava in quei suoi piani. Possedeva ancora gran parte dei profitti ricavati dalla vendita del Silver Moon e poteva davvero decidere di dare una svolta alla sua vita. Avrebbe potuto seguire la strada più semplice, la sola percorsa fino a quel giorno e avviare una nuova casa di piacere, oppure poteva dare un taglio al passato e costruirsi un futuro in cui Dorothea Garner non esisteva affatto…

«Non ci siamo ancora presentare.» fece, l’altra porgendole la mano con garbo. «Mi chiamo Mary Evans e sono originaria di Chicago, lei è mia figlia Theresa.»

«È un piacere conoscervi.» rispose Dorothea ed esibì un timido sorriso, utile a celare la menzogna che stava per pronunciare. «Io sono Diane Walker e vengo dal Montana.» Il nome di sua madre, il primo che le era venuto in mente ed ecco che il passato restava lì a Coloma, mentre la diligenza partiva con uno schiocco di frusta.

Dorothea s’impose di non guardare fuori dal finestrino. Non voleva vedere Ray, altrimenti temeva di non poter resistere al bisogno di scendere dalla vettura e tornare da lui, a farsi umiliare come la più sciocca delle ragazzine innamorate.

«Diane…» commentò la signora Evans, rivolgendole un sorriso. «Vi chiamate come mia figlia.»

«Vive anche lei a Sacramento?» rispose, grata per quella conversazione che la distraeva dal battito folle del proprio cuore.

«No, è rimasta a Chicago. Qui in California vivo con quest’altra mia figlia e i miei nipoti.» disse, nell’indicare i tre seduti sul lato opposto. «Possediamo un grosso emporio in città.»

«Un emporio? Sarò di certo una vostra nuova cliente allora.»

«Sapete già dove alloggiare una volta giunta in città?»

«Non ancora, purtroppo.» rispose, nel notare l’occhiataccia che la figlia aveva rivolto alla madre. «Potete suggerirmi una buona pensione?»

«Oh, posso fare molto di più, cara.» disse l’anziana, posando la mano sulla sua, con fare materno. «Se volete, potete occupare l’appartamento sopra all’emporio, è vuoto ormai da mesi, da quando mio figlio si è trasferito nella casa dei suoceri. L’affitto è modesto e, se avrete bisogno di un impiego, chiedete pure. Il negozio è diventato troppo impegnativo per noi due sole.»

«Siete davvero molto gentile, signora, non so come ringraziarvi.»

«Mi basta un sorriso, cara, uno di quelli che mia figlia non mi rivolge mai.»

Se uno sguardo avesse potuto uccidere, in quel momento lei sarebbe morta. Theresa la fissava con astio, mentre stringeva tra le dita la stoffa della gonna verde scuro.

Madre e figlia erano così diverse, il giorno e la notte, pensò, mentre si sforzava di sorridere.

Dunque la sua nuova esistenza aveva avuto inizio e pareva proprio che il destino, questa volta, volesse darle una mano.

Ray si accese una sigaretta e fissò la diligenza sparire in una nuvola di polvere. Era andata via davvero e un senso di vuoto scese a invadergli il cuore. Aveva creduto che Doro non ne avrebbe avuto il coraggio e che fosse così innamorata di lui da non poter far a meno di stargli accanto, invece era ovvio che le cose non stavano così. Lo aveva lasciato.

«Cristo Santo…» si trovò a mormorare, incapace di comprendere perché mai la faccenda lo sconvolgesse tanto. Forse era la prima volta in vita sua che provava un simile senso di solitudine. Doro, con tutti i suoi difetti e il suo passato fosco, era stata la cosa migliore che gli fosse mai capitata e lui l’aveva persa.

3

Novembre 1892, Sacramento, California

Dorothea si lasciò alle spalle il buon profumo speziato dell’emporio e chiuse la porta a vetri, prima di stingersi nello scialle. Era quasi l’ora di chiusura e, come ogni sera, l’attendeva la consueta passeggiata sul lungofiume.

