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Lo scrigno delle emozioni: “Cercando Mattew” di Chiara Reba Babocci Gentili

 progetto grafico di Kaggy

Scorrevano lente le giornate nell’autunno fumoso di Londra, la pioggia costante penetrava nelle ossa facendo rabbrividire chiunque non fosse al caldo di fronte ad un camino. In queste condizioni Katrine arrivò a casa dove ad attenderla c’era sua zia Jane.
“Zia Jane l’ho trovato! Ho trovato Mattew!”
La donna più anziana non appena udì le parole della nipote lasciò cadere la tazza di te sul pregiato tappeto del salotto.
“Dimmi dov’è! Dove l’hai trovato? Perché non è con te?”
“Zia, sò dove si trova ma dovrò andarlo a prendere e non sarà semplice.”
La delusione che si dipinse sul volto della zia arrivò sino al cuore di Katrine facendogli perdere un battito; erano nove mesi che cercavano suo cugino Mattew in tutta Londra. Era scomparso dal giorno alla notte, dopo aver comunicato di essersi innamorato di una certa Simone non aveva più dato notizie di sé. Vani erano stati i tentativi di avere notizie su di lui o sulla sua innamorata. Katrine e la zia in un primo momento avevano pensato ad una fuga d’amore anche se non ne capivano il motivo: come unico uomo di famiglia il conte Mattew Fallen avrebbe potuto sposare chiunque, certo ci sarebbe stato uno scandalo se la sposa fosse stata di una classe inferiore alla loro ma questo non era il caso. Scavando tra le loro conoscenze le due donne avevano scoperto che questa Simone era figlia di un conte francese, un certo Deboussy. Agli amici avevano raccontato che Mattew era partito per il continente, intento a viaggiare prima di accasarsi. Dopo nove mesi senza notizie questa scusa non reggeva più e la preoccupazione per la sorte del loro amato era sempre più forte. Katrine in preda ad una determinazione forte come l’acciaio si era spinta sin nei bassi fondi della città per scovare notizie del cugino ed al porto aveva trovato le informazioni che cercava.
“Ho parlato con un marinaio di un mercantile, sei mesi fa era a bordo della Infinity ed è lì che ha visto Mattew e Simone imbarcarsi per le Antille”
“Perché mai mio figlio avrebbe dovuto imbarcarsi per un posto sconosciuto? Cosa dovrebbe fare laggiù?”
“Non lo so zia, ma arrivate a questo punto non posso dire di sapere cosa passi per la mente di mio cugino. Credevo di conoscerlo ma evidentemente così non è. Se vogliamo rivederlo l’unica possibilità che abbiamo è quello di seguirlo.”
“Vuoi dire che dovremmo inbarcarci anche noi?!”
“Si. Ho parlato con il comandante del mercantile Jennifer. Ci ha garantito il passaggio sino ad Anguilla. Rimarranno in porto per un mese e poi ripartiranno per Londra. Se vogliamo andare ci aspettano domani all’alba.”
Una miriade di emozioni sul viso della zia fecero dubitare Katrine del buon esito della sua proposta; in ogni caso anche se la sua amata zia avesse deciso di non partire lei sarebbe andata comunque. Sapeva che suo cugino non le avrebbe mai abbandondate senza un motivo e sentiva dentro di sé che era in pericolo e avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvarlo.
La loro non era certo una famiglia convenzionale per l’epoca: mentre per tutti i rapporti di parentela erano un dovere dettato dal costume e dalla società,nloro si amavano veramente. Dopo la prematura scomparsa dei suoi genitori Katrine era stata accolta a casa degli zii come una seconda figlia e siccome con Mattew la differenza di età era di soli undici mesi erano letteralmente cresciuti insieme. Jane le raccontava spesso di quando Mattew la vide per la prima volta nella culla e la chiamò <ma bimba> o di come le portasse i suoi giocattoli preferiti senza che gli adulti riuscissero a comprendere quel loro infantile dialogo segreto. Katrine stessa ricordava di come lo costringesse a giocare con le bambole promettendogli poi di giocare ai pirati. Quando lo zio morì Mattew cadde in uno stato malinconico che lo fece estraniare da tutto e quando non riusciva a difendersi dalle parole crudeli dei bambini era Katrine che lo difendeva a spada tratta. Per tutti questi motivi non poteva abbandonare suo cugino al suo destino: la decisione era presa e non avrebbe guardato in faccia nessuno.
“Ebbene bambina mia, credo che andresti anche senza di me perciò andiamo a prepare i bagagli e preghiamo Dio che tutto vada per il meglio”
“Oh zia, lo sapevo! Lo sapevo”
Katrine corse ad abbracciare la zia, lacrime le scivolavano sul viso: un grosso passo era stato fatto, adesso iniziava la parte più difficile.
