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Lo scrigno delle emozioni: Come vento su Top Withens di Alessandra Paoloni

 

progetto grafico Federica

Come il vento su Top Withens
Jeanne uscì correndo sotto la pioggia; gli stivali le sprofondarono in una pozzanghera fangosa che si era già formata fuori dalla porta. Non si fermò, nemmeno quando l’orlo del vestito iniziò a inzupparsi di acqua sporca e fanghiglia. Il temporale era scoppiato troppo velocemente, così da non darle neppure il tempo necessario a cambiarsi della camicia da notte. Doveva essere da poco sorta l’alba anche se il cielo ferrigno non avrebbe permesso al sole di sorgere. La brughiera taceva, ammantata da un silenzio interrotto solo dalla pioggia sferzante.
«Grace, vieni a darmi una mano!» gridò in direzione della casa.
Jeanne non attese che la sorella corresse in suo aiuto, ma si affaccendò attorno alle lenzuola rimaste stese durante la notte. Il tramonto rossastro e chiaro della sera precedente non avrebbe mai fatto presagire il temporale di quella mattina. Il tempo nella brughiera era inclemente, e gli uomini non potevano far altro che sottostare ai suoi capricci e ai suoi umori. Jeanne, nonostante la pioggia la colpisse sul viso e sulle braccia costringendola di tanto in tanto a socchiudere gli occhi, riuscì a recuperare uno dei lenzuoli e avvolgerselo attorno al braccio; le lenzuola, animate dal vento, si gonfiavano come le vele di un veliero, ondeggiando e ribellandosi impunemente a lei.
«Grace, vuoi venire ad aiutarmi?» gridò ancora a voce più alta.
Il grido si propagò per la brughiera, e dopo qualche istante una figuretta comparve sull’uscio di casa. La ragazza lanciò delle occhiate fuori e fece una smorfia di disapprovazione. Jeanne poteva quasi sentire sua sorella lamentarsi del fatto che uscendo con quel tempo non solo si sarebbe bagnata, ma molto probabilmente anche ammalata. Alla fine la ragazza si fece coraggio e si avventurò sotto la pioggia. Corse senza mai fermarsi fin quando non si ritrovò al fianco di sua sorella.
«Aiutami!» le comandò Jeanne.
Il lenzuolo agitato dal vento non ne voleva sapere di essere domato, e quella semplice operazione si stava in realtà rivelando più difficoltosa del previsto. Grace si spostò per piazzarsi dall’altro lato e allungò le mani per afferrare un lembo di stoffa. L’afferrò e lo strinse con forza per non lasciarselo scappare via. Alcune gocce di pioggia le finirono negli occhi e lei lanciò un lamento, abbassando la testa e lasciando che i capelli sciolti le ricadessero davanti al viso. Con la mano libera li sistemò dietro le orecchie e quando risollevò lo sguardo notò, non troppo distante dal muro di cinta che delimitava Top Withens, la loro abitazione, una figura muoversi verso di loro, sospinta dalla furia della tempesta. Grace sbatté le palpebre, temendo che la pioggia le avesse giocato uno scherzo mostrandole cose che non esistevano. Ma la sagoma era ancora lì.
«Jeanne, guarda!» disse a sua sorella.
E lasciò il lembo del lenzuolo che riprese a ondeggiare al vento.
«Grace! Dannazione ma che cosa stai facendo?»
«Guarda!» insistette la ragazza sollevando un braccio e indicando con l’indice un punto oltre la recinzione.
Jeanne, sebbene fosse contrariata e ancora in difficoltà, voltò quel tanto che bastava la testa per notare la sagoma di un uomo arrestarsi a non molta distanza da loro, per poi franare a terra e svanire così dalla loro visuale. Le due ragazze restarono impietrite a fissare quel punto. Poi, quasi all’unisono, corsero in quella direzione abbandonando la loro occupazione. Jeanne spalancò il cancello ed entrambe, incuranti ora della pioggia che continuava a scendere lesta, si fermarono a pochi passi dal muro di cinta per osservare quel corpo steso a terra nella fanghiglia. Chi era? E con quale coraggio era risalito fin lì affrontando un tempo funesto come quello?
«Vado a svegliare papà.» disse Grace girando sui tacchi e tornando di corsa in casa, facendo ad alta voce il nome di suo padre.
Jeanne restò impalata sul posto a fissare quell’uomo chiedendosi se fosse stato più o meno prudente avvicinarsi a lui. Rabbrividì, e non seppe mai se quel brivido le fosse stato procurato dalla pioggia e dal vento oppure dall’arrivo improvviso di quello sconosciuto. Fece per muoversi e avvicinarsi quando la voce perentoria e severa di Jeremiah Bentley le arrivò alle spalle.
«Rientra in casa con tua sorella.» comandò l’uomo.
Jeanne assentì con la testa e a malincuore ubbidì.
«Subito, padre!»
Lanciò un’altra veloce occhiata al corpo dello straniero e poi si voltò per tornare sui suoi passi. Suo padre la superò senza guardarla, e Jeanne notò che imbracciava il suo fucile da caccia. Sussultò, aprì la bocca per dire qualcosa ma poi ci rinunciò. Sospinta dalla pioggia che non cessava di dissetare quel lembo di terra, corse in casa senza voltarsi. Notò solo che il lenzuolo ancora appeso era volato via proprio in quel momento, finendo lungo disteso sul muro di cinta. Jeanne decise di lasciarlo lì dov’era e fece rientro in casa, dove si cambiò subito gli abiti bagnati, e dove sua sorella stava già accendendo il fuoco nel camino per asciugarsi le membra intirizzite dal freddo e scaldarsi.

Jeanne e Grace si lanciavano delle occhiate nervose. Per ingannare il tempo Jeanne, che delle due era la maggiore, si era seduta accanto al fuoco a ricamare della stoffa comprata in paese solo qualche giorno prima. Grace invece, con gli occhi incollati ai vetri della finestra, sembrava fissare la pioggia incessante. Si voltava ogni tanto solo a guardare sua sorella, che sollevava a sua volta pigramente lo sguardo dal suo ricamo floreale. Il crepitio del camino era l’unico rumore presente nella stanza. Da quella attigua invece non proveniva alcun suono, come se essa fosse deserta.
«Perché papà ci mette così tanto?» domandò Grace spezzando il silenzio, stufa di quell’attesa.
Jeanne non rispose e continuò a ricamare.
«Chi mai sarà quell’uomo?» chiese ancora Grace allontanandosi dalla finestra e facendo qualche passo verso la porta della stanza dove suo padre aveva condotto lo sconosciuto.
Jeanne seguì i suoi movimenti, e trattenne il fiato quando sua sorella allungò una mano verso la maniglia. Ma la fece subito ricadere e tornò con passo svelto alla finestra. Qualche attimo dopo Jeremiah aprì la porta facendola cigolare e uscì dalla camera. Grace gli si fece incontro e Jeanne si alzò di scatto, abbandonando il suo ricamo incompiuto sulla sedia dove sedeva. Prima che le sue figlie potessero sommergerlo di domande, Jeremiah alzò una mano per metterle a tacere. Ordinò loro di sedersi poiché avrebbe riferito tutto ciò che l’uomo, nel suo delirio febbricitante, gli aveva rivelato.

