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Dentro il libro: “Accadde un weekend” di A.J. Thomas * Colleghi improbabili #1

 

Christopher sentì le mani di Ray sulle spalle che lo giravano di nuovo e lo spingevano contro il muro di fronte all’ascensore. Poi il suo partner, l’uomo a cui lanciava occhiate furtive da quattro anni, su cui da quattro anni si era impedito di fantasticare, lo stava baciando. Le labbra di Ray premettero contro le sue, la lingua esplorò la sua bocca con arrogante insistenza. L’evidente eccitazione di Ray premeva così forte contro di lui che quasi lo sollevò da terra. Christopher si accorse che il proprio corpo rispondeva, ma l’adrenalina trasformò in rabbia quella che in circostanze diverse sarebbe stata lussuria. Si ritrovò a scorrere le dita sul petto nudo di Delgado, seguendo muscoli che aveva sempre voluto toccare, finché riuscì a stringergli le spalle. Lo spinse via con quanta forza aveva. Era troppo. La carriera di Christopher si trovava sul filo del rasoio. Se il suo braccio non fosse guarito avrebbe dovuto cercarsi un altro lavoro o rischiare di far ammazzare degli altri agenti. L’unico parente che gli rimaneva al mondo era morto e non sapeva se avrebbe dovuto festeggiare o essere arrabbiato, ma a prescindere da ciò che provava davvero, doveva fingere di essere in lutto per il bastardo che aveva reso la sua infanzia un inferno in terra. E adesso, dopo aver visto il suo migliore amico portarsi a casa almeno una ragazza diversa ogni settimana nel corso degli ultimi quattro anni, ricordandogli continuamente quanto fosse etero, lo stronzo aveva il coraggio di credere di poter mollare la sua ultima avventura e cominciare a fare l’idiota con lui. Christopher caricò ogni grammo di forza, ogni briciolo di rabbia in un pugno allo stomaco e in un gancio alla mandibola che fecero volare Ray contro il muro. Sentì il tendine nella spalla bloccarsi a metà del gancio e quasi urlò quando un’acuta fitta di dolore gli trafisse il tendine del braccio destro. Digrignò i denti ed entrò in ascensore, terribilmente grato che fosse vuoto, e premette il pulsante per il piano terra. Aveva un aereo da prendere e adesso avrebbe dovuto disfare il bagaglio per cercare un antidolorifico prima di andare in aeroporto.

***

Il sorriso dell’altro svanì. “Oh.” Poi gli occhi azzurri di Christopher si illuminarono e il suo viso venne acceso da uno dei sorrisi più affascinanti che Doug avesse mai visto. Un sorriso che era una maschera tanto quanto la sua, comprese Doug. Nel breve istante prima che l’uomo sfoderasse quel finto sorriso, Doug si era accorto di quanto fosse bello e di quanto dolore nascondesse. Il modo in cui il suo volto si addolciva senza quella maschera lo faceva apparire affascinante e adorabile allo stesso tempo, ma mostrò anche a Doug un accenno della profonda tristezza e del vuoto dentro di lui. In quell’unico momento sincero, Doug pensò che forse stava vedendo qualcos’altro oltre al semplice disappunto negli occhi dell’uomo, qualcosa al di là del dolore. All’improvviso Doug non desiderò altro che distruggere quella maschera. Se permettere a quell’uomo di fare sesso con lui lo avesse fatto sorridere sinceramente, o avesse anche solo annullato il dolore che aveva dentro per un momento, Doug era pronto a rischiare un attacco di panico.

***

“Mi spiace” sussurrò Christopher. “So che le cose stanno andando oltre… però grazie.” Doug non era sicuro se Christopher si riferisse al suo lavoro nel dipartimento dello sceriffo o al ruolo di amante del weekend che era restio ad abbandonare. In ogni caso non avrebbe cominciato quella conversazione. Se Christopher aveva bisogno della sua presenza, lui voleva esserci. Non sapeva niente di quell’uomo, tranne che era bravo a letto e un maniaco quando si trattava di tenersi in forma, ma voleva stargli accanto, quella sera. Se questo significava aiutarlo a fare i conti con il turbine di emozioni che accompagnava la perdita di un familiare, lui l’avrebbe fatto.

***

Si sarebbe dovuto alzare dopo meno di quattro ore per riuscire a tornare a casa in tempo per cambiarsi e tornare al lavoro. Però voleva concedersi quella follia ancora per una notte. Per un paio d’ore avrebbe potuto stringere Christopher e godersi la rara consolazione di stare vicino a un’altra persona. Era una storia di sesso, doveva rimanere una storia di sesso, ma per quella notte poteva fingere che Christopher facesse parte della sua vita e che non si limitasse solamente ad attraversarla.