Quello era uno di pochi momenti in cui non doveva fingere di essere qualcun altro. Le piaceva la sua nuova vita, ma qualcosa dentro di lei continuava a tormentarla. Il passato incombeva sulla sua esistenza come una nube piena d’acqua e lei sapeva che prima poi l’acquazzone della verità l’avrebbe travolta in tutta la sua violenza.

Mary era sempre molto gentile con lei, l’aveva presa sotto la sua ala protettrice e, per la prima volta in vita sua, sentiva di aver trovato una persona che la stimava per quello che era e non per ciò che aveva da dare. Si sentiva bene, ma il rimorso per come stava ingannando quella brava donna a volte si faceva insopportabile. Poi c’era il modo in cui Theresa la scrutava di continuo, sapeva che nutriva seri sospetti su di lei e ciò era motivo di ansia.

Si appoggiò al parapetto che correva lungo l’argine e restò a osservare il lento incedere di un battello sulle acque del fiume Sacramento. Gente che partiva, che arrivava, si perse per un istante a immaginare cosa trasportasse, poi, mentre il natante spariva dietro un’ansa, la sua attenzione si fissò su un foglio assicurato al tronco dell’albero accanto a lei.

Come aveva fatto a non notarlo subito? Il cuore le mancò un battito mentre si avvicinava e incrociava lo sguardo dell’uomo ritratto sulla carta giallastra.

Gli occhi divorarono le parole stampate a chiare lettere e deglutì a vuoto, sopraffatta dall’ansia.

“Ricercato. $ 5.000”

Tornò a fissare il volto dell’uomo. Avrebbe riconosciuto ovunque quello sguardo e doveva aver colpito anche chi ne aveva riferito i dettagli al ritrattista, perché non c’era dubbio, nonostante il fazzoletto che celava la parte inferiore del viso, quel ricercato era Ray Tanner.

«Non cambierà mai…» mormorò, strappando il foglio per guardarlo più da vicino.

Non aveva sue notizie da tre mesi e non aveva idea di dove fosse ora. Forse aveva raggiunto anche lui Sacramento e aveva combinato qualche guaio?

Ray era sempre stato abbastanza furbo da non farsi prendere. Di lui, la legge, non conosceva il nome né il volto per intero e questa era una gran fortuna, ma lei sapeva che prima o poi le cose sarebbero potute cambiare. Non si poteva sfidare la sorte in eterno, né essere certi che i compagni di tante rapine non tradissero il suo nome.

D’improvviso, l’idea che potesse accadergli qualcosa pesava come un macigno sul suo cuore. Averlo lasciato non era servito a dimenticarlo, pensò nell’incamminarsi verso il negozio. Voleva solo raggiungere la sua stanza e chiudersi nel suo tepore accogliente.

Quando rimise piede nell’emporio, però trovò Mary ancora indaffarata con un cliente che aveva acquistato un bel po’ di merce.

«Oh, Diane, per fortuna sei arrivata! Non riesco proprio a trovare il tabacco arrivato questa mattina.» l’accolse la matrona e, mentre l’uomo si voltava a guardarla, Doro ebbe l’impressione che il suo cuore avesse fatto una capriola nel petto.

Ray… mormorò tra sé, incredula nel trovarlo tanto diverso da come era abituata a vederlo. L’abito elegante, i capelli corti e il volto sbarbato. Non le era mai parso tanto bello come in quel momento, mentre ne sosteneva lo sguardo stupito.

«Va tutto bene, cara?» fece Mary.

«Sì, sì, tutto bene.» a parte il fatto che era rimasta impalata a fissare Ray come se avesse visto il diavolo in persona. «Vado nel retro a prendere il tabacco.»

Gli passò accanto a capo chino, ma il profumo che lui emanava bastò a farle tremare le gambe. Acqua di colonia, pareva essere la sola cosa che non avesse cambiato.

«Accidenti!» borbottò, nel chiudere la porta del retro. Sentiva l’ansia premerle sul petto come un macigno. Cosa diavolo ci faceva lui lì? Piagnucolò tra sé, mentre prendeva a frugare tra la merce arrivata quella mattina, alla ricerca del tabacco. Prima glielo portava, prima se ne sarebbe andato.