Il suo nome era Drake. Nessun cognome, nessuna famiglia. Era cresciuto nell’orfanotrofio di Leeds, che aveva lasciato una decina d’anni prima per mettersi sulle strade del mondo e decidere di attraversarle. Aveva girato e viaggiato in lungo e in largo, lavorando saltuariamente nelle piccole e grandi città in cerca di fortuna. Era arrivato a Haworth solo qualche giorni prima, ma nella notte era stato derubato e picchiato da un gruppo di briganti che l’avevano lasciato quasi in fin di vita. Scappato dal paese aveva scorto sulle colline Top Withens e, costretto dalla tempesta, vi si era diretto in cerca di riparo credendola una casa abbandonata.
«Resterà qui con noi papà?» domandò Grace senza badare a nascondere una nota di eccitazione nella voce.
«Fin quando non si riprenderà e non avrà le forze per andarsene.»rispose Jeremiah.
Jeanne lanciò un’occhiata verso la porta della stanza dove l’uomo stava riposando, poi tornò a guardare suo padre.
«Sicuro padre che possiamo fidarci di quello sconosciuto?»
« Jeanne, sei senza cuore!» la rimproverò sua sorella «Non hai visto com’era ridotto quel pover’uomo?»
«Non avete nulla da temere.» parlò Jeremiah sorridendo alle sue figlie «Non potrà comunque lasciare il letto per un paio di giorni; quando poi avrà le facoltà per tornare in viaggio, allora se ne andrà.»
Jeanne annuì e tenne le sue obiezioni per sé. Spostò di nuovo gli occhi verso la porta della stanza del moribondo, quella che era la camera di suo padre. La legna nel camino scoppiettò, facendola sobbalzare. Perché non riusciva a provare compassione per quello straniero, e perché desiderava che lui non fosse mai arrivato a Top Withens?

La giornata trascorse veloce e nessun altro accadimento imprevisto turbò la quiete della fattoria. La pioggia cessò di cadere nel tardo pomeriggio lasciando al suo posto un’aria umida e fredda che sconsigliava l’abbandono del focolare domestico. Per fortuna in casa quel giorno non mancava nulla, e una passeggiata fino a Haworth sarebbe stata inutile e dannosa. Grace iniziò una sequela continua di starnuti costringendo la ragazza a raggomitolarsi accanto al fuoco, avvolta in una pesante coperta. Jeremiah allora rimproverò le sue figlie per essere uscite con il maltempo quella mattina e, recuperato il libro dei Salmi, si sedette accanto alla finestra pregando Dio che nessuno in casa si ammalasse. Jeanne guardò prima sua sorella, poi suo padre e con un coraggio che non credeva di avere domandò:
«Padre, posso far visita allo straniero per controllare le sue condizioni?»
Jeremiah sollevò pigramente gli occhi dal suo libro; le labbra si muovevano piano a recitare un salmo che doveva conoscere a memoria. Fissò per un lungo istante sua figlia, poi fece un cenno d’assenso con la testa. Grace guardò sua sorella senza muoversi, mentre un sorriso malizioso le si dipingeva sul viso. E non si sarebbe di certo risparmiata uno dei suoi commenti sarcastici se un altro starnuto non glielo avesse impedito. Jeanne allora portò con sé una candela ed entrò nella stanza di suo padre. Lo straniero giaceva sul letto, e sembrava che stesse dormendo profondamente. Il suo respiro era pesante ma regolare. Una candela, posta sul mobile accanto al letto, illuminava da sola la camera cosicché Jeanne non poté vedere il profilo dello sconosciuto nemmeno questa volta. Allora fece qualche passo avanti, stando bene attenta a non fare rumore. Le assi di legno del pavimento scricchiolavano debolmente sotto i suoi piedi, ma sperò che lo straniero non si svegliasse comunque. Allungò davanti a sé il moccolo della candela che andò a rischiarare il viso dell’uomo. I suoi capelli scuri erano in disordine sulla fronte e sul cuscino. I tratti del volto erano più giovanili di quanto non fossero sembrati all’inizio, e grande fu la sorpresa per Jeanne quando scoprì che lo sconosciuto poteva avere più o meno la sua età. Questa scoperta la fece esitare e bloccare su stessa. L’asse di legno sul quale si fermò emise un lamento come se fosse viva, e a quel rumore il giovane si mosse e aprì gli occhi. Jeanne volle scappare via, ma non lo fece. Il ragazzo posò lo sguardo su di lei, la fissò per qualche istante poi si alzò a fatica a sedere sul letto. La sua espressione era confusa, come se non ricordasse cosa gli era accaduto.
«Devo andare, non posso stare qui…» blaterò mentre cercava di togliersi la coperta di dosso per alzarsi dal letto.
La sorpresa e l’imbarazzo immobilizzarono Jeanne, incapace di fare qualsiasi cosa. Poi la ragazza si riscosse da quel suo stato di torpore e dopo aver posato la candela si avvicinò al ragazzo per posargli con delicatezza le mani sulle spalle e impedirgli di attuare quella sua folle intenzione.
«Drake, non state bene. Dovete risposare.» disse senza guardare lo straniero in viso.
«Conosci il mio nome?» domandò il ragazzo con tono sorpreso.
Drake tornò a stendersi placando la sua smania di uscire e vagare senza meta per la brughiera fangosa e ostile.
«Si, lo avete riferito a mio padre che lo ha detto a me.» spiegò con premura Jeanne.
E trovò il coraggio di abbassare gli occhi nei suoi; quelli scuri della ragazza cozzarono contro quelli chiari del ragazzo, miscelandosi in uno sguardo indagatore e assieme ammirato. Jeanne sentì le guance avvampare e si tirò indietro quasi come si fosse scottata. Voltò un poco la testa e si domandò inutilmente il motivo di quel suo stato d’agitazione. Drake restò a guardarla e sembrò aver riacquistato al contrario la sua lucidità.
«Vi devo la vita.» disse sistemandosi con una mano i capelli dietro la nuca.
Jeanne rispose con una scrollatina di spalle, come se la cosa avesse poca importanza per lei. Domandò a Drake se avesse bisogno di qualcosa, ma il ragazzo rispose di no. Allora dopo un istante imbarazzante di silenzio, Jeanne recuperò la sua candela e ci congedò dalla stanza sotto gli occhi curiosi e indagatori di Drake. Quando la ragazza si richiuse la porta alle spalle tirò un sospiro di sollievo e si portò le mani sul viso; le guance scottavano ancora e si chiese se per caso non le stesse salendo la febbre.
A cena lo straniero non mangiò quasi nulla, tant’è che Jeanne si domandò se Drake fosse venuto a cercare la morte proprio lì a Top Withens. Non rivelò ad alta voce quella sua constatazione, e nemmeno tutte le altre che via via le sorgevano nella testa riempiendola di imbarazzanti pensieri o supposizioni illogiche.
Jeremiah avrebbe dormito nella stanza delle sue figlie, quindi Jeanne dovette ospitare la sorella nel suo letto. Non possedevano stanze per gli ospiti, era raro che qualche parente o qualche conoscente di Haworth si fermasse lì a trascorrere la notte. Grace non starnutiva più; del brodo caldo e il tepore delle fiamme del camino erano bastati a scongiurarle un malanno più serio. E,recuperate le forze non appena si fu coricata accanto a sua sorella, iniziò il suo personale interrogatorio.
«Com’è?» domandò a Jeanne.
«Chi?» chiese quest’ultima fingendo di non capire.
«Come chi? Drake, lo straniero. Com’è?»
Jeanne si mosse sotto le coperte e le tirò dalla sua parte per indispettire la sua fin troppo loquace sorellina.
«Non capisco davvero a cosa alludi.»
«Stai arrossendo.»
Grace accompagnò a quelle parole una risatina che soffocò nel cuscino.
«E’ buio pesto, come fai a dire che sono arrossita?» la rimproverò Jeanne chiedendosi come sua sorella si fosse accorta del colorito che avevano assunto le sue guance, nonostante fossero al buio nella stanza.
«Speriamo non vada via tanto presto.» concluse Grace facendo seguire a quella sua frase uno sbadiglio.
Jeanne neppure rispose. Osservò i contorni del viso di sua sorella che serrò le palpebre aspettando il sonno. Lei rifletté su quelle sue ultime parole mentre ascoltava le prime gocce di pioggia cadere sul tetto. Il temporale avrebbe piegato la brughiera anche quella notte. Jeanne voltò la testa per fissare l’oscurità al di là dei vetri della finestra e pensò che d’ora in avanti, ogni qual volta la tempesta si fosse abbattuta sulla loro dimora, avrebbe ripensato all’arrivo di Drake, portato lì dalla pioggia.