Quando la nave lasciò il porto le due donne erano nella loro cabina intente ad aprire i bauli: si erano portate lo stretto indispensabile per la traversata, il capitano le aveva rassicurate che ad Anguilla non mancavano negozi e sarti. La cabina era abbastanza confortevole, Katrine la trovava molto suggestiva con quelle piccole finestre che si affacciavano sull’oceano. Non era avezza ai termini che usavano i marinai e sentirli urlare sul ponte di alberi, vele e venti la incuriosiva da morire.
“Zia, andrei sul ponte se non è un problema.”
“Vai cara, io mi stendo un po’ ma non ti attardare troppo. Non credo si confaccia ad una giovane di andarsene in giro da sola su di una nave, anche se certo, tutta questa situazione è talmente assurda…”
“Zia, cara zia, non devi preoccuparti. L’unico pensiero deve essere Mattew. La mia reputazione e tutto il resto passano in secondo piano.”
“Ho solo paura che non troverai più un marito quando si saprà quello che abbiamo fatto e hai già diciannove anni.”
“Troverò un uomo che mi ama per quello che sono o non mi sposerò mai. Voglio un matrimonio come quello tuo e dello zio. Non mi accontenterò di nulla di meno.”
“Bambina mia, dovresti smetterla di leggere certi romanzi. I matrimoni d’amore sono una rarità.”
“Per questo sono così belli. Non ti angustiare ora. Riposati. Tornerò a chiamarti tra poco.”
Salita sul ponte Katrine fu investita dal profumo di salsedine e dal vento che le scompigliava l’elaborata acconciatura. Il comandante la chiamò sul cassero: una volta salita un’emozione nuova si impadronì di lei: la libertà assoluta e mai sperimentata. Per la prima volta da mesi si sentiva felice, dentro di sé sapeva che quell’avventura le avrebbe dato molto di più di quanto stesse cercando.
Le settimane seguenti passarono tranquille e con ritmi molto regolari: alla mattina e nel primo pomeriggio Katrine passeggiava sul ponte parlando a turno sia con il comandante che con i marinai. La zia ogni tanto la seguiva anche se preferiva passare il tempo in cabina a leggere o a scrivere sul diario. Alla sera, terminata la cena avevano preso la consuetudine di farsi raccontare storie di pirati dal comandante: Jane inorridiva al solo sentirli nominare, nonostante Re Giorgio avesse perdonato i pirati, il provvedimento non sortì alcun effetto se non quello di farli diventare ancora più sprezzanti del pericolo e cattivi. Katrine ascoltava queste storie affascinata e turbata allo stesso tempo e fu in questo stato d’animo che la trovò la storia del comandante di quella sera:
“Credetemi signore, Connor Graham è il pirata più pericoloso di tutti i tempi. È il terrore dei mari, se si ha la disgrazia di incontrare la sua Arrow in mare si può dire addio alla propria nave e alla vita!”
“Veramente è così pericoloso capitano?”
“Si signorina Katrine. Quell’uomo è il diavolo in persona. Non ha timore né della giustizia di Dio né di quella degli uomini. Incute timore al solo guardarlo. Si dice sia stato sfigurato durante un combattimento e che una cicatrice gli deformi tutto il volto. Il solo vederlo in volto fa morire di paura. Ora basta, questi discorsi stanno spaventando vostra zia.”
Jane si era fatta d’un tratto pallida, Katrine guardò la zia allarmata.
“Non è niente capitano, sono solo stanca e vorrei ritirarmi in cabina.”
“Vieni zia, ti accompagno.”
Giunte in cabina Jane si lasciò cadere su una sedia, scottava terribilmente così Katrine la fece spogliare e la mise subito a letto vegliandola per tutta la notte.
La mattina seguente trovò le due donne spossate per la notte passata in bianco: Jane ancora febbricitante e Katrine sempre più preoccupata. Il medico di bordo parlò di affaticamento e di troppa esposizione alla luce del sole, perciò Katrine relegò la zia a letto nella loro cabina.
Decisa a sgranchirsi un po’ le gambe prima della cena salì sul ponte: un vento piacevole faceva da compagnia al tramonto: la ragazza era convinta di non aver mai visto un paesaggio più bello in vita sua. Assorta nei suoi pensieri non si accorse subito del comandante:
“Signorina Katrine è meglio che rientrate adesso.”
“Capitano, mi avete spaventato. Perché tutta questa fretta di scendere in coperta?”
“Si sta avvicinando una tempesta, è meglio se andate nella vostra cabina. Potrebbe esserci parecchio movimento quassù.”