Il passato era tornato a minare il presente e la nube che aveva immaginato su di sé, ora pareva lanciare pericolosi lampi d’avvertimento. Sarebbe scoppiata una tempesta, non c’era alcun dubbio.

Non si era aspettato di trovarla a Sacramento, aveva creduto che avesse raggiunto San Francisco, pensò Ray, con lo sguardo fisso sulla porta del retro. Non si era aspettato nemmeno di trovarla così diversa. Lontano da lui, Dorothea pareva rifiorita e questo faceva davvero male.

Rivolse un sorriso tirato alla vecchia dietro il bancone e rimase in attesa. Si sentiva un idiota, mentre il cuore aveva preso a palpitare come dopo la più folle corsa.

Stava quasi per dire qualcosa, giusto per rompere il silenzio, ma la porta del retro si aprì e Dorothea ricomparve con in mano un certo numero di confezioni di tabacco. Sembrava serena, ma gli bastò osservarla meglio per leggere lo sgomento che ne turbava lo sguardo.

«Ecco il suo tabacco, signore.» la udì dire con voce ferma. «Quante ne vuole?»

«Una, grazie… Diane.» le rivolse un sorriso, mentre estraeva i soldi dalla tasca interna della giacca. Aveva persino cambiato nome, e non era l’unica. «Abito qui accanto e mi pare ne abbiate parecchio, non mi è necessario farne scorta, per fortuna!»

«Una vera fortuna, senza dubbio.» c’era sarcasmo in quelle parole, anche se lei si esibì in un sorriso capace di fargli ribollire il sangue nelle vene.

Quella donna era splendida… ed era stata sua.

“E l’ho lasciata andare! Che idiota!” ringhiò, mentre si congedava con un saluto e abbandonava l’emporio.

Il vento fresco della sera lo accolse non appena mise piede fuori. Attraversò la strada deserta e si diresse verso la pensione in cui aveva preso alloggio. Forse avrebbe fatto bene a far su le sue cose e partire quella sera stessa. Dorothea era una minaccia per lui, ora che aveva deciso di buttarsi alle spalle il passato e ripartire con le tasche ben colme di denaro. Eppure sapeva che non sarebbe potuto andar via senza averle parlato ancora una volta.

Doro riprese a respirare solo quando scorse la figura di Ray sparire oltre la porta della pensione di fronte all’emporio. Con tutto il posto che c’era in America lui era lì a Sacramento ed era andato ad abitare proprio a un passo da lei. Era assurdo!

«Ci vediamo domani, cara.» la salutò Mary, goffa nel suo cappotto scuro.

«A domani, signora.» rispose, mentre apriva la porta per far uscire la matrona.

Chiuse il negozio, spense le luci e si avviò su per la scala interna che conduceva al suo appartamento.

Forse doveva lasciare la città quella notte stessa, pensò mentre girava la chiave per aprire la porta del suo appartamento. Sarebbe bastata una parola di Ray a far crollare il castello di bugie sul quale aveva creato la sua nuova vita e non era certa di poter sopportare la delusione che avrebbe scorto negli occhi di Mary. Quella vecchia signora aveva preso le sue parti ogni volta che Theresa aveva cercato di scavare più a fondo nel suo passato, diceva sempre che non era educazione porre tante domande a una persona e poi si scusava per l’impertinenza della figlia.

«Sono solo una bugiarda…» mormorò, afflitta, mentre si barricava nel tepore di casa sua.

Non aveva nemmeno appetito, ma si sforzò di cenare e ringraziò il cielo per non avere a disposizione del laudano, altrimenti quella sera sarebbe ricaduta nella dipendenza dalla quale era uscita con grande fatica. No, non avrebbe permesso a Ray di sconvolgerle la vita un’altra volta.

Lavò i piatti, rassettò la cucina, prese il lume e si diresse in camera, dove aprì l’armadio per tirare fuori la valigia. Eccola di nuovo alle prese con i bagagli. Non sapeva dove sarebbe andata, non sapeva cosa si sarebbe inventata questa volta pur di trovare una felicità che le pareva negata.

