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IL PENSIERO NEL BAMBINO SORDO: LA TEORIA DELLA MENTE

Vivo quotidianamente a contatto con la sordità e mi capita spesso di girare per la rete tra vari blog di persone con deficit uditivo e portatori di impianto cocleare bilaterale. Nei giorni scorsi ho trovato interessante l’articolo pubblicato da una mamma americana, nel quale spiega come avviene lo sviluppo del pensiero nei bambini sordi con impianto cocleare. Oggi molte sono le terapie che consentano di portare avanti, di pari passo, lo sviluppo intellettivo con quello delle competenze, cosa assolutamente naturale per i bambini normo udenti, ma non così scontato per chi nasce con un deficit. Una delle ultime frontiere è sicuramente la AVT ( Terapia Auditivo Verbale ), che ha come obiettivo non solo quello di stimolare il linguaggio in bambini sordi, obiettivo primario fino a qualche anno fa, ma anche quello di stimolare il pensiero, la tanto nominata teoria della mente. Per far ciò la AVT non può prescindere dal contesto sociale in cui il bambino è calato, e quindi il ruolo primario in questo senso, è dei genitori.

Considerando il peso che hanno il contesto e la cultura da un lato, e le relazioni affettive significative dall’altro, è possibile sostenere che il genitore assuma un significato aggiuntivo nelle situazioni di deficit uditivo, in particolar modo le maggiori difficoltà che emergono nella diade genitore – figlio sordo richiamano l’attenzione sul ruolo degli altri adulti implicati, quindi insegnanti, educatori e logopedisti, nel costruire percorsi comunicativi alternativi, fungendo da risorsa e sostegno nella relazione genitore – bambino audioleso.

I genitori che affrontano con i loro bambini il deficit acustico e la AVT sanno che le attività, gli oggetti, i giochi devono essere proposti al figlio inizialmente secondo una modalità visiva, per arrivare a quell’aspetto esperienziale fondamentale per una corretta acquisizione del linguaggio.

Quanto detto ha sicuramente importanti ripercussioni per lo sviluppo del pensiero e delle competenze sociali del bambino non udente. Inteso in quest’ottica il pensare e l’essere sociali ci consente, attraverso il riconoscimento degli stati mentali che guidano l’azione, di spiegare e di prevedere il comportamento proprio e altrui, quindi di agire sul comportamento stesso. Tale abilità viene definita in letteratura teoria della mente e ha una serie di effetti sulle nostre relazioni interpersonali; infatti individuare gli stati mentali alla base delle azioni e degli atti comunicativi, consente di interpretare azioni e atti andando al di là dell’espressione letterale degli stessi.

Di seguito un rapido, ma a mio avviso necessario, excursus sullo sviluppo della teoria della mente in soggetti udenti. La teoria della mente è un’abilità che si sviluppa a partire dai primi mesi di vita del bambino, all’inizio ne emergono i precursori, tra cui la capacità di attenzione congiunta intorno ai 9 – 12 mesi, il gioco di finzione o gioco simbolico verso i 2 anni e la comprensione della percezione visiva intorno ai 2 anni e mezzo, i quali predispongono il bambino alle acquisizioni proprie della teoria della mente.

Verso i 2 anni compare anche il lessico mentale, vale a dire il linguaggio con cui si parla degli stati interni, costituito all’inizio da termini che si riferiscono soprattutto a desideri, percezioni ed emozioni, e successivamente, verso i 3 anni, anche a stati epistemici come pensiero e credenza.4

Le precoci acquisizioni mentalistiche si esprimono fin da subito nel comportamento sociale del bambino, infatti già intorno ai 2 anni si nota una maggiore capacità di interagire con i pari in termini di cooperazione.

Tra i 2 – 3 anni il piccolo diventa sempre più capace di comprendere che le azioni delle persone sono motivate e regolate da ciò che esse desiderano e credono; in questo periodo evolutivo i bambini sono in grado di riconoscere che le persone possono avere dei desideri differenti, a volte in contrasto tra di loro, e colgono come in alcuni casi, l’azione messa in atto per realizzare un desiderio, possa non coincidere con esso. A 3 anni il bambino è in grado di tenere contemporaneamente la triade desiderio – credenza – azione, e quindi, di capire che le azioni delle persone sono motivate anche dalla credenza di poter realizzare i proprio desideri.

Per quanto riguarda il versante delle emozioni, in età prescolare migliora la capacità di identificare le emozioni complesse, di comprendere cioè che l’emozione provata non sempre corrisponde a quella espressa.

La comprensione degli stati emotivi, via via più complessa e articolata, rende progressivamente il bambino un lettore sempre più esperto delle emozioni altrui, trasformando di conseguenza le interazioni sociali nella direzione di una maggiore competenza empatica e di una migliore abilità nel relazionarsi con i pari. Concludendo, le acquisizioni mentalistiche in età prescolare prendono la forma di una progressione ordinata tale che, per la maggior parte dei bambini, il superamento di un livello implica il successo nei livelli precedenti; la sequenza evolutiva, a partire dalla prima tappa all’età dei 3 anni, si compone dei seguenti step: il bambino arriva a capire che due persone possono nutrire desideri diversi nei confronti dello stesso oggetto, cui segue il comprendere che esse possono avere credenze differenti circa la stessa situazione, per giungere poi a cogliere che una persona può avere una falsa credenza sulla situazione, distinguendo così tra credenze vere e false, e infine, circa a 6 anni, riuscire a saper differenziare tra l’emozione realmente sentita e quella esibita.

Come già detto, il possesso della teoria della mente si esprime istante per istante nelle interazioni quotidiane e nelle comunicazioni con gli altri, influenzando così l’agire nel contesto sociale.

Tuttavia è ipotizzabile che il rapporto tra acquisizione della teoria della mente e ruolo del contesto sociale possa essere di natura bidirezionale: le abilità di leggere la mente propria e altrui permettono all’individuo di interagire e comunicare in modo più efficace con gli altri, e il contesto fornisce gli strumenti, gli stimoli e le occasioni che mediano lo sviluppo mentalistico e rendono il bambino sempre più capace di leggere la mente propria ed altrui; in questo senso si parla dunque di relazione tra contesto e teoria della mente. Analizzare questi due ambiti di approccio permetterà poi di collocare il deficit uditivo in rapporto allo sviluppo del pensiero nei bambini sordi, e concedere loro un percorso di vita e di apprendimento consapevole e pieno di soddisfazioni.

Bettina

editing: LadyLightmoon

IL PENSIERO NEL BAMBINO SORDO: LA TEORIA DELLA MENTE
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baby.ladykira

Oltre ad essere l' Admin founder del Sito di Romanticamente Fantasy, sono una libraia ed adoro tutti i libri in genere, dai cartacei ai digitali. Oltre alla passione dei libri, sono una telefilm e film dipendente ^_^

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