Il giovane straniero l’indomani mattina, contrariamente a quanto aveva supposto Jeremiah, lasciò il suo letto. Consumò una colazione frugale assieme al vecchio padrone di casa, prima ancora che le sue figlie si svegliassero.
«Toglierò oggi stesso il disturbo.» disse a Jeremiah «Mi sento in forze e posso rimettermi in viaggio.»
Jeremiah lanciò un’occhiata fuori dalla finestra; l’alba quella mattina era rappresentata da un cielo grigio e oscuro, non stanco ancora di riversare la sua ira.
«Non potresti andartene nemmeno se ti cacciassi via.» rispose il vecchio uomo «E’ pericoloso andarsene in giro con questo tempo. E poi devi ripagare il tuo debito…»
Grace aveva ascoltato l’intera conversazione con l’orecchio incollato alla porta della sua camera, e non appena capì che lo straniero sarebbe rimasto ancora per qualche tempo, corse subito a svegliare sua sorella informandola della grandiosa novità. Jeanne, che sonnecchiava ancora sotto la coperta fu destata completamente da quella notizia, e scese in fretta dal letto come se volesse correre da suo padre e impedirgli quella follia. Poi però si bloccò e comandò a sua sorella di lavarsi e vestirsi prima di lasciare la camera; non era mai accaduto che un ragazzo alloggiasse sotto il loro stesso tetto, e la verità era che non sapeva come comportarsi. La presenza di Drake la metteva a disagio, e attribuì quello stato d’animo all’insolita situazione. Quando entrambe furono presentabili a dovere, lasciarono la stanza per raggiungere Jeremiah in cucina.
Grace non vedendo il giovane con lui credette di essersi sbagliata; ma quando la porta d’entrata si aprì e Drake ne entrò con un fascio di legna tra le braccia, capì che il padre aveva richiesto al giovane alcuni servigi in cambio dell’ospitalità del giorno prima. Jeanne trattenne il respiro quando vide il ragazzo ma stette bene attenta a non far trasparire il suo disagio, o sua sorella avrebbe riso di lei davanti a tutti.
Drake sembrò lanciarle un’occhiata mentre disponeva ordinatamente la legna nella cesta di vimini accanto al camino. Poi il ragazzo senza dire una parola tornò fuori, scrutò il cielo e pensò che doveva sbrigarsi a rientrare tutta la legna accatastata lungo il muro di cinta della dimora se non voleva farsi sorprendere dal temporale.
«Drake mi darà una mano in alcune faccende domestiche.» spiegò Jeremiah alle sue figlie «Quando il tempo lo permetterà si rimetterà in viaggio. C’è da sistemare il tetto del salotto; se non lo faremo nemmeno quest’anno temo non reggerà il peso della neve, e cadrà sulle nostre teste.»
Grace annuì, entusiasta. Diede una gomitata a sua sorella, ma Jeanne non le prestò attenzione. Possibile che solo lei fosse preoccupata per la presenza del ragazzo? E cos’era poi che la metteva così in allarme? Doveva smettere di farsi condizionare il pensiero da quel perfetto sconosciuto, che a distanza di qualche giorno sarebbe uscito dalle loro vite per sempre. E, a riprova della sua ritrovata risolutezza, senza dire una parola raggiunse Drake fuori all’aperto. Il ragazzo stava raccogliendo altra legna. Quello in genere era un lavoro che sbrigava lei, quindi standogli a debita distanza raggiunse un altro mucchietto di legna e si chinò per afferrarne qualche piccolo ciocco.
Notò con la coda dell’occhio che Drake si era voltato a fissarla, ma si sforzò di far finta che fosse sola. Attese che il ragazzo le dicesse qualcosa, ma questo non avvenne. Drake, sorridendo tra sé, rientrò in casa per riporre accanto al camino la legna raccolta. Solo allora Jeanne, indispettita, si rialzò facendo ricadere i pezzi di legna che aveva recuperato da terra. Alzò la testa per guardare il cielo e notò la comparsa di un fulmine là sulla linea dell’orizzonte. Voltò poi il capo: il lenzuolo che la mattina precedente non era stata in grado di recuperare, giaceva ancora disteso sul muro di cinta orientale. Jeanne si mosse per recuperarlo. La stoffa era sporca, bagnata e lacera lungo quasi tutto il bordo. Se non fosse riuscita a ripulirlo per bene ne avrebbe fatto degli strofinacci per la cucina. Si alzò sulle punte degli stivaletti per afferrare quello che poteva sembrare un mucchio di panni sporchi e ammassati, ma non riuscì a tirarlo via dal muro. Jeanne neppure sentì i passi del ragazzo alle sue spalle, attutiti dalla fanghiglia del terreno. Drake, che la superava in altezza, allungò un braccio e levò via il lenzuolo lercio dal muro con facilità e naturalezza.
«Volete che lo porti dentro?» domandò a Jeanne.
La ragazza, sorpresa sia dal gesto che dalla voce dello straniero, fece un balzo indietro e per poco non cadde nel fango. Drake con la mano libera la sostenne per un braccio, ma la lasciò subito andare per non turbarla ulteriormente.
«No… sì… portatelo dentro.» rispose Jeanne lisciandosi la gonna del vestito e cercando di assumere un’aria indifferente.
Drake soffocò una risata. La ragazza allora sollevò gli occhi per puntarli nei suoi e poté così osservare il viso del giovane alla luce del giorno, notare i suoi lineamenti marcati e nascosti in parte da una rada barba scura. Erano gli occhi chiari e bonari a risaltare su quel volto altrimenti reso rude dalla vita. Jeanne lo giudicò bello e sentì qualcosa rivoltarlesi nello stomaco. Non aveva ancora mangiato nulla per colazione e di certo la causa di quell’agitazione era la mancanza di cibo.
«Cosa avete da ridere?» gli domandò senza nemmeno accorgersene.
«Nulla.»
Drake si voltò per rientrare in casa.
«Fareste meglio a seguirmi, tra poco scoppierà di nuovo il temporale.» disse alla ragazza.
«Rientrerò in casa quando ne avrò voglia.» rispose Jeanne, indispettita da quella raccomandazione.
Drake parve arrestarsi per tornare sui suoi passi, ma non lo fece. Jeanne restò ancora qualche istante da sola, a scrutare il cielo plumbeo e a soffocare il forte desiderio di fare una passeggiata attorno alla casa. Poi le prime gocce di pioggia la convinsero a mettersi al riparo. Quando richiuse la porta alle spalle pensò che quella giornata sarebbe stata più lunga del previsto.