Era così agitata che, nell’aprire la valigia finì per farla cadere a terra e, con essa, le poche cose che vi aveva lasciato dentro. Un vecchio ventaglio, un cappellino e una lettera che non aveva mai avuto il forza di aprire. Fu su quest’ultima che si fermò il suo sguardo e il cuore mancò un battito.

L’afferrò solo per leggere il nome stampato sulla busta, perché già sapeva che non avrebbe avuto il coraggio di scoprire ciò che diceva.

“Jonathan Shelley, Circle F Ranch, Livingston, Montana” lesse, accarezzando la calligrafia incerta con la punta delle dita.

Quella era la risposta a una sua lettera piena di bugie. Si era inventata una vita fatta di lusso e corteggiatori di alta classe, tra le vie di San Francisco, invece che raccontare lo squallore dei suoi giorni dopo l’arrivo in California. Non voleva che Jonathan sapesse in che modo si era buttata via e non voleva sapere cosa lui stesse facendo, perché l’indirizzo sulla busta parlava chiaro: se lui viveva al Circle F, poteva significare solo una cosa…

Per l’ennesima volta, rigirò la lettera tra le dita senza avere il coraggio di aprirla. Non se la sentiva di leggere ciò che già immaginava vi fosse scritto. Aveva come il presentimento che la vita di Jonathan avesse perso la piega giusta e lei non era pronta ad accettarlo, perché la sua, invece era ancora in balia di un destino che sembrava divertirsi a farla naufragare.

Lo aveva amato molto, pensò, mentre un sorriso malinconico le incurvava le labbra. Jonathan era stato il primo uomo capace di farla innamorare. Con lui non si era mai sentita la madame di una casa di piacere, ma semplicemente una donna.

«Ancora con quella lettera tra le mani?» la voce di Ray le fece rizzare i capelli in testa.

Si voltò, incredula. Come era entrato in casa sua? Domanda inutile, se considerava che lui sapeva scassinare persino le casseforti delle banche!

«Diane…» continuò lui, divertito, mentre si guardava attorno. «Niente male come nome. E dimmi, cos’altro ti sei inventata? Che sei una povera vedova? Una donna abbandonata? O hai raccontato a quella brava vecchia che hai fatto la puttana per tutta la vita?»

«Non credo siano affari tuoi.» disse, con le mani che tremavano quanto la voce. Ripose la lettera sul comodino e tornò a guardarlo negli occhi. Adorava il loro verde scuro e il modo in cui ora la scrutavano. «Perché sei venuto, Ray?»

«Perché Ray Tanner non esiste più e il fatto che tu sia qui lo riporta pericolosamente in vita.»

«Be’ puoi stare tranquillo, me ne sto andando.» e non solo per la paura che le sue bugie venissero scoperte, ma perché da quando lui era entrato in quella stanza, aveva scordato ogni altra cosa, persino il motivo che l’aveva spinta a lasciarlo.

Se ne andava? Ray deglutì a vuoto, mentre Dorothea gli voltava le spalle per frugare nell’armadio. Era andato lì solo per sbatterle in faccia che se avesse mai provato a dire in giro chi lui era, avrebbe fatto altrettanto con lei. Era stata la donna di un fuorilegge e avrebbe potuto trascinarla nel fango con sé. Invece Doro se ne stava andando e ciò lo spiazzava.

Posò lo sguardo sulla valigia aperta sul letto. Era ancora vuota, ma lei aveva già afferrato uno degli abiti per riporli al suo interno.

«Scappi da me o dalla tua vita.» domandò, d’un tratto privo della voglia di litigare. Sentiva d’aver perso ed era una sensazione che lo accompagnava da mesi, da quando lei lo aveva lasciato solo nella lurida pensione di Coloma.

«Da entrambi.» la risposta giunse in un mormorio, ma Ray riuscì a cogliere la sofferenza che aveva accompagnato quelle parole.

E lui cosa provava? Sgomento. D’improvviso, perderla ora che la vita li aveva fatti incontrare di nuovo, gli pareva inaccettabile.