Poco dopo il rientro della ragazza in cabina la tempesta si abbattè violentemente sulla nave: la pioggia incessante sferzava i volti dei marinai intenti a contrastare l’incredibile forza del mare. La notte, squarciata dai lampi, divenne terrificante, il vento sibilava promesse di morte. Presto l’albero maestro fu spezzato dalla furia degli elementi. La nave era perduta; il comandante decise di dare l’ordine di abbandonare la nave: le scialuppe bastavano solamente per lui ed i suoi uomini: quando l’ultima scialuppa fu calata il destino delle donne sembrava essere segnato.
Katrine faceva fatica a rimanere vicino alla zia semi incosciente nel letto: la nave veniva sballottata da una parte all’altra e lei con essa. Pregava affinchè tutto finisse, pregava perché nessuno degli uomini sopra di lei fosse risucchiato da quella furia, pregava per sua zia e pregava per se stessa: non voleva morire, non proprio ora che era così vicina a suo cugino.
Quandò sentì il primo rivolo di acqua bagnarle le delicate scarpine non si fece prendere dal panico, sapeva di poter contare sul comandante: al primo cenno di pericolo sarebbe venuto a chiamarle.
D’un tratto però si sentiva solo il fragore della tempesta, le voci urlanti dei marinai erano sparite: c’era solo la voce straziante della natura a riempirle i timpani. Decise di andare a vedere cosa stesse succedendo e non appena uscì dalla cabina acqua gelida la investì fino al busto: la nave stava affondando, doveva portare sua zia via da li.
“Zia!Svegliati dobbiamo andarcene da qui. Forza, la nave sta affondando!”
“Ka… Katrine, non riesco. Mi sento così debole bambina mia. Vai tu, vai senza di me.”
“Non vado da nessuna parte senza di te! Dobbiamo ancora trovare Mattew, non puoi arrenderti ora. Vieni zia, alzati. Ti prego. Fallo per tuo figlio!”
“Ascoltami bambina mia, ti sarei solo di intralcio. Non sarei dovuta partire con te, sapevo che la traversata mi avrebbe debilitato ancora di più. Vai ora, trova tuo cugino e tornate a casa insieme. Digli che sua madre l’ha sempre amato.”
Così dicendo Jane svenne ricadendo nelle braccia di Katrine.
“Non moriremo qui zia, non so come ma ne usciremo. Te lo prometto”
L’acqua continuava a salire, l’ampia gonna era un macigno da portarsi dietro e se, come sospettava, fossero cadute in acqua il peso delle vesti le avrebbe fatte affogare. Decise di spogliarsi e di fare lo stesso con la zia. Probabilmente sarebbero morte di freddo ma era preferibile al morire sprofondando nell’oscurità dell’oceano.
Si mise la zia, ancora priva di sensi, in spalla ed iniziò a salire faticosamente verso il ponte: come sospettava i marinai erano spariti. La tempesta non lasciava tregua alla nave, o almeno a quello che ne rimaneva: il timone era scomparso, il cassero completamente distrutto. Gli alti alberi cadevano a pezzi. Mentre Katrine cercava di valutare le opportunità un’onda fece quasi ribaltare la nave facendo precipitare Katrine ed il suo prezioso carico in mare.
Mentre precipitava in acqua la ragazza non riuscì ad urlare, le sembrava di andare a rallentatore, come se quella caduta non dovesse finire mai. L’impatto con l’acqua fu devastante: minuscoli aghi ghiacciati le si conficcarono nella pelle intorpidendole i muscoli. Stiletti di ghiaccio le facevano bruciare i polmoni e desiderare di non essere obbligata a respirare per vivere. Afferrando il polso della zia riemerse a decine di metri dalla nave che nel frattempo stava affondando. Nell’oscurità intravide una grossa tavola di legno: raggiungendola usò tutte le sue forze per adagiarci sopra la zia mentre lei esausta si lasciava andare ad un pianto incessante.
“Uomo in mare!”
Il capitano Connor Graham si ridestò dai suoi pensieri non appena udì quelle parole: la notte aveva portato con sé una tempesta perfetta, di sicuro per parecchie settimane avrebbero continuato ad avvistare cadaveri di marinai, sempre che i grossi squali non fossero arrivati prima di loro…
“Capitano! Capitano! Sono due donne!”
“Andatele a prendere e portatele sulla nave, presto!”
Era da molto tempo che né lui né i suoi uomini vedevano una donna, mancavano ancora due settimane di navigazione prima di arrivare ad Anguilla. Se quelle due naufraghe si fossero riprese in fretta questo lasso di tempo sarebbe passato più velocemente. Certo dopo tanto tempo passato tra uomini il suo equipaggio non sarebbe stato schizinoso, perciò nemmeno l’eventuale mancanza di bellezza avrebbe salvato le donne.
La prima ad essere issata a bordo fu Jane: era priva di conoscenza e di certo non giovane ma era ancora una bella donna adatta a dare un po’ di “compagnia” ai suoi uomini.