Mentre Jeanne e Grace apparecchiavano la tavola per il pranzo, Jeremiah e Drake quantificavano i danni e discutevano su quale fosse il modo migliore per rinforzare in tempi brevi il tetto del salotto. Il ragazzo si era mostrato più che disponibile ad aiutare il vecchio Jeremiah in quel lavoro, poiché rivelò di averne già fatti in passato altri dello stesso genere.
«Una volta ho lavorato presso una famiglia di ricchi commercianti di stoffe, e svolgevo diverse mansioni tra le quali ristrutturare un capanno e la stalla dei cavalli.» spiegò Drake mentre affondava il cucchiaio nella zuppa di verdure.
«E quali altri lavori avete fatto nella vostra vita?» domandò Grace interessata al discorso.
La ragazza non notò l’occhiataccia che sua sorella le lanciò, ma Drake si. Per questo si affrettò ad aggiungere:
«Sono stato mozzo su una nave mercantile.»
Il volto di Grace s’illuminò come se le avessero appena rivelato un segreto inconfessabile. La ragazza volle subito saperne di più su quella sua faccenda e Drake raccontò delle sue peripezie per mare, aggiungendoci dettagli che Jeanne credette subito fossero frutto della sua fantasia. Jeremiah sembrava non prestare ascolto a quei discorsi e consumava il suo pranzo in totale silenzio.
Quando tutti si furono alzati da tavola, Grace domandò a Drake di raccontarle ancora qualcosa della sua vita ma Jeremiah rimproverò la minore delle sue figlie dicendole che il ragazzo aveva altro da fare in quel momento.
«Più tardi vi racconterò tutte le storie che vorrete.» le promise Drake.
Il ragazzo spostò gli occhi su Jeanne che stava spazzando il pavimento, ma quando notò che la ragazza in quel momento gli mostrava assoluta indifferenza abbandonò il proposito di rivolgerle qualche parola. Si domandò perché lo trattasse in quel modo, come se non lo volesse in casa sua e si ripromise che al momento opportuno avrebbe parlato con lei. Da solo.
Quel momento si presentò qualche ora dopo. Per il tetto del salone non si poté ancora far nulla perché servivano delle assi di rinforzo da inchiodare dall’esterno, ma vista la pioggia scrosciante quel lavoro era impossibile da svolgersi quel giorno. Jeremiah era tornato così alla lettura dei suoi Salmi, mentre Grace sfogliava un libro davanti alle fiamme crepitanti del camino. Jeanne invece si preoccupò di sistemare la stanza di suo padre dove lo straniero aveva trascorso la notte, e fu lì che Drake la trovò.
«Perché mi trattate in questo modo?» le chiese senza tergiversare.
Jeanne, che era di spalle, sobbalzò e si portò una mano sul cuore per lo spavento. Si voltò a guardare il ragazzo e cercò di nascondere il suo imbarazzo dietro quel suo atteggiamento noncurante e indifferente.
«Non capisco davvero…»
«Oh si che lo capite. Conosco molto bene gli atteggiamenti umani, e voi mi guardate quasi con disprezzo.»
Le parole di Drake la ferirono, ma Jeanne mascherò anche quella volta il suo reale stato d’animo.
«Ma se non vi conosco neppure, come faccio a disprezzarvi?» domandò tornando a occuparsi del letto che stava riassettando sebbene fosse immacolato.
Drake si zittì per qualche istante e osservò la figura della ragazza. Era senza dubbio graziosa con i capelli castani legati in una crocchia sulla testa, la vita sottile, gli occhi scuri e la bocca rosea. La sua semplicità stonava con quei suoi modi a volte sgarbati, e il giovane volle capire cos’era che la rendeva così irrequieta.
«Avete per caso paura di me?» le domandò.
«Paura?»
Jeanne tornò a voltarsi verso di lui, fingendo curiosità e scuotendo la testa.
«Perché dovrei avere timore di voi?» domandò a sua volta, decisa a sostenere quella conversazione.
Drake la fissò per qualche istante e lei si sforzò di non abbassare lo sguardo di fronte a quegli occhi bellissimi. Il cuore della ragazza accelerò i battiti e le sembrò che quel rumore si mescolasse a quello della pioggia.
«Vostro padre è un uomo misericordioso.» riprese Drake facendo un passo verso di lei «Vi sono debitore. Mi avete accolto nella vostra casa; io questo non lo dimenticherò mai.»
Jeanne si strinse nelle spalle e finalmente rilassò i muscoli del volto. Lentamente si sedette sul bordo del letto senza staccare gli occhi dal viso del ragazzo.
«Quanti anni avete?» gli domandò.
«Ne compirò ventuno il giorno di Natale.» rispose Drake lieto che la ragazza si fosse ora tranquillizzata.
Jeanne scoprì che il giovane aveva un anno in più di lei.
«Siete un…vagabondo?» domandò senza pensare al fatto che poteva risultare sgarbata.
Drake a quelle parole abbozzò un sorriso. Incrociò le braccia al petto e poggiò la schiena contro il muro, proprio di fronte a Jeanne.
«Non ho una dimora fissa se è questo che intendete. Mi sposto molto, in cerca sempre di nuovi lavori. Avevo del denaro con me, ma l’altra sera mi è stato rubato in una taverna di Haworth, così adesso dovrò cercarmi subito una nuova occupazione non appena lascerò Top Withens.»
«E non vi spaventa una vita simile? Senza alcuna certezza, senza un tetto sicuro sopra la testa…»
«Anche il tetto del vostro salotto non è sicuro, Jeanne…»
La ragazza non capì il significato di quelle parole e aggrottò la fronte. Drake però le sorrise e lei fu costretta a ricambiare. Lasciarono cadere nella stanza un profondo silenzio, interrogandosi su cosa l’altro stesse pensando.
«Volete che vi presti un libro, per ingannare il tempo?»
Jeanne esternò quella domanda, la prima che le venne alla mente, solo per non restare inchiodata a quel silenzio un istante di più.
«Io non so leggere.» ammise con tranquilla naturalezza Drake.
«Voi non…»
Jeanne s’accorse della pessima figura che aveva appena fatto e si morse il labbro inferiore. Per rimediare a quell’errore si alzò in piedi affermando che avrebbe letto lei qualcosa per entrambi. Drake accettò di buon grado e la seguì in salotto, dove il ragazzo provvide ad accendere il fuoco nel piccolo camino, mentre Jeanne sistemava due sedie lì attorno, lontano dal punto dove l’acqua piovana forava le assi marce e si raccoglieva in un catino messo lì apposta per quel compito.
Grace osservava la scena dalla porta del salotto, ridacchiando tra sé. Sua sorella sembrava meno nervosa adesso, anche se immaginava stesse facendo un enorme sforzo per mascherare la sua timidezza. Quello sconosciuto arrivato assieme alla pioggia aveva appena aperto un varco nel suo cuore.