Le si avvicinò piano e la cinse per le spalle, prima di affondarle il volto tra i capelli e inebriarsi del profumo di rose che aveva sognato ogni notte in quei lunghi mesi. Non gli era mai parsa tanto bella quanto quella sera.

«Ricordo ancora il giorno in cui ti ho vista per la prima volta.» le sussurrò all’orecchio. La sentì irrigidirsi e accentuò la presa in cui la teneva ferma. «Su quel treno per San Francisco. Vestivi un abito rosa, con un grazioso cappellino sotto il quale tenevi i capelli raccolti. Portavi i guanti, nonostante il caldo, e ti rinfrescavi con un ventaglio di pizzo bianco.»

«Come fai a ricordarlo?» il tono era incredulo. Ray avvertì il lento rilassarsi di Doro tra le sue braccia e l’attirò ancora di più a sé.

Avrebbe voluto spogliarla e fare l’amore con lei in quel preciso istante, ma frenò l’istinto, perché aveva davvero paura di perderla ancora.

«Eri troppo bella per poterlo dimenticare.» le sfiorò la guancia con le labbra e la vide chiudere gli occhi. Il seno che si alzava e abbassava stretto nel corpetto dell’abito, era una tentazione quasi irresistibile. «E ora sei troppo bella per poterti lasciare andare.»

«Abbiamo già avuto la nostra possibilità, Ray, ma l’abbiamo sprecata e io non voglio tornare a fare la vita di prima… Sei un ricercato, prima o poi ti troveranno.» disse Doro, ma lui non le permise di spezzare l’incantesimo di quell’istante.

«Non accadrà.»

«Ah no?»

«No.» rispose, mentre le mani armeggiavano già con i bottoni dell’abito di Dorothea. Al diavolo tutto quanto, doveva averla! «Ray Tanner non esiste più, non è nemmeno il mio vero nome. L’ultimo colpo mi è quasi costato la vita, ma sono sopravvissuto, sono il solo ad aver portato a casa la pelle e ora sono il solo a sapere i nomi di noi ragazzi. Non mi hanno mai visto in viso durante le rapine e non mi troveranno.»

«E di cosa vivrai ora?» domandò lei, mentre l’abito le scivolava di dosso e lui la faceva voltare per catturarle le labbra in un bacio che aveva desiderato dal momento stesso in cui aveva rimesso gli occhi su di lei.

«Sono ricco ora.» sorrise a un soffio dalle labbra di Doro. «Posso fare ciò che voglio. Anche comprarti questo dannato emporio e metterti l’anello al dito.»

Aveva capito bene? Stava per aprire bocca, ma lui gliela serrò con un altro bacio e le fu impossibile rifiutarlo. Si sentiva molle tra e sue braccia, preda della smania di essere sua, nonostante tutto.

«Cosa ne dici, tesoro, vogliamo concederci una seconda possibilità?» disse lui, mentre si spogliava della giacca e si liberava della cravatta. «Vuoi diventare mia moglie?» domandò infine e, senza perdere tempo, si sfilò la camicia dalla testa.

Aveva sognato infinite volte il momento in cui un uomo le avrebbe fatto una proposta di matrimonio e mai, nemmeno nei suoi pensieri più lussuriosi, si era vista sbattere contro il muro da un ex fuorilegge mezzo nudo che la baciava come se quello fosse l’ultimo bacio della sua vita.

Non ricordava nemmeno che lui l’avesse mai baciata in quel modo. No, ne era certa… sembrava che Ray avesse calato la maschera che li aveva tenuti sempre distanti.

Lasciò che la sollevasse tra le braccia e lo accolse in sé con un fremito di piacere. Impossibile anche solo pensare di rifiutarlo.

Ne avvertiva il respiro sulla pelle, le labbra accarezzarle il collo in languidi baci. Era una follia, ma non c’era altro che desiderasse in quel momento. Avrebbe rimandato i rimpianti a domani.

«Credo proprio di amarti» le sussurrò lui, con la voce resa roca dallo sforzo di amarla e di sostenerla in bilico tra sé e la parete.

«Temo di amarti anch’io»

«Cristo Santo… dici che è un guaio?»