Quando Jack, il suo fidato secondo, arrivò con in braccio Katrine il capitano rimase scioccato: una folta chioma rossa incorniciava un viso di porcellana dai tratti perfetti. Gli occhi erano chiusi ma sospettava fossero di un verde abbagliante. Ripresosi dallo choc notò che le due donne erano praticamente nude: si avvicinò a grandi passi a Jack strappandogli Katrine dalle bracce e diede l’ordine di portare anche l’altra donna nella sua cabina.
Qualche ora dopo Katrine si svegliò: per qualche minuto pensò di aver avuto un incubo, era a letto nella sua cabina e sua zia era nel letto a riposare. Fuori era buio, pensò che dovesse essersi addormentata subito dopo cena… <un momento, io non dormo nuda! E questa non è la mia cabina! Oh mio Dio, dove siamo capitate? Chi può avermi spogliato?>
Fece per scendere dal letto quando una voce profonda proveniente dalla scrivania della cabina la fece desisitere:
“Non uscirei da quel letto a meno che non vogliate farvi vedere nuda da qualcuno che non sia vostro marito signorina… come vi chiamate?”
“Io mi chiamo Katrine Fallen, signore.. voi chi siete?”
“Sono il capitano Connor Graham, per servirvi.”
Katrine andò nel panico, quel pazzo sanguinario esisteva sul serio! Se solo la metà di quello che le aveva detto il capitano era vero lei e sua zia erano spacciate. Forse sarebbe stato meglio morire durante la tempesta. Quella voce così profonda le faceva venire i brividi lungo la schiena, non riusciva nemmeno a vederlo in volto, la luce della lampada era distante.
“La mia reputazione mi ha preceduto, bene. Almeno sapete cosa aspettarvi.”
Era tristezza quella che percepiva dalla voce? Decise di non badarci, non voleva mostrarsi debole di fronte a lui.
“Capitano. Evidentemente voi ed i vostri uomini avete trovato me e mia zia e ci avete salvato. Di questo vi ringrazio. Senza sembrarvi sfacciata vorrei chiedervi due cose: la prima è dove siamo diretti, la seconda è…”
“Ditemi signora Fallen, volete sapere per caso chi ha spogliato voi e vostra zia?”
Il sangue le colorò la pelle delle guancie, il capitano non era mai stato attratto da una donna come da quella piccola pel di carota.
“Si capitano, vorrei sapere proprio questo”.
Katrine sperò che la sua voce fosse stata abbastanza ferma anche se la vergonga per quella incresciosa situazione la rendeva incerta ed insicura.
Graham decise di non scherzare con Katrine: dal suo viso traspariva sincera preoccupazione.
“Siete stata voi stessa, non appena vi ho messa a letto vi siete tirata su dicendo che non potevate dormire con i vestiti bagnati. Mi avete cacciato fuori dalla mia cabina e quando sono rientrato eravate profondamente addormentata e nuda.”
Va bene non scherzare, ma era così divertente metterla in imbarazzo.. quel color porpora sulle guancie le stava d’incanto.
“Devo accertarmi delle condizioni di mia zia, ho bisogno di vestiti puliti o almeno di quelli che avevo prima..”
“Quella era biancheria… sulla sedia ci sono alcuni vestiti. Vi attendo per la cena e non preoccupatevi per vostra zia, sta bene ma la vita in mare non fa per lei.”
Così dicendo il capitando si alzò in piedi: Katrine potè solo vedere che era altissimo e che le sue spalle erano imponenti. Poi Connor si chiuse la porta alle spalle e lei rimase sola con la zia.
Si precipitò dalla zia:
“Zia! Stai bene?”
“Katrine, piccola mia. Dove ci troviamo?”
“Dopo la tempesta, questa nave ci ha tratto in salvo zia. Ti devo dire una cosa: la nave è la Arrow, il capitano Connor Graham è il capitano.”
“Stai parlando di quel pirata di cui ci ha raccontato il capitano?”
“Si zia, purtroppo siamo finite sulla sua nave. Ma non ti preoccupare, andrà tutto bene.”
“Non sarà di certo peggiore di chi ha abbandonato due donne a morire su una nave che stava colando a picco!”
“Zia, non dire così.. forse nella concitazione del momento il capitano si è dimenticato..”
“Katrine, il corpontamento del capitano è stato inqualificabile e lo sai anche tu. Comunque non sono preoccupata bambina mia. Mentre tu riposavi il capitano Graham si è preso cura di me. Non sembra così terribile.”
“L’hai visto in viso?”
“No, sta sempre molto attento a non mostrarsi. Porta i capelli in maniera tale che metà del volto rimanga coperta.”