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Il sollievo che lo invase gli fece venire le vertigini. Non poteva perdere Doug, non in quel modo. Come diavolo aveva fatto ad affezionarsi tanto a qualcuno con cui faceva solo del sesso? Forse perché Doug aveva gli stessi capelli neri e la pelle scura del suo partner. Aveva anche la stessa corporatura. Mentre Christopher pensava ai due uomini, si accorse che fisicamente si somigliavano parecchio. A parte l’angolo aquilino del naso di Doug e la triste curvatura verso il basso delle sue sopracciglia, comunque. Ma Doug era tutto ciò che il suo partner non sarebbe mai stato, e tutto ciò che lui voleva. E Doug era solo, proprio come lui. Aveva messo bene in chiaro che si sentiva troppo bianco per sentirsi parte della riserva, e troppo scuro per venire accettato a Elkin. Il desiderio di aiutarlo veniva naturale. Niente di tutto questo, però, spiegava come mai Christopher fosse così ossessionato da lui.

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Ricadde all’indietro sul letto e si coprì gli occhi con un braccio. Non poteva biasimare Doug se l’avesse fatto. Essere etero – diavolo, persino riuscire a sembrare etero – gli avrebbe reso la vita più facile. Per anni era riuscito a ingannare quasi tutti a Elkin. In ogni caso, allontanarsi da lui non avrebbe dovuto fare così male. Era come se qualcuno gli stesse strappando il cuore dal petto con un pezzo di vetro rotto. Era colpa sua. Si era affezionato fin troppo facilmente. Era solo che Doug aveva gli stessi capelli scuri su cui aveva sbavato per anni, la stessa pelle abbronzata che aveva voluto toccare per anni. Come diavolo aveva fatto a non accorgersi di quanto fossero simili i due uomini della sua vita? Continuava a ripetersi che erano solo la pelle e i capelli scuri. Ma se quell’infatuazione folle ammontava solamente a questo, allora gli sarebbe bastato farsi una corsa e dimenticare tutto.

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Ci volle solo un momento perché l’odore stantio di sesso, di sudore e di Christopher lo sopraffacesse. Si tolse con attenzione i vestiti e strisciò a letto. Si sdraiò sul fianco destro e si costrinse a rimanere fermo, ma voleva solo rannicchiarsi fra le lenzuola e crogiolarsi in ciò che rimaneva dell’odore dell’uomo. Si assopì un paio di volte, e ogni volta che quell’odore lo svegliò sentì diminuire il dolore al petto, sentì il vuoto ritirarsi. Ogni volta che la sua mente stordita dai farmaci riaffiorava dal sonno, lui allungava una mano fra le lenzuola fredde attorno a sé e cercava di afferrare l’aria. Quando si chiudeva sul nulla, si svegliava e doveva affrontare di nuovo la realtà.

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Doug si concentrò sul battito rapido e fragile e chiuse gli occhi, cercando di costringere il cuore di Christopher a battere ancora. Sapeva che non funzionava così; sapeva che ci voleva un’intera sinfonia chimica per regolare la risposta del sistema nervoso che controllava il cuore umano. Niente di così ingenuo come la preghiera o il pensiero positivo l’avrebbero cambiato. Doug pregò ugualmente. Pregò, sperò, implorò ogni tipo di intervento divino, perché le pulsazioni di Christopher rimanessero regolari. Prese in considerazione l’idea di pregare a voce alta, solo per vedere se Christopher si sarebbe arrabbiato abbastanza da aprire gli occhi.

***

In ogni lunga gara che avesse mai corso, c’erano dei punti in cui toccava il fondo, momenti in cui ogni muscolo del suo corpo gli urlava di fermarsi e lui non aveva idea di come avrebbe fatto a continuare fino alla fine. Non sarebbe mai stato abbastanza veloce da vincere, e non ci aveva mai provato, ma durante quei momenti non ricordava cosa lo spingesse a pensare che gli sarebbe bastato finire la gara. Durante quei momenti aveva scoperto che l’unica cosa da fare era sedersi, mangiare una barretta, anche se avrebbe finito per sentirsi male, e poi continuare ad andare avanti. Un passo alla volta, un centimetro alla volta, anche se doveva trascinarsi avanti strisciando. La mattina dopo si sarebbe tirato su di nuovo e avrebbe trovato il modo di continuare ad andare avanti. Se non fosse riuscito a tirarsi su, avrebbe strisciato. Ma non quella sera.

***

Qui la recensione della nostra Chibi Tora.

baby.ladykira

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Admin Founder del gruppo ROMANTICAMENTE FANTASY SITO

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