Quel pomeriggio smise di piovere così Drake e Jeremiah uscirono fuori per controllare lo stato del tetto, e valutare quando e come operare nella zona più a rischio crollo. Jeanne li seguì stringendosi nel suo scialle per ripararsi dalla frescura del vento che soffiava da nord. Sentiva i due uomini parlare ma non li stava ascoltando. Con la mente vagò fino a poche ore prima, a quando Drake durante la lettura di alcune ballate, le aveva detto: “siete molto bella”. Quelle parole l’avevano gettata nel panico, interrompendo non solo la sua lettura ma anche l’atmosfera che si era creata attorno a loro. Drake, accortosi dell’errore che aveva fatto, si era subito scusato per il suo commento inopportuno. Non che non l’avesse lusingata; ma ben pochi erano stati gli uomini che le avevano rivolto quelle parole. Non era abituata a ricevere complimenti, né a essere guardata come la guardava Drake. Il ragazzo, mentre Jeremiah andava dicendo qualcosa sulla quantità di assi che occorreva per sistemare il tetto, voltò un poco il capo per lanciare un’occhiata veloce a Jeanne. Lei se ne accorse e s’affrettò subito ad allontanare lo sguardo. Stava dando un’impressione del tutto errata di ciò che provava, ne era consapevole. Ma se neppure lei stessa sapeva classificare i suoi sentimenti, così contrastanti e vaghi, come poteva darne prova a qualcun altro? Tornò in casa, sconfitta dalle sue stesse incertezze, e preferì evitare gli sguardi maliziosi di Grace chiudendosi in camera.

La pioggia parve dare una tregua quel pomeriggio anche se dal cielo era svanita ogni traccia del tramonto, e il grigiore delle nuvole avrebbe accompagnato l’arrivo della notte.
«Vi domando ancora scusa.»
Drake seguì Jeanne in salotto che andava a svuotare il catino dell’acqua piovana; dal tetto aveva cessato di gocciolare ma se quella notte avesse piovuto di nuovo almeno il raccoglitore sarebbe stato vuoto. Jeanne sobbalzò quando sentì la voce del ragazzo e per poco non fece rovesciare sul pavimento tutta l’acqua del catino.
«Scusarvi?» finse di non capire.
«Per quello che vi ho detto prima. Non volevo essere invadente.»
«Non lo siete stato.»
Jeanne fece per imboccare la porta e uscire, ma Drake allungò un braccio e l’afferrò per un gomito. La ragazza sussultò e fu costretta a sollevare il viso e guardare lo sconosciuto. Avvampò sulle guance e fu scossa da un insolito tremore che sperò lui non avvertisse.
«Credevo che la cosa invece vi avesse turbata.»
Jeanne mantenne lo sguardo fisso in quello di Drake e, quando il ragazzo allentò la presa, lei si scostò un poco per posare il catino dell’acqua sulla madia lì accanto. Scappare in cucina non sarebbe servito a nulla, né tanto meno far finta che tutto andasse bene.
«Perché mi avete detto quelle parole?» chiese, incerta di voler conoscere la risposta.
«Perché è la verità. Siete molto bella.» asserì Drake.
Dunque il suo era stato un commento solamente oggettivo. Una constatazione che magari avrebbe potuto fare a qualsiasi altra donna, forse anche a sua sorella. Jeanne si scoprì delusa e affranta. Si stava comportando da sciocca con quello che era ancora per lei un povero straniero senza passato e senza storia.
«Leggerete ancora per me?» le domandò Drake illuminando il volto in un sorriso.
Jeanne annuì. Con l’animo in subbuglio, sconquassato da pensieri e sentimenti divergenti, completò la sua occupazione e dopo aver riposto il catino vuoto nel medesimo luogo dove si trovava prima, tornò ad accomodarsi accanto a Drake, davanti alle fiamme del camino. Questa volta a osservare la scena sull’uscio lasciato aperto fu Jeremiah che, dopo aver guardato i due giovani, tornò ai suoi Salmi per chiedere consiglio a Dio su una certa questione che gli era balenata in testa dall’arrivo dello sconosciuto.

