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Intervista con l’Autore: Jamie A. Miller

Care Fenici, oggi grazie all’intervista di Ipanema ospitiamo sulle nostre pagine un giovane autore americano che ha scelto l’Italia come sua patria d’adozione, Jamie A. Miller

 

Ciao Jamie, grazie per averci concesso questa intervista.

Conosciamoci un po’, ci parli di te? Chi sei, cosa fai nella vita, dove vivi e… sei single o già accompagnato? 😀

Non credo di aver mai conosciuto uno scrittore a cui non piaccia parlare di sé. Dunque, vivo a Roma, da solo. Sono nato in quella parte di America che vedono nei tg solo gli americani e che in ogni caso non è molto televisiva: il Minnesota, Lakeville, per la precisione. Ci sono cresciuto, ma in casa mia madre parlava italiano, soprattutto quando voleva mandare a quel paese mio padre senza farlo capire a lui ma solo a me. Non ho mai creduto al loro matrimonio e, quando a sedici anni, mia madre ha lasciato i metri di neve per tornare alle sue pietre scavate dai secoli nell’assolata Roma, l’ho seguita senza battere ciglio. Mi sono laureato in Lettere Moderne a Tor Vergata, attualmente lavoro come interprete in un’agenzia di counseling americana con sede in Italia. Il mio vero lavoro è scrivere, mi fa sentire vivo. Sono single, ma per scelta degli altri. Mi ritengo un ragazzo difficile, una bestia esotica, non un animale da compagnia. Ci vuole un tipo avventuroso per stare con me e mi capita di incontrare troppi gay pigri e spauriti.

Il tuo primo romanzo, Chased è partito un po’ in sordina ma ha scalato subito le vette delle classifiche di Amazon. Perché self-publishing e non sottoporre il manoscritto a una Casa Editrice? Una scelta voluta?

Una scelta volutissima e che ha premiato. Credo che scrivere, oggi, abbia perso il suo valore intrinseco. Se raccontiamo storie lo facciamo perché ne sentiamo il bisogno e perché quella parte narcisistica che risiede in ogni scrittore ci fa anche sentire la necessità di essere apprezzati, di avere un pubblico idolatrante e pagante. Ho notato che questa seconda necessità stava prendendo il sopravvento, si scrive sempre più per il bisogno di piacere e questo “piega” lo stile e le tematiche in favore del pubblico. Il self-publishing non è privo di una rigogliosa schiera di selfish-publisher, ma è altresì un territorio fertilissimo per chi vuole sperimentare, sentirsi libero dai vincoli di marketing e tendenze, raccontare una storia senza necessariamente etichettarla. Le vastità delle librerie virtuali non hanno i limiti di quelle fisiche, c’è posto per tutti e storie per ogni palato. Chased è nato da una pulsione e, pur facendo storcere il naso a molti, è piaciuto.

Da scrittore narcisista sapevo che, chiunque avesse avuto il coraggio di superare le iniziali resistenze date dalla tematica, dalla violenza e dalla crudezza di certe scene, avrebbe finito per apprezzarlo. È una storia che ferisce senza troppi fronzoli, è dritta, spietata, non lascia scampo.

Chased è un romanzo molto duro, violento – e infatti la nostra Kiki non lo ha apprezzato – con scene molto grafiche ed esplicite. Spieghi ai lettori di Romanticamente Fantasy perché queste tinte dark, quasi senza un filo di speranza?

Perché la realtà è anche questo. Intendiamoci, non sono uno di quei ragazzi dark che sogna quello che scrive, tanto meno lo vorrei vedere realizzato. Ho preso una tematica – la pedofilia e la deviazione mentale –, un fatto di cronaca tristemente plausibile – una sparatoria in un liceo -, una manciata di adolescenti che sembrano dei clichè liceali e ci ho costruito una storia. La speranza non risiede in ciò che siamo, ma in quello che scegliamo di fare in certe situazioni: vogliamo vivere o morire? Cosa ne faremo della nostra esistenza?

Nel romanzo non esprimo mai giudizi personali, sono chirurgico: entro nella mente dei personaggi e faccio parlare i loro pensieri e le loro emozioni. Lascio al lettore lo spazio per comprendere, accettare o rifiutare. È la vita con i suoi colori più scuri e sporchi.

Cosa volevi mostrare al mondo che legge con la storia di Elliot & Co.?

Semplicemente quello che c’è dietro i nomi che leggiamo distrattamente in una notizia di cronaca nera come può essere una strage in un liceo. Ho dato un background e delle motivazioni a ognuno di loro, raccontandoli per quello che sono e cosa li ha portati a fare le scelte che hanno compiuto.

Sta per uscire il nuovo episodio di Chased, Accerchiato, segno che c’era ancora (tanto) da raccontare. Questo tuo nuovo romanzo sarà cupo e dark come il precedente? Cosa si deve aspettare il pubblico dal nuovo episodio?

Sarà cupo ma non come lo era Chased: Braccato. Nella mia mente sono una storia unica: il prima, il durante e il dopo. Scaverò molto più a fondo nelle menti e nelle emozioni dei personaggi, racconterò come la strage abbia sconvolto le loro vite e quanto la pressione mediatica che si crea sulle vittime in questi casi in America, li abbia infilati in altri cliché sempre più scomodi dai quali vorrebbero evadere conservando i segreti, cosa impossibile. La verità scalpita sempre per venire a galla e lo sa bene una giornalista spietata e inarrestabile, Jenna Robinson, che fiuta le loro bugie e la sottotrama sessuale dietro la sparatoria. Ed è decisa a sbatterla in prima serata.

I giovani d’oggi sono così, come li vedi e descrivi, senza speranza e – forse – senza futuro, oppure c’è una luce in fondo al tunnel?

C’è sempre una speranza in fondo al tunnel perché, volente o nolente, si cresce. La vita ci costringe. Non si può rimanere adolescenti per sempre e perfino quel piercing di cui non potevamo fare a meno a quindici anni, a venti ci sembra un errore madornale. Il bello e il brutto dell’adolescenza è che finisce e si diventa persone diverse. I giovani di oggi saranno gli adulti di domani e saranno costretti a guardarsi indietro. La speranza è che più grossi sono gli errori, più importanti sono le lezioni che ne derivano.

Parlaci di come scrivi, del perché senti il bisogno di esprimere attraverso la scrittura ciò che senti.

Scrivo di getto, ma partendo da una scaletta precisa. Questi due romanzi sono figli di pulsioni irrefrenabili che mi hanno tirato fuori dalla mia vita per una settimana circa. Scrivevo e basta.

Ho pianificato altre storie ma so già che prenderanno vita nel momento in cui saranno pronte. Il bello di non avere un contratto con un editore è anche questo: non sei costretto a presentare un manoscritto l’anno per essere puntualmente in libreria.

La libertà che ti dona il self-publishing è l’essenza della scrittura stessa, per me.

È forse prematuro, visto che hai un romanzo in uscita, oppure hai già progetti per il futuro in campo narrativo?

Qualcuno, sì. Ma come ho detto prima, vedranno la luce quando saranno pronti. Le storie hanno una vita propria, tirarle fuori dall’utero di uno scrittore prima che siano completamente formate è sempre pericoloso e quasi mai remunerativo.

Grazie per la tua disponibilità, è stato davvero un piacere averti qui con noi!

Grazie a voi.

 

 

Romanticamente Fantasy

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