“Vuole che mangi con lui stasera. Ma preferisco rimanere qui con te.”
“No, adesso ti preparerai e andrai a cena con il capitano. Non possiamo permetterci di indispettirlo Katrine.”
“Va bene zia, come vuoi”
Connor sentiva il sangue scorrere più velocemente nelle vene. Quella ragazza era bellissima e ammirava il modo in cui avesse tentato di tenergli testa durante la loro breve conversazione. Se poi ripensava a quando, in preda allo choc e alla febbre, gli aveva comandato di uscire dalla sua cabina perché doveva spogliarsi il divertimento lasciava posto all’eccitazione. Nessuno gli aveva mai tenuto testa, nemmeno se febbricitante. Aspettava con ansia la cena, desiderava ammirarla con gli abiti che aveva scelto per lei: l’ultima scorreria gli aveva fruttato centinaia di abiti confezionati a Parigi e destinati alle nobildonne di Anguilla.
Forse, adesso che aveva deciso di cambiare vita, poteva anche pensare a sistemarsi e Katrine… era l’unica che gli aveva mai fatto pensare ad una cosa del genere. Ma poi il suo volto deturpato fece capolino nella sua mente: nessuna donna sana di mente avrebbe mai voluto un marito sfigurato, Katrine rimaneva irraggiungibile: con la sua reputazione ed il suo volto, la nobildonna non si sarebbe mai potuta interessare a lui.
Katrine aprì la porta e fu invasa dai profumi della cena: non si ricordava da quanto non mangiasse ma si sentiva affamata. Scorse il capitano che si affrettò a scostarle la sedia per permetterle di sedersi. Quel gesto la lasciò confusa: quale pirata avrebbe mai fatto un gesto simile?
“Non tutti i pirati sono rozzi e ladri, signorina Fallen.”
“Capitano, la vosta abilità di leggere nella mente delle persone può risultate irritante dopo un po’.”
“Voi dite signorina? È un vero peccato perché io mi diverto un sacco. Vogliamo iniziare?”
“Mia zia?”
“Sarà servita in cabina, ora vi prego servitevi. E raccontatemi cosa ci facevano due donne sole in mezzo all’oceano.”
“La storia è lunga capitano, sono certa vi annoierà.”
“Sono curioso.”
“Ebbene se volete saperlo prima dovrete dirmi dove siamo diretti”
“Raccontatemi la storia e vi dirò dove stiamo andando.”
“E va bene. Vi dirò tutto.”
Così Katrine iniziò a raccontate tutto, dal principio. Dalla sparizione di Mattew all’accordo con il capitano della Jennifer sino al terribile naufragio.
“Dovrebbero impiccare quel capitano per avervi lasciato a morire!”
“Si, più o meno è quello che pensa anche mia zia. Ora però dovete mantenere la promessa capitano. Dove siamo diretti?”
“Siamo diretti ad Anguilla signorina Fallen. Le ricerche di vostro cugino possono continuare.”
La gioia prese vita negli occhi di Katrine. Non tutto era perduto.
“Quanto manca per arrivare?”
“Circa due settimane non di più”
“Grazie capitano, cercheremo di darvi il minor disturbo possibile.”
“Capite bene signorina Fallen che il passaggio non sarà gratuito. Mi aspetto qualcosa in cambio da voi.”
“Certo. Siete pur sempre un pirata! Ed io che per un attimo mi ero illusa di aver a che fare con un gentiluomo! Ma se è me che volete fate prima a gettarmi subito in mare capitano!”
Katrine era livida di rabbia e risentimento. Come poteva quell’uomo crudule farle una simile proposta? Aveva ragione il capitano del mercantile, quell’uomo era marcio dentro.
“Katrine, pensate sul serio che se volessi quel genere di compagnia ve lo avrei chiesto?”
Connor si alzò dalla sedia avvicinandosi a Katrine, la fece voltare con tutta la seduta verso di lui e si inginocchiò appoggiando le braccia in maniera tale da bloccarle la fuga.
“Ditemi Katrine, trovate ripugnante l’idea in generale o solo me? Di certo vi avranno parlato del mostro che sono diventato. Probabilmente vi starete chiedendo cosa nascondano i miei capelli. Perché non li scostate e lo scoprite da sola.”
Katrine era paralizzata dalla paura, ma quegli occhi neri così tormentati le fecero muovere la mano contro la sua volontà: ed eccola lì la tanto temuta cicatrice: era bianca e partendo da metà fronte arrivava sino a metà della guancia destra. Era bianca ed il contrasto con la pelle abbronzata la faceva apparire più grande di ciò che realmente fosse. Katrine non resistette e titubante passò un dito a seguirne tutta la lunghezza sino a fermarsi a pochi centimentri dalla bocca di Connor. Mostro? No, di certo non era un mostro. Assomigliava di più a come la sua fantasia faceva apparire i protagonisti dei romanzi che leggeva. Era bello, bellissimo. La cicatrice nulla toglieva a quel viso fiero e perfetto.