Jeanne sfogliò la pagina e riprese a leggere. Drake si era seduto a terra, ai suoi piedi, a fissare le fiamme deboli del camino. Il giovane si era distratto e non stava ascoltando le parole della ragazza, ma solo la sua voce che faceva da sottofondo ai suoi ragionamenti. Per tutta la vita aveva sperato nel conforto di un focolare; e per tutta la vita aveva sperato di incrociare la strada di una ragazza come Jeanne, così inesperta delle cose e del mondo. Erano due realtà distinte le loro. I suoi occhi avevano conosciuto cieli e albe differenti, mentre Jeanne non si era mai mossa da Top Withens se non per scendere al villaggio vicino. Si domandò come due realtà tanto diverse potessero combaciare e la risposta la trovò lì, ai piedi di quella ragazza, vicino alle fiamme di un caminetto acceso.
Sentì un frusciare di gonne e quando voltò un poco il capo si ritrovò la ragazza a un palmo dal naso; Jeanne si era seduta sulle ginocchia, il libro ancora aperto davanti agli occhi. Doveva essersi chinata sul fuoco perché la luce nella stanza era scarsa e forse stava sforzando troppo gli occhi nella lettura. Jeanne sentì lo sguardo del giovane puntato addosso, ma cercò di assumere un atteggiamento impassibile. Si concentrò sulla lettura delle ballate fino a che non sentì le dita di Drake posarsi sul libro per sfilarglielo dolcemente dalle mani. Jeanne allora sollevò gli occhi e mozzò il respiro. Il viso del ragazzo era troppo vicino al suo e ciò la mise in difficoltà. I suoi occhi chiari brillavano come due diamanti quando il fuoco sembrava risplendere dentro di loro. Drake sollevò le dita e le accarezzò una guancia. Jeanne tremolò sotto quel tocco e tornò a respirare, come se non aspettasse altro, come se Drake le avesse ridato la vita con quel semplice gesto.
«Siete molto bella…»
Drake ripeté di nuovo quelle parole ma Jeanne questa volta non si irrigidì, né scappò via.
«Chissà a quante altre donne l’avrete detto, d’altronde non avete viaggiato anche per mare?»
«E’ vero, ma non sempre sono stato sincero.»
«Adesso lo siete?»
Drake sorrise a quella domanda. Ripensò alle avventure avute nel suo passato, alle peripezie affrontate nel suo lungo girovagare. Si sentiva come un naufrago che aveva trovato adesso un porto sicuro dove rimanere. Ma era davvero solo questo a fargli accarezzare l’idea di restare in quel posto o nei pressi di esso?
«Avete mai lasciato la brughiera?» domandò.
Jeanne, delusa per quel cambiamento di discorso, scosse la testa.
«No e non la lascerei per niente al mondo. La amo, mia madre l’amava.»
«Vostra madre è…»
«E’ morta quattro anni fa. Lei adorava la nostra terra, così come era affezionata a Top Withens.»
«Io non sono mai stato affezionato a un posto.» rivelò Drake spostando lo sguardo sulle fiamme del camino «Non ne ho mai avuto il tempo. Non ho conosciuto i miei genitori e l’idea di mettere radici non mi ha mai sfiorato. Almeno fino a ieri.»
Il ragazzo tornò a guardare Jeanne, sperando che lei capisse cosa intendeva dire. La ragazza guardava il fuoco all’apparenza disinteressata, quando al contrario dentro di lei si stava scatenando una guerra tra il suo cuore e la sua ragione, tra la volontà di supplicare suo padre di non mandare via Drake e il rimprovero di quel pensiero folle e improponibile. Perché sentiva che se lui fosse andato via, una parte di sé l’avrebbe rimpianto. Con lui la noia della sua esistenza e il tedio del suo cuore erano svaniti, con lui il desiderio di conoscere cose nuove era risorto come quei sentimenti che non pensava di poter provare. Forse per Drake era solo una ragazza come tante incontrata sul suo cammino, ma per lei era quella ventata fresca che si accorse di aspettare da una vita anche se era restia ad ammetterlo.
Grace entrò nella stanza per annunciare che era quasi ora di preparare la cena. Jeanne si alzò così velocemente da rischiare di inciampare nella sua gonna e cadere. Drake la imitò, ma con fare più calmo e tranquillo. Senza voltarsi la ragazza seguì sua sorella e scomparve per andare in cucina. Drake restò immobile ancora qualche istante a riflettere su ciò che era oramai evidente a tutti: si stava affezionando a Jeanne, e lasciare quel luogo gli sarebbe costata molta fatica.

Non piovve nemmeno quella sera e Jeremiah annunciò che se il tempo fosse stato clemente fino alla mattina seguente, allora si sarebbe potuto dare inizio ai lavori di ristrutturazione del tetto.
«Poi potete andarvene se lo credete necessario.» disse l’anziano uomo a Drake per testare la sua reazione e scoprire la sua risposta.
Il ragazzo annuì con la testa e non aggiunse altro. Enorme fu la delusione per Jeanne, che lasciò quasi immacolata la zuppa nel piatto alla fine del pasto. Grace s’accorse della sua tristezza e le sfiorò un ginocchio sotto il tavolo, gesto che sua sorella parve notare appena. Drake sarebbe uscito velocemente dalle loro vite così come ci era entrato.