Il sorriso di Ray le rubò un sospiro, ma questa volta sentiva la felicità invaderle il cuore, mentre il piacere scuoteva entrambi nella spire di spasmi che li lasciò ansanti in un abbraccio senza fine.

Epilogo

Sacramento, California, Novembre 1893.

La luce del mattino filtrava dalla finestra della camera da letto. Ray aprì gli occhi e rimase a fissare la figura di sua moglie china sulla culla ai piedi del letto. Da quando era diventata madre, gli pareva ancora più bella.

«Buongiorno.» salutò, pigramente. «Cosa fa nostra figlia?»

«Si è appena riaddormentata.» gli rivolse un sorriso soddisfatto. «Ha la pancia bella piena.»

«Allora perché non te ne torni a letto da tuo marito?»

«Sembra una proposta interessante…»

«Lo è infatti.» le rispose, mentre già l’accoglieva tra le braccia.

Quell’ultimo anno era stato il più felice della sua vita, si disse, saggiando le rotondità che la gravidanza aveva lasciato su Doro. Lo facevano impazzire.

«Signora Turner, vuole fare l’amore con me?»

«Turner… ancora mi devo abituare a questo tuo nuovo nome.»

«Non è nuovo, è sempre stato il mio nome. Ray Turner, di Boston… finito a fare il fuorilegge sotto falso nome, fin quando non ho trovato una bella donna che mi mettesse il cappio al collo.»

«Ah, smettila!» rise lei, nel posargli un bacio sulle labbra. «Mi hai complicato la vita sai? Mary mi ha perdonato per averle raccontato una bugia, ma Theresa mi detesta ancor più di prima.»

«Ma ora siamo loro soci e abbiamo una nuova Diane.» disse, indicando la culla con un cenno del capo. «Non hanno niente di cui lamentarsi.»

«Già… e io sono così felice che mi sembra di sognare.»

«Allora ti piace proprio il nuovo Ray…» considerò, mentre l’attirava a sé pronto ad amarla.

«Credo non ci sia nulla di nuovo in te. Piuttosto era Ray Tanner a essere fasullo quanto il nome che portava. Però mi ha fatto male quel gran bastardo di un fuorilegge.»

E lui se ne pentiva ogni giorno che passava. Se ripensava al modo in cui l’aveva trattata in passato e alla vita che le aveva offerto, provava solo disprezzo per se stesso.

«Perdona quel farabutto e lascialo andare. Appartiene al passato… non pensiamoci più.»

«L’ho perdonato nel momento esatto in cui Ray Turner è comparso nella mia vita. Ma ti avverto, non avrai altre possibilità da me.»

Lo sapeva, per questo rigava dritto come non aveva mai fatto in vita sua. L’idea di perdere Doro e Diane era abbastanza dolorosa da farlo desistere dal cadere in tentazione. Non era sempre facile pensare di vivere da uomo onesto, ma dal giorno in cui aveva saputo che sarebbe diventato padre, sentiva che qualcosa in lui era cambiato e, ora che la sua piccola era lì in carne e ossa, non poteva far altro che sforzarsi di essere il miglior padre per lei.

Doro attese di essere sola per aprire il cassetto del comodino e prendere la lettera che vi giaceva da mesi.

«Jonathan Shelley…» mormorò, ma quel nome non aveva più alcun effetto su di lei, quasi come se appartenesse a un’altra vita.

Strappò il bordo della busta e tirò fuori la lettera. La calligrafia grossolana la fece sorridere e lesse ciò che vi era scritto fino all’ultima parola.

Ora si sentiva davvero bene. Sentiva di aver chiuso con il passato in modo definitivo e poteva sorridere davvero alla sua nuova vita.

Si alzò, prese l’occorrente per scrivere una lettera e iniziò a buttar giù il racconto di quell’ultimo anno. Un marito, una figlia, una vita felice. Questa volta era tutto vero e, con le lacrime che le rigavano le guance, pensò che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di difendere la felicità che le scoppiava nel cuore.

Lo scrigno delle emozioni: Dorothea di Patrizia Ines Roggero
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baby.ladykira

Oltre ad essere l' Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^

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