Quando Katrine gli accarezzò la cicatrice per un attimo Connor chiuse gli occhi sovrafatto da quella emozione. Forse c’era una possibilità di conquistare quella ragazza. Non era scappata via da lui, era rimasta li e adesso lo fissava con i suoi occhi verdi come smeraldo. Quasi inconsciamente si avvicinò sino a sfiorarle le labbra: una scarica elettrica percorse le sue membra. L’afferrò per la vita e la strinse a sé baciandola ardentemente.
Quando la lasciò andare Katrine era sconvolta: quello era il bacio che aveva sempre sognato. Forte, passionale e dolce. Ma non si sarebbe mai aspettata che a darglielo fosse uno dei pirati più conosciuti e temuti di sempre. Tentò di parlare ma dovette fare diversi tentativi prima di trovare la voce.
“Capitano, ancora dovete dirmi come intendete essere pagato.”
“Cenerete con me tutte le sere e dopo cena vi tratterete un po’ con me sul ponte.”
“Solo questo?”
“Solo questo.”
“Bene, a patto che l’increscioso incidente di prima non si ripeta. Non starebbe a me tirare fuori il discorso ma preferisco essere chiara con voi.”
“Come preferite signorina. Per stasera potete ritirarvi, inizieremo il pagamento da domani.”
La congedava così? Dopo il bacio che le aveva dato? Forse lui c’era abituato ma per lei era il primo bacio! Lo odiava.
“Buonanotte capitano.” Così dicendo uscì sbattendo la porta.
Connor era confuso: nessuna donna gli aveva mai fatto quell’effetto. Katrine era quella giusta. Rimaneva da farlo capire anche a lei. Prima però doveva occuparsi di una faccenda.
“Jack!”
“Eccomi capitano. Ditemi.”
“La signorina Katrine e la signora Fallen sono rispettivamente cugina e madre di Mattew. Sono giunte sin qui per cercarlo.”
“Oh no.. questo vuol dire che non sanno nulla.”
“Esatto. Credono che il loro amato consaguigno sia scappato con una certa Simone Deboussy e non ne capiscono il motivo. Pensano che sia in pericolo e che la causa di tutto sia questa Simone.”
“Capitano io… cosa posso fare?”
“Non appena sbarcheremo andrai a prendere Mattew. Deve spiegare alla sua famiglia come stanno le cose. Mi avevi assicurato però che tutto era sistemato Jack, perché mi hai mentito?”
“Volevamo che la famiglia lo credesse morto. Avremmo scritto una lettera con la notizia non appena fossi sbarcato. Non potevamo immaginare che una madre ed una ragazzina decidessero di affrontare un viaggio così lungo. Diamine! Eravamo convinti che non riuscissero nemmeno a scoprire che fine avesse fatto!”
“Evidentemente non conosci Katrine. Ora vai. Lasciami solo.”
Man mano che passavo i giorni Katrine attendeva con trepidazione le cene con Connor: il capitano aveva una cultura vastissima. Le raccontava le sue avventure e le parlava di astronomia. La sua compagnia era piacevole e non aveva mai tentato di baciarla di nuovo. A dire il vero non era molto sicura che questo le facesse realmente piacere. La zia si rimetteva e Anguilla si avvicinava e con essa la possibilità di ritrovate il suo amato cugino.
Quella sera quando salirono sul ponte per la consueta passeggiata Connor sembrava particolarmente pensieroso:
“Cosa vi succede capitano?”
“Domani sera sbarcheremo ad Anguilla.”
“Oh…” Quella notizia non la riempì di gioia come avrebbe dovuto.
“Già. Almeno potrete riprendere le ricerche di vostro cugino.”
“E voi riprenderete le vostre scorribande capitano.”
“No Katrine, questa vita non fa più per me. Una parte di me sarà sempre legata all’oceano ma ho bisogno di altro adesso.”
“Di cosa avete bisogno capitano?”
Glielo avrebbe detto. Le avrebbe detto quanto si era innamorato di lei e della sua risata. Le avrebbe detto quanto in quei pochi giorni lei lo avesse cambiato profondamente. Sapeva, sperava che Katrine volesse sentirsi dire quelle parole. Ma poteva portarle via la possibilità di essere felice con un uomo della sua stessa classe sociale? Con un vero gentiluomo? Poteva essere pirata fino in fondo? Oppure l’avrebbe lasciata andare? Katrine era infatuata ma innamorata? Probabilmente lui per lei era la novità, l’esotico. Ma si sarebbe stancata presto.