Il vecchio Jeremiah aspettò che le sue figlie si fossero coricate per scambiare due parole con il ragazzo. Da quando era rimasto vedovo la sua unica preoccupazione era stata assicurare un futuro stabile a Jeanne e Grace; le ragazze, dopo la sua dipartita che poteva avvenire da un momento all’altro come anche tra moltissimo tempo, sarebbero rimaste sole al mondo. E il pensiero di non saperle al sicuro l’avrebbe accompagnato nella tomba rendendolo uno spirito irrequieto. L’arrivo di Drake, provvidenziale e imprevisto, poteva rappresentare la risposta alle sue tante preghiere. Drake ascoltò volentieri le parole di quel padre preoccupato per la sorte delle sue figlie, condividendone le ansie, e quando Jeremiah gli propose di restare lì a Top Withens fu quasi sul punto di accettare. Ma poi ci ripensò e rifiutò quell’invito.
«Non posso. Devo rimettermi in viaggio e trovare un lavoro sicuro.» fu la sua scusa.
Jeremiah non insistette e non ne fece più parola, nemmeno il giorno seguente quando si mise all’opera assieme al giovane per riparare il tetto. Il sole faceva ancora fatica a sbocciare tra le nuvole, ma per lo meno la pioggia aveva concesso una tregua.
Jeanne sentiva il martellare continuo sul tetto del salotto sul quale Drake si era arrampicato, risalendo una lunga scala di legno per rinforzarne le assi o cambiare quelle oramai marcite. La sera prima lei e Grace avevano spiato la conversazione che lui aveva tenuto con il vecchio padre, e il rifiuto alla proposta di Jeremiah le era costato un pianto silenzioso. Che sciocca era stata a illudersi di aver provocato qualche sentimento nell’animo di quel ragazzo! Grace non seppe consolare sua sorella e lasciò che tra loro calasse un silenzio ostinato. Le dispiaceva vederla in quello stato e si ripromise di parlare con Drake non appena avesse finito il suo lavoro.
E la mattinata trascorse lenta e quieta fino a che il tempo non mutò di nuovo sopra a Top Withens, e il rombo di un tuono in lontananza avvisò che un violento temporale stava per scoppiare. Jeremiah rientrò subito in casa perché le sue ossa mal tolleravano le raffiche di vento che scuotevano l’aria. Drake invece restò sul tetto, affrettandosi a ultimare il lavoro. Il rumore del martellare dei chiodi si fece allora più veloce e insopportabile a udirsi. Jeanne fissava il cielo col naso incollato alla finestra.
«Deve rientrare o lo sorprenderà la pioggia.» disse a sua sorella.
Grace non ebbe il tempo di risponderle che lei aveva già indossato lo scialle sulle spalle ed era uscita fuori per gridare a Drake di rientrare subito.
Il ragazzo non udì la sua voce a causa del vento che gli fischiava nelle orecchie e del rumore che lui stesso produceva col suo martello. Jeanne allora senza badare alle possibile conseguenze s’arrampicò su per la scala di legno stando bene attenta a dove metteva i piedi. Lo chiamò ogni volta che saliva un gradino, e solo arrivata alla metà dei pioli s’accorse di aver commesso un’imprudenza. Il vento faceva traballare la scala pericolosamente e la costrinse a fermarsi. Pensò di ridiscendere ma s’accorse di essere pietrificata dalla paura di cadere. Sarebbe rimasta in quella posizione per un tempo inimmaginabile se la mano sicura e forte di Drake non l’avesse afferrata per un polso.
«Jeanne, scendete subito!» le comandò in tono apprensivo.
Jeanne sollevò il viso e vide che il ragazzo era ridisceso di alcuni pioli e si era rannicchiato su se stesso per afferrarla.
La ragazza spostò un piede e lo piazzò sul gradino inferiore al quale si trovava. Drake, senza lasciarle la mano, la imitò e in quella maniera scesero a terra. Solo in seguito Jeanne scoprì che Drake aveva fissato la scala al tetto dell’abitazione con delle corde, per impedire che questa cadesse e lo lasciasse lassù senza dargli modo di riscendere.
«Ma che cosa volevate fare?» le domandò Drake con un’espressione mista di preoccupazione e rabbia. «Se foste caduta vi sareste spezzata l’osso del collo!»
«Stavo salendo per raccomandarvi di rientrare in casa.» rispose offesa la ragazza. «Sta per piovere. Ma vedo che siete ansioso di finire il lavoro per andarvene, non è così?»
Jeanne si pestò la lingua tra i denti; ma cosa le era presto? Rivolgergli quelle parole era stata una mossa avventata e stupida. Drake la fissò per qualche istante attraverso i suoi occhi chiari, che alcuni ciuffi di capelli scomposti dal vento a volte gli ricoprivano costringendolo a spostarli con una mano in un gesto nervoso.
«E’ stato davvero scortese da parte vostra rifiutare la proposta di mio padre. Ne è molto dispiaciuto.» continuò la ragazza.
Era come se non controllasse più ciò che pronunciava la sua bocca. E il suo dannato cuore non faceva altro che battere, trottando imbizzarrito nel suo petto.
Drake non rispose a quella che gli sembrò una mera provocazione. Tutto ciò che fece fu accostarsi alla ragazza, afferrarle un gomito e attirarla a sé. Jeanne sobbalzò e non trovò la forza per divincolarsi dalla sua presa. Drake avvicinò pericolosamente il volto al suo e le sfiorò la fronte con le labbra, un tocco lieve che le produsse una scossa pari a mille brividi di freddo. Le prime gocce di pioggia presero a scendere dal cielo, e l’aria fu percorsa dallo squarcio del tuono. Jeanne sussultò e Drake aumentò la presa sul suo braccio. La pioggia le picchiettò la testa ma non per questo si mosse.
«Chiedetemi voi di restare e io lo farò.» parlò Drake incurante della tempesta che stava per abbattersi su di loro.
Jeanne sollevò gli occhi lentamente per posarli nei suoi. Non un suono le uscì dalle labbra e Drake scostò allora il viso dal suo, mal interpretando quel silenzio.
«No, aspettate!»
Temendo che lui potesse allontanarsi e rientrare, Jeanne sollevò le braccia e gli circondò il collo in un abbraccio timido e impacciato che Drake ricambiò subito con una stretta più salda e forte. Non c’era bisogno di aggiungere a quello altre parole. La pioggia prese a scendere più lesta e solo a causa di essa i due giovani si divisero per correre a ripararsi dentro casa. Incrociarono Grace sulla porta che stava uscendo per andarli a cercare, e questa sorrise quando notò che sua sorella e Drake si tenevano per mano. Sciolsero la presa solo in presenza di Jeremiah al quale il ragazzo annunciò subito che sarebbe rimasto ancora qualche giorno, adducendo come scusa la persistenza di quelle piogge violente.