“Capitano, non mi avete ancora risposto..”
“Katrine, di cosa può mai aver bisogno un uomo dopo 4 mesi in mare? Di più donne compiacenti prima di levare di nuovo l’ancora!”
Le parole di Connor la ferirono: per un momento si era aspettata di sentirsi dire che lui l’amava, almeno quanto lei amava lui. Che avrebbe cambiato vita per lei o anche no. Ma che sarebbero rimasti insieme per sempre. Ed invece tutto era stato una menzogna: le sere passate a parlare, gli sguardi che si erano scambiati. Forse aveva frainteso tutto, aveva colto segnali dove segnali non c’erano.
Sentiva le lacrime affacciarsi al viso.
“Ovvio capitano. Altro non ci si poteva aspettare da voi. Mi ritiro. Domani arriverà presto per fortuna. Considerando che sbarcheremo la sera spero di essere esonerata dal cenare con voi. Buonanotte capitano, addio.”
Se ne andò in un fruscio di gonne. Lasciandolo solo e con la morte nel cuore.
Al momento dello sbarco ad Anguilla Katrine non vide Connor da nessuna parte. <Meglio così> pensò, per come l’aveva trattata vederlo era l’ultima cosa che le serviva.
“Katrine, non essere triste. Se è destino vedrai che il tuo capitano tornerà da te.”
“Zia, non so di cosa tu stia parlando.”
“Come vuoi bambina mia. Adesso cerchiamo la locanda.”
“Jack, grazie di tutto.”
“Signorina Katrine, non ditelo nemmeno per scherzo. Venite. Vi faccio strada.”
“Quando ripartirete Jack?”
“Dopodomani all’alba signora Fallen. Il tempo di vendere la merce e fare rifornimento. E poi alcuni uomini qui hanno le famiglie e gli altri beh… diciamo che hanno bisogno di riposo ecco..”
“Oh si, il tuo capitano ieri è stato molto esplicito sul tipo di riposo di cui ha bisogno”.
“Jack, questa locanda sempre chiusa.”
“Fidatevi signora è di un mio amico. Dentro è tutto nuovo.”
L’ambiente all’interno era confortevole: tutto era pulito e molto accogliente, ma del proprietario nemmeno l’ombra. Proprio mentre Katrine si stava iniziando a spazientire il proprietario fece il suo ingresso.
“Mattew!”
“Mamma!”
Katrine era troppo scioccata per parlare: a malapena distringueva suo cugino e sua zia abbracciati l’uno all’altra. Quando ritrovò le parole la sua voce era strozzata dall’emozione.
“Mattew, ti abbiamo cercato ovunque. Perché sei sparito senza darci una spiegazione?”
Jack e Mattew si guardarono:
“Venite, è il caso che ci sediamo. Dobbiamo parlare”
A Katrine non era sfuggito quello sguardo.
“Adesso ci dite cosa sta succedendo qui. Dimmi Jack anche il capitano sa tutto vero?”
“Si, ma se non ve l’ha detto era solo per proteggervi”
“Proteggermi? Lui sapeva quanto stessimo in pena per Mattew e nonostante ciò non ha avuto il minimo rimorso a tenermi nascosto che mio cugino era vivo e stava bene! Quanto a te Mattew augurati che la tua spiegazione sia convincente.”
“Sedetevi. Jack vieni, vicino a me. Voi sapete che sono scappato insieme ad una certa Simone Deboussy. In parte è vero. Ho conosciuto Simone e abbiamo deciso di scappare insieme ma come amici. In realtà sull’Infinity mi aspettava Jack.”
“Mattew, figlio mio, ma se volevi cambiare vita non potevi dircelo? Saremo venute con te…”
“No mamma, io non potevo rovinarvi. Le voci già giravano ed io non potevo permettere che..”
“Di quali voci parli? Mattew, io e tuo padre ti abbiamo cresciuto nella piena libertà, ti prego parlami!”
“Ho conosciuto Jack in una bisca clandestina quasi un anno fa. Da allora siamo diventati amici e abbiamo deciso che la nostra amicizia avrebbe dato fastidio a qualcuno e compromesso te e Katrine per questo era meglio sparire.”
<Sono innamorati! Mio cugino ama Jack! La zia non la prenderà bene.>
“Capisco… Jack è un pirata e questo avrebbe nuociuto alla nostra reputazione ma comunque Mattew non giustifica l’averci fatto passare le pene dell’inferno per ritrovarti!”
“Non dovevate ritrovarmi infatti!”
“Come cugino? Ci avresti fatto credere di essere morto? Magari facendoci spedire una lettera da qualche fantomatico sconosciuto che ci annunciava la tua dipartita? È questo che stai dicendo?”
“Si l’idea era questa Katrine”
“Oh Mattew! Non era poi uno scandalo così grave. Anzi, tuo padre sarebbe stato fiero di te.”
“Lasciatemi da sola con la zia. Le parlerò io.”
I due ragazzi guardarono Katrine con ansia mista a gratitudine. Certo quello era il compito più difficile: con quali parole poteva dire a sua zia che suo cugino era innamorato di un uomo?
Non appena i due ragazzi uscirono Katrine si voltò verso sua zia:
“Zia Jane, dobbiamo parlare.”

Quando uscì dalla taverna le stelle erano alte in cielo. Mattew e Jack sembravano due cani bastonati quando le corsero incontro.
“Allora cugina?”
“Allora cugino? La zia è dentro. Non è entusiasta, non capisce come sia possibile. Ma sono convinta che con il tempo si abituerà. C’è solo un piccolo problema.”
“Quale?”
“Che adesso che ha capito che da te non verranno mai nipoti ha iniziato a stressare me!”
I ragazzi scoppiarono a ridere.
“Mi sei mancata cugina.”
“Anche tu cugino. Ora vai dalla zia. Ma ti prego prima fammi vedere la mia camera. Sono esausta”.
“Signorina, adesso avete capito perché il capitano non poteva parlare?”
“Si Jack. Ora ho capito. Ma chiamami Katrine. Ti prego”

Katrine si svegliò con il sole che le riscaldava il viso: suo cugino stava bene ed era innamorato, sua zia aveva preso la notizia meglio di quanto si fosse aspettata e lei? La ferita al cuore infertale da Connor sarebbe rimasta lì per sempre. Cosa aveva detto a sua zia? Se non si sposava per amore preferiva non farlo affatto. Così sarebbe stato. Connor era l’amore della sua vita ma non sarebbe mai stato suo perciò lei non si sarebbe mai sposata.
Passò la giornata oziando e pensando al suo amato. L’indomani sarebbe partito e lei non l’avrebbe più rivisto. Pensò alla sua nuova vita. A come sarebbe stato vivere ad Anguilla ma non la colse il panico: quel posto le piaceva e il resto sarebbe venuto da sè.
Si svegliò all’alba, quegli occhi neri come la notte l’avevano perseguitata nei sogni. Decise di leggere un po’ e quando aprì il libro un biglietto scritto con una calligrafia elegante scivolò sul materasso. Lo raccolse per leggerlo:

“Ti amo di un amore che lacera il cuore, ti amo e mentre lo faccio la mia anima si lacera. Ti amo come si ama un sogno. Ti amo e sento che non è abbastanza. Ti amo come ci si ama da bambini, in modo egoista e cieco. Ti amo ma ho deciso di tacere, una vita non è sufficiente…”
Tuo Connor
L’amava. Anche lui l’amava. Si precipitò fuori dalla camera e giù per le scale. Non le importava di essere in camicia da notte: Jack le aveva detto che la nave sarebbe salpata all’alba doveva fare in fretta.
Corse a perdifiato ma quando arrivò al molo della nave non c’era traccia: Connor se ne era andato per sempre.
Si lasciò cadere sulla banchina. Dovevano essere partiti ben prima dell’alba, il sole stava facendo capolino ora all’orizzonte. L’amava ma se ne era comunque andato. Sapeva che non sarebbe più tornato ad Anguilla, sapeva che il suo cuore sarebbe rimasto malato per sempre.
Si alzò incerta sulle gambe, la consapevolezza che non l’avrebbe mai più visto le bruciava il cuore. Si ritrovò sulla spiaggia ancora una volta in ginocchio e con gli occhi pieni di lacrime.
“Avete perduto qualcosa signorina Fallen?”
Bene, adesso aveva anche le allucinazioni: la voce di Connor era così reale..
“Si signore, ho perso l’amore della mia vita”
“Ne siete convinta?”
“Si… vedete è partito sulla Arrow. Non credo che tornerà ma passerò la vita a scrutare l’orizzonte in sua attesa.”
“Katrine, voltati..”
Si voltò e non appena lo vide bello e fiero gli gettò le braccia al collo.
“Connor sei tu?”
“Si amore mio sono io”
“Ma la tua lettera… l’ho letta solo questa mattina.”
“Non sono giusto per te Katrine. Ho combattutto contro quello che provavo per te. So che ti meriti di meglio ma sono egoista e ti voglio per me”
“Connor…”
“Dimmi che mi ami Katrine…”
“Ti amo più della mia vita Connor”
Si baciarono, si consumarono… non solo i loro corpi si unirono: le loro anime si fusero in una sola. Niente e nessuno li avrebbe più divisi.

Lo scrigno delle emozioni: “Cercando Mattew” di Chiara Reba Babocci Gentili
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baby.ladykira

Oltre ad essere l’ Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^

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