«Ti ha baciata come accade nei libri?» domandò Grace quella notte prima di coricarsi nel letto assieme a sua sorella.
«Ma no, cosa stai dicendo?»
Jeanne affondò la faccia paonazza nel cuscino. Era felice. Avrebbe ricordato quella come una delle giornate più belle della sua vita. L’abbraccio di Drake e il suo tocco erano stati linfa per il suo umore, e di colpo aveva preso a vedere tutte le cose da un’altra prospettiva.
«E vi sposerete?»
Jeanne a quelle parole si alzò a sedere sul letto, mutando atteggiamento.
«Smettila Grace! Non so cosa accadrà adesso e non voglio pensarci…»
L’ansia si unì all’imbarazzo e la rese irrequieta. Quelle erano domande che non si era posta. Sapeva che Drake e suo padre in quell’istante si stavano accordando affinché il ragazzo potesse restare a svolgere mansioni lì a Top Withens. Al vecchio Jeremiah occorreva qualcuno che si occupasse di quelle faccende domestiche che lui faceva fatica a portare avanti data la sua età, e che le sue figlie non sarebbero state in grado di fare da sole senza un aiuto costante e presente.
«Ne sei innamorata?» chiese ancora Grace sedendosi accanto a sua sorella, con gli occhi che brillavano per la curiosità.
Jeanne circondò le ginocchia con le braccia e poggiò le spalle contro lo schienale del letto.
«Questa è una domanda difficile. Se l’amore vuol dire riscoprire se stessi e il mondo, allora credo di si. Se vuol dire aver timore di perdere già l’altra persona o che tutto sia una falsa illusione, allora credo di provare qualcosa per Drake che si avvicini all’amore. Tutto di lui ancora mi è ignoto, eppure è come se lo conoscessi da tempo. Se andasse via mi mancherebbe, soffrirei per la sua mancanza, avvertirei un vuoto che potrebbe essere incolmabile.»
Grace soffocò una risatina e si sistemò sotto le coperte fantasticando su quell’amore del quale non era affatto gelosa, anzi. Era entusiasta all’idea di veder sviluppare quel sentimento che aveva visto sbocciare sotto i suoi occhi. Jeanne la imitò subito stendendosi al suo fianco. Faticò a prendere sonno mentre cercava di captare il suono della voce di suo padre e di Drake nella stanza vicina. Ma abbandonò quel proposito non appena avvertì l’incoscienza sorprenderla e trasportarla verso sogni sereni.

Drake avrebbe lasciato Top Withens per cercare una stanza in una delle locande giù al villaggio. A Haworth avrebbe cercato anche un lavoro saltuario da alternare alle mansioni da svolgere lì sulla cima della collina. Jeremiah reputò prudente che il ragazzo restasse nelle vicinanze di Top Withens e non proprio al suo interno, per evitare inutili pettegolezzi o spiacevoli inconvenienti.
Quando Jeanne apprese quella decisione lasciò che il suo entusiasmo svanisse così come era nato. Sperava davvero che Drake restasse sotto il loro tetto per godere della sua vicinanza, ma non poté opporsi.
«Tornerò qui ogni giorno, subito dopo l’alba, e resterò durante l’inverno se la neve non dovesse permettermi di andare via.»
«E se al contrario la neve non vi facesse avvicinare a Top Withens?»
Drake era sulla soglia e, dopo aver salutato Jeremiah e Grace con la promessa di tornare qualora non avesse trovato un alloggio, si era intrattenuto un lungo istante con Jeanne.
«Tornerò, Jeanne.» le disse lui «Vi do la mia parola. Domattina, appena alzata, affacciatevi sulle mura di cinta che danno verso il villaggio. Mi vedrete risalire verso di voi, dovessi anche sfidare un nuovo temporale.»
Jeanne fissò gli occhi nei suoi e annuì con la testa. Tanta era la paura di non rivedere il giovane; poteva magari tornare a cercare fortuna lontano da lì, magari imbarcarsi di nuovo e chissà allora quando si sarebbe rivisti. Drake le sorrise e s’avvicinò a lei per cingerle la vita con le braccia in un gesto di rassicurazione. Volle cercare le sue labbra e chinò il viso per incontrare prima la sua fronte, poi la sua guancia e infine la sua bocca. Vi posò un bacio che fece fremere la ragazza. Drake la lasciò andare prima di ripetere quel gesto in maniera più impulsiva e passionale, prima che Jeremiah potesse sorprenderli. Si staccò da lei per voltarsi e imboccare la strada che portava a Haworth. Jeanne restò ammutolita e immobile e lo guardò andare via col cuore che batteva così forte quasi da gridarle“seguilo”. Ma Jeanne non lo fece. Lui aveva promesso che non ci sarebbe stata tempesta in grado di tenerlo lontano da lì e da lei.

Il giorno trascorse lento e malinconico, e l’attesa del domani si fece frustrante. Quella notte Jeanne fu libera di girarsi e rigirarsi più volte nel proprio letto ora che Grace era tornata a dormire nel suo. L’attesa è un demone che si nutre di ansia e aspettative, e che si beffa della pazienza umana.
L’alba trovò Jeanne già sveglia e proprio come Drake le aveva raccomandato di fare, lei sgattaiolò fuori dal letto e dalla camera dopo aver coperto le spalle col suo scialle e infilati gli stivaletti ai piedi. Uscì fuori all’aperto e alzò gli occhi al cielo che quella mattina si presentò a lei terso. Avanzò fino alle mura di delimitazione di Top Withens e si fermò presso il cancello chiuso. Guardò il sentiero che si disperdeva a valle ma non vide nessuno. Era forse uscita troppo presto? O Drake durante la notte era andato lontano infischiandosene della sua promessa?
Jeanne non seppe calcolare quanto tempo restò lì in attesa. Il sole sorse e con esso l’alba si rischiarò lasciando posto al nuovo giorno. Jeanne indietreggiò di un passo, schiacciata dal senso di delusione, credendosi beffata da un sentimento che riteneva fosse nato in quei giorni.
Ma il cuore le mancò di un battito quando intravide una figura risalire il sentiero con passo deciso e veloce. Drake aveva mantenuto la sua promessa, lui che finalmente si era deciso a mettere radici scegliendo la brughiera come terra e il corpo e l’anima di Jeanne come dimora. La ragazza spalancò il cancello e gli andò incontro, curiosa di conoscere quali notizie lui recasse con sé, e felice del suo ritorno a Top Withens.
Un ritorno che si sarebbe replicato il giorno seguente e quello dopo ancora, per un tempo che ai due amanti parve infinito fino a quando esso non si tramutò nel per sempre.
Nota dell’autrice: si dice che la dimora di Top Withens, della quale oggi possiamo ammirare dei ruderi nello Yorkshire, sia stata d’ispirazione per Emily Bronte nel creare il suo Cime Tempestose. Lo attesta una targa affissa proprio su una delle pareti di pietra in disuso da tempo. Che questo sia vero oppure no quel luogo mi ha sempre richiamata per il suo fascino, e ho voluto con questo breve racconto recargli omaggio.
In attesa di risalire fin lassù di persona proprio come ha fatto Drake per incontrare la sua Jeanne.
Alessandra Paoloni

Lo scrigno delle emozioni: Come vento su Top Withens di Alessandra Paoloni
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baby.ladykira

Oltre ad essere l' Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^

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